mercoledì 8 ottobre 2008
It sucks
martedì 29 gennaio 2008
L'ultimo uomo sulla Terra ha la diarrea
Neville, alla fine del libro, muore. Non si sacrifica eroicamente per una causa. Viene condannato a morte, immolato come simbolo, e lui ne è fiero. Diventa leggenda. Diventa lo spauracchio della specie dominante che ha ereditato la Terra, che è riuscita a venire a patti con il virus attraverso la scienza.
Bene, questa specie teme e al contempo venera l'ultimo umano, l'uomo leggenda che ne ha sterminate a centinaia per puro istinto di sopravvivenza. Ed è forse questo l'aspetto che fa più riflettere: l'attaccamento alla vita è tutto quanto, a qualsiasi livello di organizzazione sociale. La mia specie e non la tua. La tua è diversa e deve morire. La tua è diversa, uccide per difendere se stessa, e deve essere annientata. Ma nel riconoscerti come mio primo nemico, ti temo, e ti concedo un'importanza, uno status forse anche superiore al mio. Un lusso concesso agli dei, agli idoli. Alle leggende, insomma. Discorso paradossale, ma perfettamente calzante.
E' poi nel duello tra razionale, il cui ruolo, anche qui con risvolti paradossali, viene assunto da Neville (che durante tutto il romanzo scopre, attraverso lo studio, la curiosità, ennesimo risvolto dell'istinto umano, come difendersi, come rispondere al meglio al suo istinto di sopravvivenza), e irrazionale, rappresentato dai vampiri (o meglio, dagli affetti dal virus, che, nella loro lenta discesa verso la bestialità, finiscono per rispecchiare molte delle caratteristiche con cui l'immaginario collettivo ha descritto i vampiri medesimi- come il timore per i simboli religiosi o per la propria immagine riflessa - a causa della superstizione medesima) che si dispiega quasi tutto il romanzo, con la sintesi perfetta raggiunta negli ultimi capitoli.
Sì, la nuova specie dominante è sintesi di uomo e vampiro, di razionale e irrazionale, di scienza e superstizione. La dialettica dell'evoluzione, si potrebbe quasi affermare. Ma gli istinti fondamentali, beh, rimangono sempre gli stessi.
Neville muore anche nel film. Ma la sua morte non ha senso. La storia stessa perde tutto quello che doveva avere. Banalizzazione hollywoodiana, la si tira in ballo sempre, ma qui non si scappa: Neville diventa leggenda in senso di eroe positivo che salva l'umanità, sacrifica se stesso per porre rimedio a un suo errore, e per tener fede a una promessa fatta ai suoi cari.
Banale, trito e ritrito.
Inutile.
Tutta la profonda riflessione sulla quasi grottesca contraddizione che anima l'uomo, scompare. E poco importa se il film a livello tecnico è praticamente ineccepibile (sorvoliamo su alcuni effetti digitali, va beh). Poco importa se Will Smith, da solo sullo schermo per quasi un'ora e mezza, regga benissimo.Non eccella, certo, ma entusiasmi, coinvolga.
Tutto inutile, perchè Io sono leggenda è un'altra storia. Non è il concept dell'ultimo uomo sulla Terra non è solo a renderli identificabili. Potrebbe sembrare caparbio soffermarsi su un particolare così banale come il titolo, ma è importante. Gli altri due film adattati dal romanzo avevano cambiato anche titolo. Questo ha la sfacciataggine di identificarsi con esso fin dal titolo.
Passi l'adattamento, lo stravolgimento, ma questa è sfigurazione.
lunedì 6 novembre 2006
Ora voglio i soldi indietro, tutti
"Caro Terry Brooks di sta cippa di cazzo,
ammetto in primo luogo di essere un coglione, un grosso grasso coglione. Come ho potuto farmi prendere in giro per anni, sperando che la fottutissima saga che hai creato, povero pirla, migliorasse in qualche maniera? E ringrazia Dio che ho cominciato a leggerti dal Secondo Libro, da quel bel libro che è "Le Pietre Magiche di Shannara". Se avessi cominciato dal primo, raggelante "La Spada di Shannara" (che poi, per mia sfortuna, ho letto), avrei capito l'andazzo dal subito e avrei lasciato perdere. Ma no. Non mi basta che la suddetta Spada sia una fottutamente spudorata copia del Signore degli Anelli. E ripeto, FOTTUTAMENTE-SPUDORATA-COPIA. Io sono un coglione masochista, e ho scelto di andare avanti. Applausi per Paolo.
Ieri ho finito di leggere l'ultimo, deprimente libro della saga di Shannara, in ordine cronologico (c'è una Saga-Prequel, anzi, due Saghe Prequel, visto che il nostro si è ben curato dall'avvertirci che la saga del Verbo e del Vuoto è in continuity prima di creare questa puttanata dei "Figli dell'Armageddon", cominciata quest'anno), "La Regina degli Straken".
E mi sono addormentato con i sensi di colpa. Non può essere colpa sua, dai, sono io che sono troppo esigente. Dai, è impossibile che un libro sia tanto brutto. Anzi, è impossibile che sei libri siano tanto brutti. E pensare che mi ero persino rassegnato all'idea: sto pirla scrive malissimo, piatto e scontato come pochi al mondo. Persino la più fottutamente piatta pagina di Moccia ha più stile di una fottutamente piatta pagina di Brooks. Ma io ho una gran fede nelle storie. Io ho una gran fede nella narrazione. Ho pensato: magari è capace di piantarmi una gran bella storia. E diciamo che qualche volta ci è pure riuscito: dopo la triste partenza della Spada, i due libri seguenti della 'trilogia', 'Le Pietre Magiche [...]' e 'La Canzone [...], e in particolar modo il primo, erano molto godibili. Begli spunti, personaggi abbozzati come sempre, ma quanto meno si passava qualche giorno in allegra compagnia.
Poi venne la cosìddetta saga dell'Eredità di Shannara, quattro volumi di cui due perfettamente inutili. Il Brooks ha capito che il contratto con la Del Rey, che evidentemente prevede l'uscita di un libro l'anno, valeva anche in caso di libri-fuffa. Tanto ormai il pubblico boccalone (e qui mi ci metto anch'io), c'è e compra volentieri. Chissenefrega, il libro fa cagare, diamo la merda in pasto ai cani, ed ecco pronti DUE libri di allungamento di brodo, perfettamente 'fondibili' in un solo, agile e magari anche interessante volume (Brooks è stato uno di quelli che è riuscito a infrangere una delle leggi fisiche delle saghe di fantasia - nell'episodio centrale, la trama s'infittisce ed è più interessante: l'episodio centrale, nelle trilogie di Brooks, è sempre quello che fa più cagare). Però almeno qualche idea c'era, caro Terry. Qualche idea c'era, e a tratti sviluppata anche bene.
Passano gli anni, Terry si mette in marcia su altre saghe, come Landover, che non mi sono neanche azzardato a sfiorare. Piccola incursione su Shannara, 'Il Primo Re', prequel alla Spada. E Dio Santo, che merda. Penso che lì Terry sia riuscito a toccare il fondo e poi grattarlo vigorosamente per un po' senza neanche accorgersene. Magari pensava di fare ritocchi alla Cappella Sistina. Invece, però, ci ha dato le prime avvisaglie di senilità: NEANCHE UNA FOTTUTA IDEA, e le idee vecchie che c'erano messe giù male. Il Primo Re di Shannara ha il tasso di utilità di un pezzo di carta igienica infilato nella crepa di una diga, visto che è TUTTO FOTTUTAMENTE PRESENTE NELLA 'SPADA'. In sostanza, il Primo Re di Shannara è un grosso chissenefrega, ma di pessima fattura.
Il Terry si è preso qualche anno. Ha detto: 'Oops, evvedicheforsehofattolacacata'. Quattro anni dopo il Primo Re, ecco la nuova Saga 'Il Viaggio della Jerle Shannara', seguita dal 'Druido Supremo di Shannara'. Un'esalogia, insomma.
Vi stupisco, amici: NAVI VOLANTI. Ooooh. Sti poveri cristi non avevano neanche l'acqua corrente in casa. Ma ora hanno le NAVI VOLANTI. Quantomeno, cambia leggermente l'ambientazione. Non cambiano le caratterizzazioni, tanto che viene il sospetto che il nostro abbia 3 personaggi e li faccia girare in continuazione cambiando solo i nomi. Ma girare in continuazione non significa da una saga all'altra, significa da un capitolo all'altro. Risultato, tre libri mediocri per rilanciare il franchise.
Ok, si dice il nostro, altri 3, così chiudo il cerchio su questo fantastico personaggio di nome Grianne Ohmsford, che ha l'attrattiva di quel famoso pezzo di carta igienica infilato nella crepa della diga. La cosa spettacolare, è che Terry è riuscito a fare una trilogia con il chiaro intento di vivere di rendita, facendo un best of dei libri precedenti. È tanto palese da essere quasi strano che al posto di "Druido Supremo di Shannara" non ci sia scritto "Antologia di Shannara". Tra l'altro, in 3 libri, è riuscito a chiudere il cerchio sul personaggio in 4 pagine alla fine dell'ultimo libro. E in una maniera terribile.
Ok, ma la cosa ancora più geniale (e Terry ti ringrazio), è che ha fatto un best of con le parti peggiori. Un worst of, in definitiva. Cioè, il nostro, oltre alla consueta serie di menate sulla crescita del personaggio, sulla maturazione improvvisa, ma ormai sempre più prevedibile, dei suoi poteri, agli intrighi politici di seconda scelta (Terry, guardati, che ne so, Battlestar Galactica, impara qualcosa), ci ha preso gusto a unire una sorta di genere d'avventura anni 50, a tematiche fantasy, anzi a tematiche che poco sono riuscite a emanciparsi dal modello tolkeniano, a un rinnovato gusto per la tarantinata, direi, per l'atto di violenza efferato e gratuito. Ma Brooks non si rende conto che a) lo fa male b) il primo termine non può essere sommato al terzo. O fai una storia dal gusto retrò, o ci infili la violenza gratuita anni 90. Terry, non confondiamoci: non segui le convenzioni di genere, tu ti fai sottomettere dai clichè, e riesci a farlo pure quando vuoi dimostrati capace di rinnovarti.
Non considerando che condensa tutta la storia negli ultimi 5 capitoli, lasciandoci al deserto della sua scrittura tediosa e piatta per quattro quinti di romanzo, risolve tutti gli snodi irrisolti in una sola affrettata botta, e ci aggiunge questo vizio che ormai sa di svogliatezza più che di coincidenza di risolvere tutte le sottotrame portanti con un'unica, poderosa stronzata. E non puoi neanche pretendere, caro mio, che i tuoi dialoghi siano avvicincenti o particolarmente innovativi e spiritosi. È pattume, caro mio. Io capisco che i dialoghi siano dannatamente difficili da scrivere, ma cazzo, farebbe di meglio uno sceneggiatore di RIS, rendiamocene conto. Amico, questi dialoghi ammiccanti fino al colesterolo, intensi come una scoreggia e della consistenza della carta igienica infilata nella crepa della diga hanno rotto i coglioni.
Terry, davvero, sii umile, ritirati. Ci hai praticamente preso in giro per 6 libri. Hai dei guizzi, dei lampi casuali, ma non tanto forti e duraturi da farci questi libri, figuriamoci degli altri.
Ora non so se leggerò mai la nuova saga Prequel. Di indole, sono buono e vorrei sempre darti una possibilità di redenzione. Però non te la meriti.
Anzi, ora voglio i soldi indietro, e tutti, per favore.
Freak out,
Paolo.
domenica 27 agosto 2006
Cars: Motori Struggenti...
No, per carità, non mi ha fatto schifo, ma dovevo attirare la vostra attenzione...
Come ormai avrete capito, stavolta si parla di Cars, ultimo partorito di casa Pixar, diretto dal grande John Lasseter, fondatore dello Studio (ricordiamo che la Pixar fino a maggio 2006 è stato uno Studio autonomo i cui prodotti venivano distribuiti e pubblicizzati dalla Disney: solo da pochi mesi, la Pixar ne è diventata una sussidiaria), nonchè grande storyteller, come le sue precedenti prove (Toy Story 1&2 e A Bug's Life) hanno dimostrato.
Cars muove dal solco tracciato da un film del 1991, Doc Hollywood, storia di ritorno all'umiltà di un giovane e ricco chirurgo californiano capitato per caso in una cittadina nel mezzo del nulla, e, ivi costretto a rimanere per ripagare la comunità della devastazione arrecata durante il burrascoso arrivo, riscopre i valori, l'umiltà e, soprattutto, l'amore. Da questo grande precedente, che ha prodotto e produrrà cloni a non finire, Lasseter costruisce un film che trasforma un plot tanto abusato in una godibilissima e divertentissima favola in salsa automobilistica.
Come da tradizione Pixar, la confezione è delle più appetibili: il grandioso lavoro dei grafici dello Studio ha portato alla vita un mondo in bilico tra realismo e caricatura, dimostrando ancora una volta la profonda attenzione all'aspetto puramente visivo del tutto (e qui molti degli odierni cartoon in CGI dovrebbero solo imparare). Questo realismo cartoonesco vi porterà a guardare le distese sconfinate della contea di Carburator con profonda suggestione, e mai la leggendaria Route 66 vi sarà sembrata tanto reale e palpitante. Questa medesima attenzione all'aspetto tecnico si rispecchia nel ritmo che, malgrado i sussulti iniziali, scorre liscio fino alla fine, nella sapiente regia, e nel suono, perfettamente progettato; un po' meno "sul pezzo" la colonna sonora, in fin dei conti abbastanza anonima.
Capitolo a parte, i personaggi, tutti ben costruiti a partire dai loro archetipi, forse questa volta troppo marcatamente ereditati dal modello disneyiano: quello che sconta di più questo difetto è il "nostrano" Luigi, tipico esempio di tocco-etnico-via-stereotipo+tormentone annesso (diciamo che l'adattamento italiano ha colto due piccioni con una fava sfruttando il personaggio-tormentone del comico Marco Della Noce), ma l'effetto è senz'altro molto divertente. Ma è qui che probabilmente si apre lo spiraglio verso quella che probabilmente è la colpa più grave di Lasseter: l'eccessiva disney-zzazione del prodotto, l'essersi lasciato andare troppo agli stereotipi, tralasciando la trimensionalità" dei personaggi dei precedenti film made-in-Pixar, caratteristica che era valsa allo Studio plausi di pubblico e critica. Se l'esperimento di Lasseter era, come spero, quello di una 'riforma', di un prendere gli stereotipi (e qui possiamo considerare il plot stesso uno stereotipo), scuoterli e innovarli, allora l'esperimento si può dire solo parzialmente riuscito.
Insomma, Cars, come dicevamo, è un film godibilissimo, ben realizzato e divertente. Un leggero passo indietro per la Pixar, a dirla tutta, ma speriamo che sia solo la rincorsa per un salto ancora più ampio nel futuro: all'orizzonte ci sono Ratatouille e Toy Story 3.