buzzoole code A Paul's Life: Recensioni
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martedì 20 luglio 2010

Una questione di fede

ovvero Mettersi Lost alle spalle

“It only ends once. Anything happens before that it's just progress” (Finisce solo una volta. Qualsiasi cosa succeda prima di allora, è solo progresso).
Lo diceva Jacob, all'inizio della catena di eventi che avrebbe portato un aereo di linea "qualunque" a schiantarsi su un'Isola deserta, e i suoi passeggeri ad affrontare... il miglior periodo delle loro vite. Paradossale, eh?
Non c'è bisogno di dirlo: in questo post noioso, arrogante e prolisso si parla di Lost, di cos'è stato, dell'esperienza intensa di uno dei suoi spettatori più affezionati – e proprio per questo, feroci. Quindi pussa via che poi vi spoilerate.
Dicevamo... eccoci, siamo alla fine del viaggio, forse non completamente soddisfatti – specie del viaggio di ritorno –, ma sani e salvi. E un po' più turbati di quanto credessimo, se tutto è andato come previsto.
Ma cos'è stato Lost, cos'è stato questo pezzo di vita interplanetario?
Oso dire che è stata la conferma definitiva della Magia delle Storie, del loro potere immenso. E, personalmente, la celebrazione del motivo per cui le amo così tanto.
E anche del perchè c'è gente (come il sottoscritto) che vuole guadagnarsi da vivere raccontando al mondo che, in fin dei conti, i suini possono decollare.

La ruota per asini congelata
Partiamo dai danni strutturali.
La solidità di un edificio si vede alla fine della costruzione. Lost è partito con un progetto promettente, dai preventivi il miglior edificio di sempre, ma ogni piano sembra essersi allargato in modo sproporzionato rispetto al precedente. Il risultato è una piramide al contrario conficcata nel terreno. E le piramidi al contrario, si sa - per quanto ben conficcate - cadono.
Alla fine del viaggio, insomma, è evidente come il percorso si sia "perso" rispetto alle premesse: quella che è fondamentalmente una grande storia di maturazione ed elevazione collettiva è stata deviata dalla tensione generata – esattamente come il metano – dallo stratificarsi di intrecci, coincidenze e ammiccamenti a una pesante mitologia (e con mitologia intendo tutti gli elementi che originano e giustificano la storia che ci viene raccontata).
E quali erano le premesse? Prendere un'idea piuttosto banale come quella del naufragio sull'Isola deserta, e aggiornarla alla versione 2.0. Una situazione da Signore delle Mosche diventa una storia di persone in pieno travaglio esistenziale, traghettate attraverso numerose imprese e patimenti a un piano superiore delle loro esistenze. Una tragedia moderna, senza troppi fatalismi e sacrifici, insomma. Il tutto, raccontato portando alle estreme conseguenze lo svilupparsi progressivo di trame e sottotrame. Di questo parleremo meglio più tardi, torniamo ai problemi.
In breve, abbiamo visto una prima stagione eccellente sotto ogni punto di vista, accessibile da vaste fette di pubblico e dalla freschezza del formato, seguita da una seconda stagione eccezionale, coraggiosa e saporita, per portata tematica e scopi raggiunti, probabilmente il condensato dell'intera serie.
Alla terza stagione, l'edificio ha cominciato a mostrare le crepe: la struttura, che necessitava una programmazione chirurgica, si è vista mancare ossigeno per colpa di una limitata lungimiranza, della rete e degli autori. È diventato evidente come il Piano troppo vago e la mancanza di coraggio della rete (David Fury, tra i produttori della sola prima stagione, testimonia come alcuni pesanti accenni all'elemento viaggio nel tempo siano stati sabotati dal network ABC, che temeva che la componente fantascientifica potesse danneggiare gli ascolti all'epoca astronomici) rischiassero di snaturare così tanto la serie da costringere tutti a correre ai ripari, fissando una data di scadenza per l'operazione.
Però il danno era già stato fatto: per usare una terminologia tecnica, era crollata la "sospensione dell'incredulità". In poche parole, lo spettatore medio non riusciva più a essere convinto della "credibilità" di ciò che vedeva, perchè la storia stava letteralmente strabordando rispetto alle sue premesse. Mi sono vantato a lungo di essere un "credente", perchè tutto sommato la faccenda Desmond non mi era mai sembrata così smaccatamente lontana dalle premesse - dopo tutto, c'erano mostri misteriosi che si mangiavano gente fin dalla prima puntata -, ma è una lamentela tutto sommato comprensibile, vista la violenta sterzata con cui il viaggio nel tempo è stato introdotto. Scusate la deviazione..
Da allora, Lost è diventato più organico, certo, ma ha cominciato a impazzire, a perdere l'orientamento. Un esempio su tutti: solo dopo quasi due anni ci si è accorti che la quinta stagione, fondamentalmente, è stata una stagione di allungamento di brodo, che alcune sottotrame erano dei totali vicoli ciechi, nonostante si presentassero come assolutamente indispensabile. E ancora peggio, tutto questo è sfociato nella barata più totale del nesso Incidente-Aldilà (non commenterò oltre la questione, ma tutta la sesta stagione è, da questo punto di vista, una sontuosa presa per il culo).
Il ciclo perverso di Lost è stato alimentato dall'autocompiacimento dei suoi due demiurghi, Damon Lindelof e Carlton Cuse, troppo esaltati dal loro motore narrativo potenzialmente inesauribile. Si è preferito giocare d'accumulo, aggiungere segni ambigui di una mitologia diventata troppo concreta e onnipresente da poter essere credibile (perchè tirare in ballo gli Egizi o i Romani?! È il massimo di arcaico e ancestrale che vi viene in mente per giustificare tutto sto popò di casini?), oltre che, banalmente, risolvibile in termini pratici: certo, tutti si aspettavano di non avere tutte le risposte, ma quantomeno indirizzare le questioni decisive... Beh, molte rimangono sensate anche senza particolari risposte – d'altronde, cercare ogni risposta equivale a rinunciare all'“aura” e magia di molte storie (Alice in Wonderland docet).
Ecco quindi il perchè di un finale perfetto dal punto di vista tematico, ma giunto al culmine con fatica, dopo tre stagioni di progressiva stanchezza, culminate nella pigrizia totale della Stagione Finale.

La Scatola Magica
Parliamo ancora un po' della meccanica che ha reso Lost un prodotto di successo. Come diceva McLuhan, il mezzo è il messaggio, è per Lost è vero fino alle estreme conseguenze.
Cos'è cambiato con Lost? Fondamentalmente niente che non stesse già per accadere, solo che si sono accorciati i tempi.
Se ricordate i telefilm della vostra infanzia (quelli vecchi, come Supercar, Hazzard, La signora in giallo, ecc.), raccontavano fondamentalmente storie autoconcluse (ovvero autonome e risolte nell'ora scarsa del loro svolgimento), con un drappello di personaggi più o meno fissi e bidimensionali, regia e sceneggiature perfettamente lineari e modulari. E per forza di cose, molto ripetitive.
A metà degli anni 80, le cose cominciano a cambiare: le serie televisive americane tentano di diventare più accattivanti, con personaggi più complessi, che spesso attraversano, nell'arco di intere stagioni, cambiamenti anche importanti. È l'inizio della cosìddetta soapizzazione dei serial, con l'introduzione di trame, sottotrame e personaggi a lungo termine, senza però allontanarsi troppo dalla formula autoconclusiva. Un esempio recente: le prime stagioni di House seguivano questa logica.
Sul finire degli anni 90, serial come The Sopranos hanno accantonato l'autoconclusività degli episodi, che diventavano tasselli fondamentali di un disegno più grande. Esattamente come le soap operas.
A metà dei 2000, il passo ulteriore, l'abbandono della linearità. Lost non ha inventato niente, certo, ma ha portato in televisione e a un largo pubblico delle modalità di narrazione da film d'autore (certo, sto esagerando): le già citate linee narrative di lungo respiro vengono tritate e frullate in una narrazione costantemente a due tempi (che sia il presente, il futuro o il “possibile”), investendo molto sulla recettività e sulla fede(ltà) dell'audience (e capitalizzando con intelligenza anche sulla possibilità di ingannarlo, come dimostra il finale della terza stagione), raramente lineare e didascalica, con ellissi a vari livelli. Sembra poco oggi, ma fino a sette, otto anni fa era completamente impensabile per un canale televisivo che è il corrispettivo americano di RaiUno.
Certo, il quid di Lost (del primo Lost, quello delle prime due stagioni), a parte la questione narrativa, sta in una miriade di fattori: nella brillantezza dei personaggi, nel loro essere simbolici e al contempo credibili; nell'altissimo livello medio di scrittura, sorretto a meraviglia da dialoghi vibranti, intreccio puntuale e fresco, quasi la macchina da storie perfetta; nella regia, essenziale ma non ruspante, che sa quando concedersi qualche effetto un po' sborone; nella recitazione vibrante; nelle musiche, le più ispirate e originali da tempo, un'amalgama di armonia e ossessione.
Ma soprattutto lei, la Scatola Magica. Il fascino inesauribile e incontenibile dell'ignoto, un gioco (o una presa in giro) senza fine con ciò che rende l'essere umano una creatura fantastica: la curiosità. Come si diceva, il mezzo è il messaggio: il messaggio di Lost è fondamentalmente di foraggiare la propria spiritualità, di "avere fede" nella propria curiosità, di essere strumenti della propria ricerca personale. E non si chiede nulla di meno nemmeno agli spettatori.
Strano, forse la questione capitale in Lost tra scienza e fede si risolve tutta lì, nella curiosità.

La (nostra) patetica, piccola vita
Nessuna storia è davvero realistica, è impossibile ricreare la realtà quando si racconta una Storia. È per questo che esistono i quotidiani, o i reportage, o i documentari: per raccontare o analizzare certi aspetti della realtà secondo certi punti di vista. Le Storie interpretano la realtà, prendono in prestito alcuni suoi elementi e li rielaborano in una forme più digeribili e/o entusiasmanti, ed è proprio questa forma più semplice e meno problematica a rendere possibile letture diverse a livelli diversi, applicabili anche al quotidiano.
Storie totalmente autoreferenziali o fini a se stesse, appiattite su ciò che rappresentano insomma, o lo sono deliberatamente (e non c'è niente di male) o sono “mal consigliate”. E proprio per questo, le storie, se prese con il giusto peso, hanno un potere che non è solo quello di farci fantasticare o viaggiare o divertire, ma è quello di aiutarci in modo insperabilmente concreto – quasi subliminale - nelle nostre vite. Non si sta parlando di “morale”, attenzione, ma di problemi e questioni che possono presentarcisi davanti a ogni angolo.
Nell'anima di Lost, come già accennato, c'è la volontà di raccontare la storia di persone credibili, certo, ma non reali. Hanno problemi e dilemmi terribilmente vicini ai nostri: come noi sono Perse non solo nello spazio e nel tempo, ma anche in un mondo che ha saggiamente scelto di non essere più regolato da termini etici o sociali assoluti, ma che, forse per pigrizia, non è ancora alla ricerca di valori sostitutivi all'altezza.
Ovvio, non è roba risolvibile per televisione (che ha anche altre esigenze), ma, come si suol dire, sollevare la domanda è più importante dell'avere la risposta. E non è un caso che i riferimenti al mondo della religione, della filosofia e della letteratura siano molteplici.
Ad ogni modo, Lost ha provato a consigliare il senso del Valore in un mondo ormai post-religioso, che pertanto necessita costantemente di ricordare le sue priorità, i suoi punti di orientamento. È per questo che i personaggi hanno origini diverse, percorrono strade così tortuose prima di arrivare al punto dell'illuminazione, di una comprensione superiore, che non è la ricerca tanto di un nirvana o cos'altro... ma in un abbraccio collettivo.
Ma in un mondo post-religioso va sempre e comunque fatto salvo il fatto che nessuno ha mai realmente ragione, ma tutto ha un senso. Neanche io in questo post gargantuelico, per dire. Tutti devono passare attraverso sbagli, illusioni, dolore, peccati, sacrifici, sangue per “guadagnarsi il Paradiso” - comunque lo intendiate.
Cito uno dei manuali di mitologia comparata più famosi e sfruttati da scrittori e narratori in genere, L'eroe dai mille volti di Joseph Campbell: "L'individuo [...] si libera da ogni attaccamento alle proprie limitazioni personali, alle proprie idiosincrasie, speranze e paure, non si oppone più al proprio annullamento, indispensabile per rinascere nella conoscenza della verità, ed è finalmente pronto per la grande conciliazione. Annientate le proprie ambizioni personali, egli non cerca pià la vita, ma spontaneamente si abbandona che può accadergli". È questo il significato di tutte le pratiche religiose, è questo il significato di moltissime Storie.
Che Lost ci sia riuscito a porre la "questione spirituale" in ognuno di noi, penso dipenda da quanto sia riuscito a penetrare nella scorza di ognuno di noi, daquanto sia riuscito a bucare il nostro scetticismo.
Personalmente, molto. Io ho vissuto questi sei anni al fianco di John Locke, nel bene o nel male, c'era qualcosa nelle nostre "sofferenze" di dolorosamente simile, e forse universale. C'era qualcosa nel suo andare avanti nonostante non sapesse la strada, nella sua gratitudine immensa per la nuova possibilità ricevuta, nelle sue crisi di fede... era lì, era vivo, c'ero anch'io in lui.
Va beh, non divaghiamo.













domenica 28 marzo 2010

Malamaronò - Commenti raffreddati sul Festival di Sanremo 2010

È finito. Anche quest'anno tutto il Carrozzone Sanremese è andato a sfrangersi scomposto contro le mie pupille incredule, scavando insperati e deliziosi vertici di trashissimo squallore e di conseguente e autentico divertimento. Ammàzzate che apertura.
Tanto per dimostrarvi che questo blog esiste ancora, eccovi una bella mega-recensione scritta in un mese circa su quello che possiamo oggettivamente definire "il Festival a immagine e somiglianza della sua conduttrice" - con tutto ciò che ne consegue. Nel male.
Neanche da dire, questo intervento lungo e non-richiesto è autorizzato, citando la coppia ormai stabile (alla faccia del rispetto delle tradizioni canoniche di un bigamo, si potrebbe malignamente commentare) Enzo Ghinazzi - Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, dal fatto che credo nella mia cultura e nella mia religione, per questo io non ho paura di esprimere la mia opinione. Trovate l'intruso.
Passiamo quindi all'argomento regino della kermesse, le canzoni (anche perchè essendo festival della Canzone Italiana, ed essendo io collaboratore di una rivista di musica italiana, non si scappava. Per non far torto a nessuno, andrò in ordine alfabetico per interprete.

Arisa - Malamorenò
L'anno scorso l'abbiamo sperticatamente lodata come nuovo standard della canzone all'italiana. Segretamente, speravamo che sarebbe, col tempo, arrivato un passo in meglio, verso un'autenticità (il vero quid del personaggio Arisa) che non passasse necessariamente attraverso dei pezzi esageratamente ruffiani, orecchiabili fino all'usura e buonistissimi. Niente da fare, si è cavalcata l'onda e Malamorenò fa ammosciare le gonadi. Da antologia lo scenario post-apocalittico in cui <<Può scoppiare in un attimo il sole / Tutto quanto potrebbe finire>> , non fosse che <<A volte basta che ci sei / Perché a me basta che sei qui vicino / Perchè a me basta che ci sei>>. Come direbbe il regista Enzo Castellari: mej cojoni!
Preziose comunque gli interventi delle Sorelle Marinetti, e la versione "aristocats" della serata degli ospiti con Lino Patruno Jazz Band.

Malika Ayane - Ricomincio da qui
Tre minuti e mezzo belli densi per un pezzo scritto a quattro mani dalla splendida Malika e dal prestante Gino "Pacifico" De Crescenzo al testo, servito su una confezioncina musicale sofisticata e vagamente bacharachiana di Ferdinando Arnò. Un brano impalpabile e sorridente, che decoprime quel magnifico istante di incertezza e stupore del realizzare che mannaggia è proprio vero, mi sono innamorato per davvero. Per chi scrive - e non solo - il pezzo qualitativamente migliore del Festival, penalizzato forse dalla mancanza dell'immediatezza e dell'orecchiabilità della hit dell'anno scorso Come foglie - "difetto", se di difetto si tratta, che non ne sta affatto danneggiato le vendite.
Non mi ci soffermo troppo, avrebbe meritato di vincere, perla nello sterco, bla, bla, bla e bla, bla, bla.

Simone Cristicchi - Menomale
Sentendo e leggendo in giro dei commenti su questa canzone, ancora mi stupisco di come a tanta, tanta, tanta gente sia davvero estraneo il concetto di ironia (e non umorismo o semplice comicità, attenzione: intendo, banalizzando, un discorso il cui significato letterale è l'opposto rispetto a quanto realmente si vuole dire), cosa che purtroppo ha penalizzato la percezione di questo pezzo, salutato come banale tormentone da un pubblico impellicciato dall'orecchio evidentemente un po' superficiale, e, ancora, dalla preparazione culturale piuttosto terra-terra.
Oltre a queste notazioni, il brano non è un capolavoro: è l'ennesima incarnazione delle demo-caustiche critiche sociali cristicchiane, ma con un maggior mordente, grazie alla penna acuta di Frankie Hi Nrg al testo e all'innesto crossover di chitarre e fanfara gloriosa nel ritornello.
Vale quindi anche l'opposto del commento iniziale: da alcuni è stato salutato come grande pezzo di critica, quando non ne ha proprio la stoffa, nonostante le liriche abbastanza indovinate (l'accostamento Wojtjla - Bin Laden non l'ha colto praticamente nessuno). Per quanto simpaticamente graffianti, in questo tipo di pezzi semplicemente manca il respiro argomentativo per costruire bene un discorso, che per come è svolto risulta un pochetto qualunquista.

Toto Cutugno - Aeroplani
Lei è una stronza e lo fa soffrire, lui per ricucire adotta la formula scordammoc'o'passate.
Nel processo, Toto riesce a fare esplodere un muscolo cardiaco. Grossa stima. Carissimo, va bene l'amore, ma lo capisci che la scopa nel culo è dietro l'angolo?
Il pezzo è stato palesemente riciclato da un Sanremo del primo millennio a.C., il testo è tirato via e la musica è fin troppo ambiziosa. L'abbiamo visto: Toto, reduce dalla sua malattia, sembra posseduto dal fantasma di Joe Cocker, solo stonato. Cher avrebbe rimediato con un po' di vocoder, ma Cutugnone non si sa limitare e scrive esplicitamente una canzone che non è in grado di cantare. Solidarietà per l'accaduto, ma un po' di dignità...

Nino D'Angelo e Maria Nazionale - Jammo ja
La riscossa del Sud è affidata al Yousson Dour del Golf'e'Nappule, in quella che è chiaramente la risposta a Italia amore mio, per mancanza di autoreferenzialità e vanità. Emerge sanguigno l'impulso a tirarsi su le maniche - sempre dopo il caffè, la pennica, eccetera eccetera. La canzone non brilla per originalità, ma almeno è onesta e non gioca sugli stereotipi e clichè che di solito uccidono nella culla questo tipo di brani (Gigi Finizio, non sei dimenticato, tu e il tuo orgoglio terrone).

Irene Fornaciari feat. Nomadi - Il mondo piange
Lei è la reincarnazione del padre, vocalmente, ma soprattutto fisicamente. Guardatela in faccia, le manca la barba.
Il brano si fa ascoltare: è praticamente un brano dei Nomadi (anche se paradossalmente potevano starsene a casuccia), compreso messaggio di abbraccio universale (che poi, perchè il mondo piange?), con dei punti presi direttamente dal Fornaciari sbagliato. Sì, il padre. Un applauso per la parrucca di Danilo Sacco, che riesce a vibrare anche attraverso il misero verso che gli è stato ritagliato.
Attendiamo il nuovo CD-ROM dei Nomadi, dopo il successo di "Dove si va?".

Irene Grandi - La cometa di Halley
Lei spacca sempre, anche se non si devasta di alcool più come un tempo. Peccato.
Ci riprova la premiata ditta Baustelle-Grandi dopo il successo di Bruci la città, con questo pezzo che di Baustelle ne ha fin troppo. E uno dice: "va beh, che ti lamenti? Mica sono i Finley." E infatti mica mi sto lamentando.
Il testo ha tutto il sapore da ascetico di Piazza Vittoria un po' fissato con la figa di Bianconi (il cantante dei Baustelle), su una relazione amorosa andata a spegnersi nella stanchezza e nelle elucubrazioni di lui. Solo quando lei si rompe il cazzo, lui si sveglia. Ma è troppo tardi. Segue simpatica citazione invertita dei Beatles: "you say goodbye, and i say hello" diventa "io ti dico addio, tu mi dici ciao". E soprattutto non c'è il tutto sesso orale di Bruci la città! Mannaggia a Bianconi!
Fa storcere il naso l'arrangiamento un po' piattuzzo, per un pezzo che diventa prezioso solo perchè spunta dalla media mediocrissima di quest'anno.

Marco Mengoni - Credimi ancora
Parte come l'inferno, sembra che deve spaccare l'Universo. Poi se ne dimentica. E lo immagino, cantare così bene stanca.
Un peccatone, l'xX-Factor (leggasi ex-X-Factor) ha la stoffa per pezzi molto più validi di questo, mediocre testualmente e precocemente appesantito negli arrangiamenti malgrado le piacevoli scaramucce orchestrali sul bridge.

Fabrizio Moro - Non è una canzone
Moro porta la ganja a Sanremo, giusto perchè tra tanti fiori mancava solo quella pianticella lì. Fatti come delle balle di fieno, ecco tutti a ballare tentando una riflessione sull'etica e morale. Purtroppo, anche qui vale un po' il discorso fatto a proposito di Cristicchi, con l'aggravante che metà del testo sembra fatta di parole qualunque piazzate lì ad minchiam, un po' come l'arrangiamento dei fiati sul secondo refrain.

Noemi - Per tutta la vita
Noemi potrebbe cantare all'Osteria di Gigi lo Stronzo e si bagnerebbe anche il forno a legna. Cioè, dai, sentitela, ti graffia le pareti dell'anima.
Vale il discorso di Mengoni, pezzo un po' improvvisato (anche se in suggestivo crescendo), che però lei potenzia a dovere. Questa ragazza ha davvero bisogno di autori seri dietro. Niente doppi sensi, please.
Terza canzone in cui esplode qualcosa, un record positivo per questo Sanremo.

Povia - La verità
La verità è che l'ho ascoltata 13 volte e non ho ancora capito qual è la tesi. Povia è famoso per i suoi pezzi ciellini, poi capziosamente omofobi. Stavolta, quando finalmente deve tirare la bomba da cento... niente, si ritira, dice un po' questo, un po' quello, così ognuno la legge come gli pare, basta "l'argomento" a fare pubblicità. E le violoncelliste fighe.
Il mio sospetto è questo: secondo Povia, il pericolo principale dell'interruzione dell'accanimento terapeutico è che lo spirito del deceduto possa rimanifestarsi sottoforma di brividi sotto la pelle.
Per il resto, il solito Povia sobrio che argomenta con razionalità su tematiche scottanti.

Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici - Italia amore mio
Al pari del pezzo di Scanu, è una fucilata di una gavettonata di un polpettone di un minestrone. Solo che se Scanu mira alle balle, il Ghinazzi-Savoia mira direttamente al cuore.
La prima strofa è il manifesto (o meglio, l'abborracciata somma) di tutto ciò che vorrebbe essere il minimo comune denominatore del popolo italico (già ben sintetizzato dalla proverbiale "popolo di Santi, Navigatori e Poeti"): le "tradizioni", la "famiglia", la "giustizia", compresa quella sociale., la "religione" (che non si spiega perchè credere in tutte queste cose legittimi qualsiasi cosa a dire una sua propria opinione, quando per farlo bisogna conoscerle, le cose. E vi garantisco che le due cose non sempre vengono di pari passo). E fin qui "ok".
Poi cominciano le bestemmie storiche. Cito: "io sento battere più forte / il cuore di un'Italia sola / che oggi più serenamente / si rispecchia dentro la sua storia". Considerati i duelli che a ogni celebrazione storica si fanno su revisionismo e simili, questa affermazione è completamente fuori dalla realtà. L'understatement è che il processo di revisionismo sta andando alla perfezione, fregandosene del fatto che si sta appiattendo tutta la Seconda Guerra Mondiale a un grigiore morale assoluto, senza porre alcun paletto. Se la storia la scrivono i Vincitori, la Memoria la ri-scrivono i figli dei Vinti.

Per farla breve e senza lanciarmi in crociate che qui non hanno senso, riassumiamo: "più serenamente" un paio di balle, Fili.
Sorvoliamo su Lele che stringe l'Italia tra le sue braccia (quando ben si conosce il sonoro schifo che i Savoia hanno dedicato al nostro Paese per decenni), la seconda strofa è un capolavoro di comicità involontaria, sullo sfondo di una deliziosa fellatio alla figura di PhilpBert, che diventa lo scintillante eroe umile ed ingiustamente punito (beh, non che lui abbia colpe, sinceramente. A parte la candidatura all'Udc). Puro melodramma, come ci piace a noi.
Tutto questo su un misturone musicale che si lancia in demenzialità operistiche (ricalcate su Somewhere over the Rainbow), con ridicoli contrappunti di mandolino synth che tanto fanno Nappule. Perchè, se ci pensate, mancava proprio "Mandolino, Mamma e Pizza".
Poi "Italia amore mio".... Cos'è? Una fiction con Ezio Greggio e una tettona del Bagaglino? Una trasmissione di Rai2 monopolizzata dalle proloco e dalle Confraternite del Risone in Brodo? Mavava....

Madre mia, ho scritto un casinò.

Enrico Ruggieri - La notte delle fate
La professionalità sta anche nell'umiltà. Ruggieri ha scritto belle canzoni, testi importanti e memorabili, ma sa bene che certi pezzi nascono da epifanie imperscrutabili, e non se la tira. L'artigiano fa bene il suo lavoro: La notte delle fate ne è un tipico esempio. Un testo giustamente poco ambizioso, ma sensibile e sorridente, arrangiamento un po' da svecchiare ma ben tarato sul nostro Enrico, che ci regala le sue vocali fantastiche appena può.
Non vediamo l'ora di sentirla nel prossimo spot del Lines Seta Ultra!

Valerio Scanu - Per tutte le volte che...
Sinceramente, regazzine a parte, in un Paese culturalmente e politicamente decomposto come il nostro, è normale che stravinca un pezzo del genere, e quindi non starò qui a menarla più di tanto.
Semplicemente, il pezzo, nonostante il prezioso mestiere che il Maestro Vessicchio apporta alle orchestrazioni, pare scritto in un anno imprecisato dello scorso secolo. È di un conservatorismo musicale che quasi spaventa, e fa ancora più paura se si considera che a scriverlo è stato un ventenne (dal volto deforme - ma questa è solo una cattiveria gratuita) e a interpretarlo un altro ventenne (con tanto di piercing alla lingua, che fa tanto "sono molto bravo nel sesso orale" - ma questo è solo un'attestato di stima).
Il testo è un capolavoro di svenevolezza romantica all'ennesima potenza, in un polpettone di immagini incontrollate ispirate a quell'amore pornograficamente romantico che "legittimamente" incanta le tredicenni di ogni epoca. E ogni modo, ogni luogo e ogni lago. Davvero, eventuali abbindolati/e dalla profondità sentimentale di questo brano commentino e mi svelino come facciano a prendere sul serio una simile apologia del sesso subacqueo.
Che spero sarà presto reso illegale.

Sonohra - Baby
Se Robert Plant, probabilmente l'uomo che ha urlato "beiibee" più volte nella storia della musica, fosse morto e gli capitasse di sentire questo pezzo, il risultato sarebbe 2012. I Sonohra ci hanno abituato alle loro carinerie adolescenziali rockeggianti, per cui c'è poco da dire, e ancor meno da meravigliarsi. Infatti, il biondino (il terzo fratello Kaulitz, quello deforme, ma l'unico che è riuscito a trasformarsi in SuperSayan - non è il cavo della chitarra, è la coda) ogni volta che si fa vivo si nasconde sempre di più. Attendiamo la scissione tipo Oasis.
E andatevene affanculo voi e la vostra h di merda che ogni volta ci metto un'ora a capire come vi si scrive.

Allora, siete d'accordo?
No?
Ve ne frega una mazza?
Qui sotto c'è lo spazio dei commenti. Ora vado a ritirare la mazzetta della Caselli.

martedì 2 giugno 2009

Greatest Tits: Best of the Week(s) - Volume 2

Complice un'anomalia spazio-temporale, questo post riemerge dalle nebbie postnucleari dell'apice della modernità tentacolare dell'uomo del giappone.
Eccoci alla seconda parte di un post che avrebbe dovuto veder la luce un quarto di secolo fa. Trattasi di post letterar-musicale, siete avvertiti.

To the bookstore
Letti molti libri nella tratta febbraio-aprile, poi mega rallentamento causa studio.
Tra i consigliatissimi: Mattatoio n.5, fantascienza al servizio di una storia sulla Seconda Guerra Mondiale firmata Kurt Vonnegut. Consigliatissima, dicevo, specie perchè ci sono i viaggi nel tempo, e io adoooooooro i viaggi nel tempo... però insomma, come ogni buon romanzo di sci-fi, è solo un pretesto per raccontarci qualcosa che appartiene agli esseri umani tutti. Alla faccia di chi le vuole male... alla fantascienza.
È toccato Il ritratto di Dorian Gray, di Sir Oscar Wilde, romanzo che odora di perverso e perdizione anche nelle sue pagine più stanche.
Altro salto nel fantastico con Il cimitero senza lapidi e altre storie, raccolta di racconti vergata dal grandissimo Neil Gaiman, che col suo consueto tocco macabro-onirico con retrogusto d'humour nero, che tanto piace ai bambini più svegli. Lasciatevi trasportare. E inquietare.
Una lettura fumettosa particolarmente consigliata a tutti è la trilogia di Contratto con Dio del grande e compianto Will Eisner, che ha de facto inaugurato il genere della graphic novel, o romanzo a fumetti (definizione italiana un po' fuorviante in realtà), con una miriade di microstorie che si intrecciano nel quartiere newyorkese di Dropsie Avenue, abitato prevalentemente da ebrei, storie vere trasfigurate dalla finzione e dalla poesia. Tra nostalgia ed epopea corale.

To the musicstore, with headphones on
Nel magnifico lavoro-hobby di recensore di musica italiana che un po' il caso, un po' l'autoinsoddisfazione, un po' la forza di volontà, un po' i contatti giusti mi hanno portato a svolgere, si è soggetti a un corso di aggiornamento perenne, a volte francamente un po' snervante e sicuramente mai completo. Capita, casualmente come un po' tutte le cose belle della vita, di scoprire dei gioielli che finiscono per punteggiarti l'anima. É successo grazie a Pacifico, che ha condiviso sul per-una-volta-utile Facebook il toccante brano del cantautore americano Smog, al secolo Bill Callahan, Rock Bottom Riser, di cui allego subito lo splendido video.


Altro tassello che ha impreziosito questi mesi è stato l'album Le nuvole di Fabrizio De André, sicuramente tra i migliori della produzione. Beh, gli ultimi sono stati i migliori - molto strano, per qualsiasi artista, ma le ultime produzioni sono state le più interessanti per sperimentazioni, maturità compositiva di liriche e musiche, lucidità di giudizio, trascinante poesia-, per cui c'è poco di cui meravigliarsi. Créme de la créme, la satireggiante Ottocento e la dolorosa La domenica delle salme: brani intensi, da ascoltare, riascoltare, biopsizzare.

É stato anche un periodo di incontri piuttosto intensi, sempre grazie alla rivista: memorabile l'intervista di Arisa, della quale ho avuto modo di sfiorare l'energia vitale proprio in un giorno stranissimo - ve ne parlerò tra poco - stravolgendone il senso praticamente prima che tutto si realizzasse - anche se alla fin fine, sinceramente, musicalmente ci ha già cagato il cazzo... speriamo, come scrivo nella rece, che non finisca tutto in merda.
Altro incontro molto particolare - sia musicale che personale - è stato quello con uno dei nostri cantautori italiani emergenti, il bravissimo Dente, fidentino molto spiritoso, un pizzico dandy, che sa parlare d'amore e di quotidianità senza ridurli in mozziconi di sigaretta e marchettoni pretesto per menate metafisiche o meno, restituendone intatta la spietata poesia. Del quotidiano.
Passaggi piuttosto mondani quelli in occasione della presentazione del disco di Pino Daniele, di cui non potrò mai dimenticare la voce e durante la quale ho potuto constatare con mano la superficialità di molti miei "colleghi", o di Morgan, in locale fighetto, anche se esperienza piuttosto impegnativa - seguire il filo di un discorso del buon Castoldi è spesso un'impresa, soprattutto se si è seduti su un tavolino - ma tutto sommato emozionante e ripagante, e l'happening di presentazione del romanzo del grande Mauro Pagani - uno dei pilastri della musica italiana, benchè praticamente sempre nascosto dalle imprese dei grandi che ha aiutato ingigantire, come De Andrè o la PFM, al quale ora si riconosce un po' di fama grazie alla lodevole iniziativa pro-Abruzzo -, proprio negli ex-Studi Regson, ora Officine Meccaniche, dove sono nati molti grandi album della nostra discografia.
Due mesi fa vi avrei volentieri parlato di Sanremo, ma ora ho dimenticato tutto ciò che avrei voluto dire... magari se inizio dicendo che gli Afterhours hanno rullato a manetta con il pezzo sanremese più bello degli ultimi anni mi torna in mente tutto il resto e lo scrivo poi nei commenti. Tanto per tenere viva la conversazione.


On stage

Molti di voi sanno che in questi mesi sto coltivando una nuova passione, piuttosto impegnativa per tempo e spostamenti, ma estremamente gratificante, che è quella della recitazione. Come mi ci sono ritrovato è un po' complesso spiegarlo, ma sintetizzabile con la classica ricerca di stimoli, e sto scoprendo di saperci piuttosto fare. E poi è divertentissimo.
Devo ringraziare infinitamente Floriana, la nostra regista-insegnante-mamma2 che ha un cuore grande così e penso stia riuscendo a tirar fuori qualcosa di buono da questo frigorifero demente di nome Paolo, e ovviamente abbracciare i miei compagni di viaggio, che anche in questo brevissimo tempo posso già considerare amici: quindi grassiegrassiegrassie a Viola, Serena, Stefano, Virginie, Veronica, Alma, Gianpaolo "Giampy - Papi - Pannullibus - Ambrogio - GianPall - Jean-Paul Pannullò - Jean-Paul Pallmall - JP - PopPorno" Pannullo e Valentina. Grassie per le splendide serate.

Con questo, si chiude l'infelice esperimento dei Best of the Week. Mei cojoni, direte voi, e come darvi torto? Beh, dal prossimo post la situazione cambierà. In meglio. Spero.


Nota a margine, ma mica tanto a margine, e mica tanto nota. Avrei inserito tutto questo nel precedente se avessi previsto il ritardo di questo post, ma ormai è fatta.
Il 26 febbraio se n'è andato mio zio Alfredo. Inaspettatamente. Non ci sono molte parole da dire, in realtà, c'è solo un grande vuoto con cui si deve imparare a convivere.
Ciao, e grazie di tutto.

mercoledì 8 ottobre 2008

It sucks

"I hated a STAR WARS. That fucking sucks."
Harry Knowles, Ain't It Cool News

Oggi ho avuto modo di vedere Star Wars: The Clone Wars.
Molti di voi sanno già quale sia il mio amore per le Guerre Stellari, e il mio livello di sopportazione per le boiate di Lucas. Però stavolta no.
Le Guerre dei Cloni hanno perso charme. Eufemismo per "hanno rotto il cazzo": per tre anni fumetti cartoni e belle cose. Cartoni stupendi. Fumetti belli. Ma poi basta. E già un punto in meno per TCW.
Poi: in un film di un'ora e mezza, un'ora e un quarto è occupata da interminabili schermaglie. Se non sono battaglie campali, spettacolari ma legnose (nonostante il simpatico effetto realtà della camera a mano), sono duelli a spade laser che sono pure belli da vedere, ma non hanno niente da trasmettere. Nessuna tensione: sappiamo già da prima di entrare in sala chi vive, chi muore e come, quando, perchè. E non c'è più neppure la curiosità dei prequel del "vediamo come siamo arrivati a quel punto...". C'è il vuoto ermetico della freddezza, la tiepida morsa dell'abbiocco.
Ma non parliamo dei dialoghi, ridicoli quando seri, agghiaccianti quando comici (e Puzzolo più i droidi imbranatoni, ammettiamolo, compongono il Jar Jar Binks del post Episodio I). Non parliamo del plot, dove tutto è intercambiabile. Non parliamo dell'animazione, dove la pure ammirabile operazione estetica (3D con bellissime texture finto dipinto) ha dato alla testa alla manovalanza della LucasFilm Animation, che fa muovere i suoi balocchi a nervosi scatti che più che ricordare le due stupende serie di Tartarovsky, lo fanno amaramente rimpiangere.
Sarò qui a seguire la serie, forse. Ma Lucas... mavaaacagheeeeeeeeer

(dacci piuttosto i tuoi cazzo di film d'arte che vuoi fare da anni, va, vecchio pirlone)

giovedì 4 settembre 2008

Breviario comico

Michele Serra, chi di voi lo conosce lo sa, è uno di quelli che noi ggiovani sinistrorsi definiremmo "grandi". Sì, uno con una mente acuta, un'ironia "pungente"... si direbbe, ma io parlerei più di "stoccante", per usare il gergo della scherma... uno che sa osservare e descrivere lucidamente quel che gli gira attorno.
Eccolo, questo Breviario Comico raccoglie gli ultimi sei anni di interventi del Grande per L'Espresso. Interventi che sono giustapposizioni, gallerie e montaggi grotteschi di personaggi, situazioni e proposte tra il satirico e il surreale, una comicità risfoderata da Serra, un po' lasciata in disparte dopo la fine di quell'esilarante esperienza che era stata Cuore (a proposito, dovrò accaparrarmi anche Quando c'era Cuore), per rifare i connotati a questi ultimi anni di Italia BerlusconianProdianBerlusconiana, forse i più cupi e soffocanti da un bel po'. 
Un libro, si dirà, per ridere riflettendo, ma io direi un libro per ridere e poi riflettere, e riflettere per scorgere sotto quella risata un'indignazione così profonda che sarebbe tanto stupido sfogare in un grido. Sì, un grido cadrebbe nel vuoto. La risata fa più male.
Unici difetti: dopo gli attacchi di ridolite acuta delle prime pagine, ci si abitua un po' alla formula e si ride meno. Per cui, somministrazione per gocce.
Altra cosa: purtroppo, questo umorismo sta diventando autoreferenziale. Certe cose, di questi tempi in cui, per dirla alla Moretti (un altro Grandissimo), ci è stata cambiata la testa, non funzionano più di tanto, attaccano poco. Certo, il pubblico di sinistra medio, informato magari, apprezzerà questo libro, riderà, rifletterà. Ma gli altri?

lunedì 26 maggio 2008

Non sono gli anni, sono i chilometri...


Dopo 19 anni, il Professor Jones è tornato. 19 anni di voci, di mezze conferme, di Spielberg e Ford che rigettano soggetti di Lucas intitolati "Indiana Jones e i Dischi Volanti da Marte", di Harrison Ford che, pur invecchiando, si sposa figliole di venticinque anni meno di lui (e fa film un po' così).
Il sogno dei fan dell'Archeologo ha cominciato a concretizzarsi nel 2005, quando tutto sembrava pronto: due riscritture della sceneggiatura dopo, nel giugno 2007 cominciano le riprese dell'attesissimo Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo. Titolo quasi wertmulleriano, ma considerate che le alternative (inclusi i titoli falsi) erano:
  • Indiana Jones e i Quattro Angoli della Terra
  • Indiana Jones e la Ricerca dell'Alleanza
  • Indiana Jones e la Città d'Oro Perduta
  • Indiana Jones e la Città degli Dei
  • Indiana Jones e il Distruttore di Mondi
Insomma, il migliore dei titoli possibili.
Ma veniamo al sodo.

In breve, stavolta il Dottor Jones deve rispolverare le sue conoscenze sulla civiltà Inca, perché il suo viaggio lo porterà dritto dritto sul Rio delle Amazzoni per salvare il vecchio amico Oxley, che ha recuperato un preziosissimo teschio di cristallo dalle proprietà sovrannaturali, prima di essere rapito dal KGB. Affiancato dal giovane Mutt Williams,il Dottor Jones riuscirà a scoprire lo straordinario segreto dell'oggetto, ma non prima di aver chiuso i conti con una nostra vecchia conoscenza... Marion Ravenwood!
Il film è una degnissima continuazione della saga di Spielberg-Lucas, non c'è che dire: gli ingredienti ci sono tutti. Ironia, azione e mitologia a bizzeffe, Indy/Ford non si mentisce, le dinamiche fra i personaggi funzionano alla grande, Williams condisce il tutto con la consueta maestria sinfonica: c'è tutto. Ci si ricongiunge ai vecchi amici di una volta, e si conosce qualche nuovo membro della famiglia, insomma.
Il film, in sè, sconta purtroppo un bruschissimo rallentamento nella sequenza dell'accampamento della foresta, un raccordo-spiegone ingiustificatamente piatto e noioso: e proprio qui, un ritorno epocale come quello di Marion Ravenwood andava enfatizzato. Poi, la pellicola riparte verso un trionfale climax fantascientifico, passando attraverso una ventina di minuti di azione non-stop, tipica della formula di Indiana Jones.
Ma qual è il vero difetto di questo nuovo capitolo della saga?
Il look è troppo nuovo, troppo "vero".
Molto del fascino della Trilogia stava in un'atmosfera quasi fumettistica, da serial d'avventura anni 40, un senso dello straordinario che trasudava, oltre che da personaggi e plot, da un uso degli effetti speciali sì cospicuo, ma "irrealistico" al punto giusto. Qui, è tutto troppo realistico, troppo perfettino, spesso freddo. Lucas, nella sua pur giustificata corsa alla digitalizzazione del cosmo, ha forse perso di vista quello che rendeva magico l'Indiana Jones-style.
Non che questo Regno del Teschio di Cristallo non emozioni: Indiana e compagnia ci sono e sono gli stessi, con qualche ruga in più, l'atmosfera che si respira è la medesima, la formula tiene e funziona, ma... c'è un grosso "ma".
Però, Indy è tornato. Solo, vedete di non toccare niente.

Nota a margine: l'adattamento italiano ha sacrificato due delle migliori battute del film. Per cui, andate a ritrovarvi il trailer originale americano.