buzzoole code A Paul's Life: Riflessioni
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mercoledì 20 ottobre 2010

Cogli l'attimo, responsabilmente

(gentilmente offerto dalla Società Italiana degli Auto-Motivational Speeches)
 
Illudiamoci che le cose siano semplici come possono sembrare. Che sia davvero tutta questione di "cogliere l'attimo". Che dietro a questo pulsare stupendo non ci sia altro che quello che vediamo.
E allora, dove va a finire il resto? Quello che non succede ma c'è, cosa significa? E quello che succede, si esaurisce tutto a se stesso? Tutto ha la stessa importanza?
No.
Io mi rifiuto di crederlo. 
Io mi rifiuto di credere che il momento in cui mi sono commosso per una puttanata sia importante quanto quello in cui mi sono lavato i denti stamattina. Non è possibile.
Io mi rifiuto di credere di dover passare l'esistenza a premere centomila acceleratori. Io voglio anche annoiarmi. Io voglio anche fermarmi e guardarmi indietro. Io voglio provare anche a sbirciare più in là.
Non riesco proprio a cogliere tutti gli attimi perchè sono tutti importanti, fatemi cogliere quelli che mi piacciono. Quelli che hanno un senso più grande, più largo, più lungo e più profondo. Quelli in cui posso respirare, e non pensare al fiato corto del minuto che sta arrivando e che vuole essere goduto anche lui. Me lo godo se se lo merita. Me lo godo se me lo merito.
E a scegliere gli attimi forse c'è bisogno di farsi un po' di domande, altrochè. Di fermarsi. Di lasciare qualche attimo non colto, perchè magari non ne val la pena. Farsi sorpassare. Non farsi soddisfare del tutto. C'è bisogno di bucare la superficie del momento che preferisci, interpretarlo, assaggiarlo un attimo prima di ingurgitarlo.
E, certo, sembra inutile, sembra una perdita di tempo, sembra difficile. O magari sembra facile e codardo.
Ma perchè deve essere sempre tutto utile? Perchè devo limitarmi a quello che capisco o che riesco a intuire sul momento? Perchè non posso complicarmi la vita?
Io la vita voglio complicarmela! Voglio complicarmela perchè è già complessa e se la semplifico troppo... forse mi sto prendendo in giro da solo. Come la sopporto una cosa tanto complessa? La smonto e la rimonto come voglio.
Ma tutto questo smontare e rimontare avrà un prezzo, prima o poi. Un po' si perde il contatto con l'autentico, un po' si fatica a possederlo. Cose che vengono difficili.
Ma io ho un obiettivo.

Io, se il mondo ha pazienza, posso provare a salvare capra e cavoli.
Riuscire a osservare il mondo, la vita e tutto il resto come complesso e continuare a fingere di non capirlo, mentre lo accetto come spontaneo e vivo e sanguino mentre parlo e voglio bene al prossimo e lo perdono anche se non sto cercando di driblarlo.
Questa è la nuova frontiera.
Siete tutti invitati.

martedì 20 luglio 2010

Una questione di fede

ovvero Mettersi Lost alle spalle

“It only ends once. Anything happens before that it's just progress” (Finisce solo una volta. Qualsiasi cosa succeda prima di allora, è solo progresso).
Lo diceva Jacob, all'inizio della catena di eventi che avrebbe portato un aereo di linea "qualunque" a schiantarsi su un'Isola deserta, e i suoi passeggeri ad affrontare... il miglior periodo delle loro vite. Paradossale, eh?
Non c'è bisogno di dirlo: in questo post noioso, arrogante e prolisso si parla di Lost, di cos'è stato, dell'esperienza intensa di uno dei suoi spettatori più affezionati – e proprio per questo, feroci. Quindi pussa via che poi vi spoilerate.
Dicevamo... eccoci, siamo alla fine del viaggio, forse non completamente soddisfatti – specie del viaggio di ritorno –, ma sani e salvi. E un po' più turbati di quanto credessimo, se tutto è andato come previsto.
Ma cos'è stato Lost, cos'è stato questo pezzo di vita interplanetario?
Oso dire che è stata la conferma definitiva della Magia delle Storie, del loro potere immenso. E, personalmente, la celebrazione del motivo per cui le amo così tanto.
E anche del perchè c'è gente (come il sottoscritto) che vuole guadagnarsi da vivere raccontando al mondo che, in fin dei conti, i suini possono decollare.

La ruota per asini congelata
Partiamo dai danni strutturali.
La solidità di un edificio si vede alla fine della costruzione. Lost è partito con un progetto promettente, dai preventivi il miglior edificio di sempre, ma ogni piano sembra essersi allargato in modo sproporzionato rispetto al precedente. Il risultato è una piramide al contrario conficcata nel terreno. E le piramidi al contrario, si sa - per quanto ben conficcate - cadono.
Alla fine del viaggio, insomma, è evidente come il percorso si sia "perso" rispetto alle premesse: quella che è fondamentalmente una grande storia di maturazione ed elevazione collettiva è stata deviata dalla tensione generata – esattamente come il metano – dallo stratificarsi di intrecci, coincidenze e ammiccamenti a una pesante mitologia (e con mitologia intendo tutti gli elementi che originano e giustificano la storia che ci viene raccontata).
E quali erano le premesse? Prendere un'idea piuttosto banale come quella del naufragio sull'Isola deserta, e aggiornarla alla versione 2.0. Una situazione da Signore delle Mosche diventa una storia di persone in pieno travaglio esistenziale, traghettate attraverso numerose imprese e patimenti a un piano superiore delle loro esistenze. Una tragedia moderna, senza troppi fatalismi e sacrifici, insomma. Il tutto, raccontato portando alle estreme conseguenze lo svilupparsi progressivo di trame e sottotrame. Di questo parleremo meglio più tardi, torniamo ai problemi.
In breve, abbiamo visto una prima stagione eccellente sotto ogni punto di vista, accessibile da vaste fette di pubblico e dalla freschezza del formato, seguita da una seconda stagione eccezionale, coraggiosa e saporita, per portata tematica e scopi raggiunti, probabilmente il condensato dell'intera serie.
Alla terza stagione, l'edificio ha cominciato a mostrare le crepe: la struttura, che necessitava una programmazione chirurgica, si è vista mancare ossigeno per colpa di una limitata lungimiranza, della rete e degli autori. È diventato evidente come il Piano troppo vago e la mancanza di coraggio della rete (David Fury, tra i produttori della sola prima stagione, testimonia come alcuni pesanti accenni all'elemento viaggio nel tempo siano stati sabotati dal network ABC, che temeva che la componente fantascientifica potesse danneggiare gli ascolti all'epoca astronomici) rischiassero di snaturare così tanto la serie da costringere tutti a correre ai ripari, fissando una data di scadenza per l'operazione.
Però il danno era già stato fatto: per usare una terminologia tecnica, era crollata la "sospensione dell'incredulità". In poche parole, lo spettatore medio non riusciva più a essere convinto della "credibilità" di ciò che vedeva, perchè la storia stava letteralmente strabordando rispetto alle sue premesse. Mi sono vantato a lungo di essere un "credente", perchè tutto sommato la faccenda Desmond non mi era mai sembrata così smaccatamente lontana dalle premesse - dopo tutto, c'erano mostri misteriosi che si mangiavano gente fin dalla prima puntata -, ma è una lamentela tutto sommato comprensibile, vista la violenta sterzata con cui il viaggio nel tempo è stato introdotto. Scusate la deviazione..
Da allora, Lost è diventato più organico, certo, ma ha cominciato a impazzire, a perdere l'orientamento. Un esempio su tutti: solo dopo quasi due anni ci si è accorti che la quinta stagione, fondamentalmente, è stata una stagione di allungamento di brodo, che alcune sottotrame erano dei totali vicoli ciechi, nonostante si presentassero come assolutamente indispensabile. E ancora peggio, tutto questo è sfociato nella barata più totale del nesso Incidente-Aldilà (non commenterò oltre la questione, ma tutta la sesta stagione è, da questo punto di vista, una sontuosa presa per il culo).
Il ciclo perverso di Lost è stato alimentato dall'autocompiacimento dei suoi due demiurghi, Damon Lindelof e Carlton Cuse, troppo esaltati dal loro motore narrativo potenzialmente inesauribile. Si è preferito giocare d'accumulo, aggiungere segni ambigui di una mitologia diventata troppo concreta e onnipresente da poter essere credibile (perchè tirare in ballo gli Egizi o i Romani?! È il massimo di arcaico e ancestrale che vi viene in mente per giustificare tutto sto popò di casini?), oltre che, banalmente, risolvibile in termini pratici: certo, tutti si aspettavano di non avere tutte le risposte, ma quantomeno indirizzare le questioni decisive... Beh, molte rimangono sensate anche senza particolari risposte – d'altronde, cercare ogni risposta equivale a rinunciare all'“aura” e magia di molte storie (Alice in Wonderland docet).
Ecco quindi il perchè di un finale perfetto dal punto di vista tematico, ma giunto al culmine con fatica, dopo tre stagioni di progressiva stanchezza, culminate nella pigrizia totale della Stagione Finale.

La Scatola Magica
Parliamo ancora un po' della meccanica che ha reso Lost un prodotto di successo. Come diceva McLuhan, il mezzo è il messaggio, è per Lost è vero fino alle estreme conseguenze.
Cos'è cambiato con Lost? Fondamentalmente niente che non stesse già per accadere, solo che si sono accorciati i tempi.
Se ricordate i telefilm della vostra infanzia (quelli vecchi, come Supercar, Hazzard, La signora in giallo, ecc.), raccontavano fondamentalmente storie autoconcluse (ovvero autonome e risolte nell'ora scarsa del loro svolgimento), con un drappello di personaggi più o meno fissi e bidimensionali, regia e sceneggiature perfettamente lineari e modulari. E per forza di cose, molto ripetitive.
A metà degli anni 80, le cose cominciano a cambiare: le serie televisive americane tentano di diventare più accattivanti, con personaggi più complessi, che spesso attraversano, nell'arco di intere stagioni, cambiamenti anche importanti. È l'inizio della cosìddetta soapizzazione dei serial, con l'introduzione di trame, sottotrame e personaggi a lungo termine, senza però allontanarsi troppo dalla formula autoconclusiva. Un esempio recente: le prime stagioni di House seguivano questa logica.
Sul finire degli anni 90, serial come The Sopranos hanno accantonato l'autoconclusività degli episodi, che diventavano tasselli fondamentali di un disegno più grande. Esattamente come le soap operas.
A metà dei 2000, il passo ulteriore, l'abbandono della linearità. Lost non ha inventato niente, certo, ma ha portato in televisione e a un largo pubblico delle modalità di narrazione da film d'autore (certo, sto esagerando): le già citate linee narrative di lungo respiro vengono tritate e frullate in una narrazione costantemente a due tempi (che sia il presente, il futuro o il “possibile”), investendo molto sulla recettività e sulla fede(ltà) dell'audience (e capitalizzando con intelligenza anche sulla possibilità di ingannarlo, come dimostra il finale della terza stagione), raramente lineare e didascalica, con ellissi a vari livelli. Sembra poco oggi, ma fino a sette, otto anni fa era completamente impensabile per un canale televisivo che è il corrispettivo americano di RaiUno.
Certo, il quid di Lost (del primo Lost, quello delle prime due stagioni), a parte la questione narrativa, sta in una miriade di fattori: nella brillantezza dei personaggi, nel loro essere simbolici e al contempo credibili; nell'altissimo livello medio di scrittura, sorretto a meraviglia da dialoghi vibranti, intreccio puntuale e fresco, quasi la macchina da storie perfetta; nella regia, essenziale ma non ruspante, che sa quando concedersi qualche effetto un po' sborone; nella recitazione vibrante; nelle musiche, le più ispirate e originali da tempo, un'amalgama di armonia e ossessione.
Ma soprattutto lei, la Scatola Magica. Il fascino inesauribile e incontenibile dell'ignoto, un gioco (o una presa in giro) senza fine con ciò che rende l'essere umano una creatura fantastica: la curiosità. Come si diceva, il mezzo è il messaggio: il messaggio di Lost è fondamentalmente di foraggiare la propria spiritualità, di "avere fede" nella propria curiosità, di essere strumenti della propria ricerca personale. E non si chiede nulla di meno nemmeno agli spettatori.
Strano, forse la questione capitale in Lost tra scienza e fede si risolve tutta lì, nella curiosità.

La (nostra) patetica, piccola vita
Nessuna storia è davvero realistica, è impossibile ricreare la realtà quando si racconta una Storia. È per questo che esistono i quotidiani, o i reportage, o i documentari: per raccontare o analizzare certi aspetti della realtà secondo certi punti di vista. Le Storie interpretano la realtà, prendono in prestito alcuni suoi elementi e li rielaborano in una forme più digeribili e/o entusiasmanti, ed è proprio questa forma più semplice e meno problematica a rendere possibile letture diverse a livelli diversi, applicabili anche al quotidiano.
Storie totalmente autoreferenziali o fini a se stesse, appiattite su ciò che rappresentano insomma, o lo sono deliberatamente (e non c'è niente di male) o sono “mal consigliate”. E proprio per questo, le storie, se prese con il giusto peso, hanno un potere che non è solo quello di farci fantasticare o viaggiare o divertire, ma è quello di aiutarci in modo insperabilmente concreto – quasi subliminale - nelle nostre vite. Non si sta parlando di “morale”, attenzione, ma di problemi e questioni che possono presentarcisi davanti a ogni angolo.
Nell'anima di Lost, come già accennato, c'è la volontà di raccontare la storia di persone credibili, certo, ma non reali. Hanno problemi e dilemmi terribilmente vicini ai nostri: come noi sono Perse non solo nello spazio e nel tempo, ma anche in un mondo che ha saggiamente scelto di non essere più regolato da termini etici o sociali assoluti, ma che, forse per pigrizia, non è ancora alla ricerca di valori sostitutivi all'altezza.
Ovvio, non è roba risolvibile per televisione (che ha anche altre esigenze), ma, come si suol dire, sollevare la domanda è più importante dell'avere la risposta. E non è un caso che i riferimenti al mondo della religione, della filosofia e della letteratura siano molteplici.
Ad ogni modo, Lost ha provato a consigliare il senso del Valore in un mondo ormai post-religioso, che pertanto necessita costantemente di ricordare le sue priorità, i suoi punti di orientamento. È per questo che i personaggi hanno origini diverse, percorrono strade così tortuose prima di arrivare al punto dell'illuminazione, di una comprensione superiore, che non è la ricerca tanto di un nirvana o cos'altro... ma in un abbraccio collettivo.
Ma in un mondo post-religioso va sempre e comunque fatto salvo il fatto che nessuno ha mai realmente ragione, ma tutto ha un senso. Neanche io in questo post gargantuelico, per dire. Tutti devono passare attraverso sbagli, illusioni, dolore, peccati, sacrifici, sangue per “guadagnarsi il Paradiso” - comunque lo intendiate.
Cito uno dei manuali di mitologia comparata più famosi e sfruttati da scrittori e narratori in genere, L'eroe dai mille volti di Joseph Campbell: "L'individuo [...] si libera da ogni attaccamento alle proprie limitazioni personali, alle proprie idiosincrasie, speranze e paure, non si oppone più al proprio annullamento, indispensabile per rinascere nella conoscenza della verità, ed è finalmente pronto per la grande conciliazione. Annientate le proprie ambizioni personali, egli non cerca pià la vita, ma spontaneamente si abbandona che può accadergli". È questo il significato di tutte le pratiche religiose, è questo il significato di moltissime Storie.
Che Lost ci sia riuscito a porre la "questione spirituale" in ognuno di noi, penso dipenda da quanto sia riuscito a penetrare nella scorza di ognuno di noi, daquanto sia riuscito a bucare il nostro scetticismo.
Personalmente, molto. Io ho vissuto questi sei anni al fianco di John Locke, nel bene o nel male, c'era qualcosa nelle nostre "sofferenze" di dolorosamente simile, e forse universale. C'era qualcosa nel suo andare avanti nonostante non sapesse la strada, nella sua gratitudine immensa per la nuova possibilità ricevuta, nelle sue crisi di fede... era lì, era vivo, c'ero anch'io in lui.
Va beh, non divaghiamo.













venerdì 18 dicembre 2009

Fa che nonna mi abbia regalato i contanti e non il solito paio di guanti

(il titolo è una citazione di "Canzone di Natale" degli Zen Circus)
(il seguente testo è stato scritto nella notte il 9 dicembre alla 1.50. lo pubblico come lo scritto, e non so perchè)

Per la prima volta da anni, mi sono accorto che posso vedere qualche stellina stando comodamente sdraiato a letto. Beh, certo, anche perchè le persiane non sono completamente chiuse, e c'è uno spazio abbastanza largo da permettermi di vederne distintamente un paio. E questo dopo due ore di essermi praticamente vietato di dormire pensando a un vecchio progetto che ormai, mi rendo conto, è impossibile portare a termine come vorrei. Come tutti i migliori periodi, anche in questo c'è un mare di roba da fare simultaneamente, e proprio questo impedisce di fare tutto al meglio. Anzi, a volte è proprio questa sovrabbondanza a impedire di fare qualunque cosa.
Recensioni, studio, teatro, varie letture, varie visioni, un po' d'esercizio, i pasti, i mezzi di trasporto, le richieste dell'ultimo momento, il magico mondo del www, la vita sociale tutto da comprimere in un unicuum spaziotemporale che scorre inesorabilmente veloce.
Tempo fa, parlavo di troppo ozio da svolgere. Confermo, vorrei giornate di 72 ore. E teatro almeno ogni 24 di queste 72. Vorrei leggere e ascoltare i dischi allo stesso tempo, ma non riesco fare entrambi con lo stesso cervello senza cominciare a pensare a una terza cosa. Su altri fronti, sto riuscendo a raggiungere un grado soddisfacente di multitasking e con una soddisfacente qualità. Rimangono fuori lo scrivere e il disegnare, oltre che lo studiare. Ma è solo il nostro dovere nella vita, che sarà mai! Presto poi, ci sarà anche da cominciare a lavorare alla tesi. Evvai!
Voglio morire!
Alè!
Ho tanto freddo!

Son due ore e mezza che mi giro nel letto e adesso ho deciso di mettermi a scrivere per stancarmi. Non è servito The Player su Deejay TV, e non avevo voglia di vedere South Park. Beh, meglio così, adesso so cosa fare quando non riesco a dormire. Scemo io a non pensarci prima. Se sta cosa finisce sul blog finisce davvero che qualcuno mi chiude in clinica. Ergo, finirà sul blog.
Oggi a Milano ho visto Ignazio La Russa, non so perchè ma non ho avuto idee per stuzzicarlo in qualche modo. Non volevo dargli la soddisfazione di augurarmi un cancro. E poi, era al cellulare. Al, non nel. Mannaggia.
Mi sembro tanto il protagonista di Moon. Senza fare troppi spoiler [e qui consiglio a chi lo vuole vedere di saltare qualche riga, non si sa mai], ma tre anni da solo sulla Luna sono inevitabilmente deteriori per la mente. La sola valvola di sfogo, la sola cosa che lo salva – non dalla pazzia, o almeno non solo da quello – è l'amore. Un amore virtuale, a sua insaputa. Anzi, un amore in differita. Un amore che di fatto è solo nella sua mente e nei messaggi che gli vengono centellinati da Terra. Ok, ora mi sono un po' lasciato prendere la mano dall'amore che non c'entra niente. La mia similitudine era per via della degenerazione mentale, ma mi chiedo se anche da quell'altro punto di vista... Film bellissimo, comunque... Regia inglesissima, poco indulgente, Sam Rockwell da paura, anti-clichèttaro, anti-plumbeo, a tratti impietoso, ma con un happy ending solare, inaspettato e adattissimo.

Tutto questo per dirvi che ogni tanto al blog ci penso.
Tornerò.
Presto.

domenica 11 ottobre 2009

Post Comunista

Allora, Berlusconi è incazzatissimo.
Stavolta ha deciso che non si smentisce niente, si va dritto, si sbraita fino alla fine. Muoia Sansone con tutti i filistei. La resa dei conti. I parallelismi sinistri e sinistroidi col finale del Caimano si sprecano. Silvio è Back in Black.
Ok, fin qui i fatti noti. Venerdì, oltre a La Repubblica, ho acquistato anche il Giornale. Per farmi due risate: l’indignazione non basta, bisogna ridere. Ridere però spesso cade nel vuoto. Bisogna argomentare? Bisogna parlare? Non so. Di fatto, come capita da anni a tutta la gerarchia della berlusco-destra, quando oggettivamente mancano gli argomenti, partono gli insulti, partono anche le difese sdraiate al Capo
Feltri apre ovviamente le danze, espandendo quanto già detto dal Biscione (sentenza politica, responsabilità del Capo dello Stato), ma con qualche “comunista” in più. Questa parola ha perso senso da talmente tanto tempo che non ci si è chiesti ancora quale sia la sua re-semantizzazione. Poi magari mi viene a rispondere uno che mi dice “è una parola usata come insulto che ormai ha perso senso”. Eh, grazie al cazzo.
La tesi di Feltri è che Berlusconi, dicendo quel che ha detto su Napolitano, era perfettamente legittimato dalle circostanze, senza considerare che a) non risulta che il Capo dello Stato abbia mai promesso a Berlusconi alcunché; b) se l’essere stato comunista – qualsiasi cosa significhi – non garantisce l’imparzialità, non ne è garanzia provenire da nessun partito o storia politica. E visto che per essere Presidente della Repubblica bisogna essere parlamentari, e se per essere parlamentari bisogna appartenere a un partito – de facto -, nessuno può essere davvero imparziale. L’imparzialità, come giustamente fa rilevare lo stesso GN, sta nel prendere come pietra di paragone la Costituzione. Ergo, scrivere “al momento di salire al Colle militava ancora diligentemente nell’ex Pci. Il che non è una garanzia di imparzialità” è puramente puerile. Nessuno, usando il medesimo parametro, può esserlo. L’errore, semmai, del Presidente della Repubblica è stato quello di aver fatto passare il testo in prima istanza. Di non aver sottolineato i cosiddetti “rilievi di incostituzionalità”. Da questo punto di vista, sì, anche Napolitano esce sconfitto da tutta questa faccenda – ha questo potere e questa responsabilità, e scenate come quella dell’altro giorno con quel cittadino che gliene chiedeva conto, sono del tutto fuori luogo. Ma procediamo.
Feltri fa notare che il Paese è piombato in un clima da guerra civile. È vero. Dal 1994, dal discorso della “scesa in campo di Berlusconi”, quando fece la sua mitologica distinzione delle due Italie. È da quando ha tracciato quella linea nella sabbia, che è iniziata la Guerra Civile.
Numerosi i rilievi sul lessico iperbolico e vittimista del direttore del Giornale, come sempre impegnato in deformazioni violente e pornograficamente capziose dei fatti, anzi, di alcuni fatti, quelli che gli fanno più comodo. Come ogni bravo villain da film – anzi, come ogni bravo scagnozzo del villain, che ride a ogni battuta poco divertente del capo - lo loda quando dice l’ovvio, lo straloda quando dice il falso. Una domanda ce l’avrei per Feltri: allora, Berlusconi non sbaglia mai, giusto? Ma da che punto di vista viene questa valutazione? Perché Berlusconi è Presidente del Consiglio? Perché Berlusconi è Leader del PdL? Perché Berlusconi, per proprietà intriseca, è Berlusconi, ergo infallibile?
Veneziani inforca con il suo op/eda intitolato “I teppisti chic della sinistra che vogliono sfasciare l’Italia”: che forza, sono un teppista chic. Questa settimana mi hanno definito radical chic, io preferisco geek chic, ma teppista chic è troppo forte. Leggiamo: allora, secondo il nostro Veneziani, siamo in un clima da anni di piombo causato dalla sinistra che ha lanciato la solita campagna d’odio e bla bla bla. Ma fratello, non sono certo io ad avere fatto – ancora – quel discorso quindici anni fa, non sono io a continuare a urlare “sono... e rimarranno sempre... dei... comunisti!” quando tento di farti capire che se ci sono delle regole e delle responsabilità connesse a uno status, queste vanno rispettate, che ti chiami Berlusconi o Carretta. Certo, questa contrapposizione sfocia in frangenti piuttosto ridicolini – le varie gallerie fotografiche sul sito di Repubblica con “siamo tutti farabutti” e così via fanno sorridere: prendere così forzatamente ogni frasi sciocca di un premier che ha evidenti difficoltà di comunicazione, vista l'immane quantità di volte in cui è costretto a rettificare, non porta lontano.
Certe reazioni esasperate, non se ne stupisca l’iperbolico Veneziani, sono prodotto di tempi esasperanti, in cui si tenta di svegliare questa supposta “maggioranza silenziosa”, di affrancarsi dall’omertà, dal silenzio in cui questo squallore etico e questa approssimazione d’azione politica ci stanno gettando. Senza risultato.
Sì, quello di Berlusconi è un Paese che non ci piace, che prende decisioni di stomaco e non di testa, che prende la demagogia come scudo, che generalizza tutto per strumentalizzare – e sappiamo che generalizzare è da idioti, esattamente come è idiota una politica (o supposta tale) esclusivamente fondata sul consenso e sul rilevamento da sondaggio. Ignorare le insidie e l’artificio nascosti in ogni atto politico è stupido, utilizzarli a fine personale è criminale. Si è in politica per il bene comune, se non proprio per il bene superiore.
Le milizie benestanti e acculturate – i teppisti chic - di cui parla Veneziani non sono certo le uniche a parlare, ma non è certo una coincidenza se uomini con diverse storie, culture, mondi sociali, magari un tempo anche contrapposti, puntino il dito contro “l’elefante nella stanza”. Dal sapere viene il senso critico, un senso critico che molta gente ha perso, assopita da prodotti anestetici, fatti per trasformarli in infrastrutture del consenso, abituarli all’adesione, alla promessa fantasmagorica di una vita kitsch, a-problematica e compiaciuta, una fiera delle piccole grandi furbizie con cui si possono scavalcare le regole. Quelle regole che esistono a favore di tutti. Il problema è affrontare i problemi, ma affrontarli davvero, insieme. Che tutto questo si trasformi nel solito pessimismo “italiota” autoindotto e altrettanto demagogico fa parte del gioco.
Ma anche qui, conoscere, osservare quanto più criticamente e “distaccatamente” possibile il mondo, interpretarlo, aiuterebbe molto più dell’indagine giornalistica più completa, della sentenza di Consulta più illuminata, del comizio più efficace ed emozionante.
È paradossale poi come si denunci la divisione e la violenza di una parte politica, quando all’interno della propria si esige l’omogeneità assoluta di pensiero e parola. Non la coerenza ai principi che si vanno millantando – fortunatamente di radio, almeno per gli ex FI e gli “ufficiali di collegamento” come Gasparri -, ma proprio l’assoluto appiattirsi alla linea. Ma d’altronde, chi non è allineato è un comunista. Chi esagera e ricatta, è un alleato prezioso. Ma troppo pericoloso per rischiare elezioni anticipate e scheggiare un po’ la propria immagine di leader eletto dal popolo. “Volontà popolare”, “eletto dal popolo”, per quanto legittimati dalla gente, non si ha nemmeno il rispetto di riconoscergli un’intelligenza, una possibilità di scelta, la possibilità che la fiducia che si ha avuto dev’essere onorata rispettando il principio del bene superiore.
C’è tanto da dire, e ci tornerò. Ero partito con l’idea di fare qualcosa di molto più scanzonato, ma leggere il Giornale è un’esperienza tanto stimolante quanto offensiva. Mi fermo a pagina tre.
Però sta copia la conservo per i momenti di quiete. A futura memoria.

lunedì 8 giugno 2009

On stage

Già ti scoppia il cuore, già ti manca l'ansia che aleggia nell'aria, il sudorino perenne sulle mani, i praticabili da spostare, il cerone e mascara delle sei e mezza, i dieci centesimi lasciati nella macchinetta del caffè, la preghierina collettiva, le frotte di bambine e bambini a riversarsi sul palco, occhi brillanti e sorrisetto, le battutine che stemperano la tensione, il nervosismo che contrasta ed esalta l'entusiasmo negli occhi di tutti, e l'infinita attesa che si esaurisce con l'eco del passo che supera le quinte e tocca la scena, illuminato da qualche luce, a strapiombo nel silenzio nero.
Poi c'è una voce che non sembra la tua che cerca a stento di echeggiare, di sfiorare quelle facce che intuisci ma non puoi vedere, di portargli in braccio il tassello di una storia, e se sei fortunato rubargli pure un'emozioncina. Respiri un ossigeno diverso, un ossigeno speziato e inebriante, una strana droga che sa di sorrisi, riverbero di luci, rito sacro collettivo e egocentrismi a cazzotti con la timidezza.
Poi raccogli tutto quello che hai e lo spargi nell'aria, e magari zoppichi nel tentativo, magari lì per lì non ti rendi conto e non senti niente attorno a te, ti ritrovi nella scena. L'orologio a cipolla da cercare a tentoni nella tasca ti restituisce alla realtà, ma la battuta successivo ti proietta nel tuo altro che ricomincia a esistere per qualche altro minuto.
Già ti manca tutto questo, e altri due milioni di cose che ci sono, le vedi, e non sai descriverle. Persino "magia" non basta nemmeno a sfiorare il concetto.

Questo venerdì, sabato e domenica sono stato impegnato in uno spettacolo basato sulla storia di Anastasia, in realtà il saggio della scuola in cui, un po' per caso un po' per fortuna, ho cominciato qualche mese fa a frequentare un corso di recitazione.
Come avrete intuito, oltre alle parti narrative recitate - in cui interpretavo lo sfortunatissimo Principe Paul, promesso sposo abbandonato della protagonista -, a farla da padrona è stata la danza - e d'altronde, considerando che la scuola in questione fa fondamentalmente questo, non si sfugge. Insomma, un ulteriore motivo di attrattiva per me, da sempre affascinato da quest'arte, ma troppo limitato per cimentarsi in prima persona.
La cosa veramente enorme, all'inizio quasi ingestibile psicologicamente, è stato il fatto di poter calcare il palco del Teatro Fraschini di Pavia, un inquietantissimo signor teatro. Una di quelle occasioni più uniche che rare nella vita per cozzare violentemente con un luogo che nella sua austera monumentalità (ossimoro?) sembra volerti dissolvere appena osi affacciarti oltre la quinta. Talmente enorme, alla fine, che si è mangiato per benino la mia voce inesperta da rookie della recitazione.
Un'emozione enorme soprattutto perchè condivisa dall'inizio alla fine, una specie di abbraccio continuo, con questo confortante ed elettrizzante sentirsi parte di un tutto, di una macchina un po' mamma un po' tornio, per cui ci si incrocia sorridendosi con quel leggero filo di complicità, oppure si accetta senza indugio ogni tipo di richiesta di aiuto (e qui saluto gli "amici" macchinisti, Matteo, Mitch e Maurizio, che mi hanno ingaggiato per lo spostamento dell'attrezzatura durante lo spettacolo). Ma soprattutto, bisogna dirlo, un abbraccio continuo con i miei compagni di avventura, quasi tutti già più "sgamati" di me (e vale la pena di salutarli ancora, a partire da Alma, che in questa occasione non ha recitato, ma è un McGyver in qualsiasi occasione, oltre che Gianpaolo - the mariuols - e il leggendario Gianfranco, come pure le graziosissime e bravissime, Serena e Valentina, oltre alle incantevolmente talentuose Viola, con cui ho avuto il piacere di dividere una scena che spero sia risultata intensa come nelle intenzioni, e Veronica - ballerina da combattimento prestata con spassosi risultati alla recitazione), ma - ne sono certo - non meno emozionati - e d'altronde, se era emozionata la nostra regista-mamma2 Floriana [e mi scuserà ma ho davvero esaurito gli aggettivi, confido nelle mie capacità "telempatiche"], che di teatro ne ha parecchio alle spalle, come potevamo sottrarci?
Ringrazio sentitamente tutti, col cuore colmo e la bocca spalancata dei bambini (e qui saluto il mitico Vittorio, un ballerino fantastico di 5 anni, e tutti gli altri simpaticissimi pargoli che hanno ballato), e con l'ironia scacciapaura dei grandi (un saluto con complimento ai ragazzi di danza contemporanea, con un balletto energizer sulla storica Mi fumo una pipa [anche nota come Mi chiamo Filippa, o L'olio d'oliva] del buon Mariolino Uomofiglio, e alla loro insegnante Chiara che sembra davvero una forza della natura), oltre che al nostro Pippo Baudo organizzativo e artistico, Eleonora - la "capa" della scuola tutta -, affiancata da Silvana e Paola.
(Uhm, se non ho citato qualcuno, si lamenti qui sotto, ma d'altronde è una scrittura piuttosto a getto per buttare giù un po' di adrenalina che ancora gira. Whooof! Verboso, eh?)
Mi manca tutto, ma fra un anno sarà di nuovo tutto in moto.
L'unica pecca è che non sarà più la prima volta.


martedì 2 giugno 2009

Greatest Tits: Best of the Week(s) - Volume 2

Complice un'anomalia spazio-temporale, questo post riemerge dalle nebbie postnucleari dell'apice della modernità tentacolare dell'uomo del giappone.
Eccoci alla seconda parte di un post che avrebbe dovuto veder la luce un quarto di secolo fa. Trattasi di post letterar-musicale, siete avvertiti.

To the bookstore
Letti molti libri nella tratta febbraio-aprile, poi mega rallentamento causa studio.
Tra i consigliatissimi: Mattatoio n.5, fantascienza al servizio di una storia sulla Seconda Guerra Mondiale firmata Kurt Vonnegut. Consigliatissima, dicevo, specie perchè ci sono i viaggi nel tempo, e io adoooooooro i viaggi nel tempo... però insomma, come ogni buon romanzo di sci-fi, è solo un pretesto per raccontarci qualcosa che appartiene agli esseri umani tutti. Alla faccia di chi le vuole male... alla fantascienza.
È toccato Il ritratto di Dorian Gray, di Sir Oscar Wilde, romanzo che odora di perverso e perdizione anche nelle sue pagine più stanche.
Altro salto nel fantastico con Il cimitero senza lapidi e altre storie, raccolta di racconti vergata dal grandissimo Neil Gaiman, che col suo consueto tocco macabro-onirico con retrogusto d'humour nero, che tanto piace ai bambini più svegli. Lasciatevi trasportare. E inquietare.
Una lettura fumettosa particolarmente consigliata a tutti è la trilogia di Contratto con Dio del grande e compianto Will Eisner, che ha de facto inaugurato il genere della graphic novel, o romanzo a fumetti (definizione italiana un po' fuorviante in realtà), con una miriade di microstorie che si intrecciano nel quartiere newyorkese di Dropsie Avenue, abitato prevalentemente da ebrei, storie vere trasfigurate dalla finzione e dalla poesia. Tra nostalgia ed epopea corale.

To the musicstore, with headphones on
Nel magnifico lavoro-hobby di recensore di musica italiana che un po' il caso, un po' l'autoinsoddisfazione, un po' la forza di volontà, un po' i contatti giusti mi hanno portato a svolgere, si è soggetti a un corso di aggiornamento perenne, a volte francamente un po' snervante e sicuramente mai completo. Capita, casualmente come un po' tutte le cose belle della vita, di scoprire dei gioielli che finiscono per punteggiarti l'anima. É successo grazie a Pacifico, che ha condiviso sul per-una-volta-utile Facebook il toccante brano del cantautore americano Smog, al secolo Bill Callahan, Rock Bottom Riser, di cui allego subito lo splendido video.


Altro tassello che ha impreziosito questi mesi è stato l'album Le nuvole di Fabrizio De André, sicuramente tra i migliori della produzione. Beh, gli ultimi sono stati i migliori - molto strano, per qualsiasi artista, ma le ultime produzioni sono state le più interessanti per sperimentazioni, maturità compositiva di liriche e musiche, lucidità di giudizio, trascinante poesia-, per cui c'è poco di cui meravigliarsi. Créme de la créme, la satireggiante Ottocento e la dolorosa La domenica delle salme: brani intensi, da ascoltare, riascoltare, biopsizzare.

É stato anche un periodo di incontri piuttosto intensi, sempre grazie alla rivista: memorabile l'intervista di Arisa, della quale ho avuto modo di sfiorare l'energia vitale proprio in un giorno stranissimo - ve ne parlerò tra poco - stravolgendone il senso praticamente prima che tutto si realizzasse - anche se alla fin fine, sinceramente, musicalmente ci ha già cagato il cazzo... speriamo, come scrivo nella rece, che non finisca tutto in merda.
Altro incontro molto particolare - sia musicale che personale - è stato quello con uno dei nostri cantautori italiani emergenti, il bravissimo Dente, fidentino molto spiritoso, un pizzico dandy, che sa parlare d'amore e di quotidianità senza ridurli in mozziconi di sigaretta e marchettoni pretesto per menate metafisiche o meno, restituendone intatta la spietata poesia. Del quotidiano.
Passaggi piuttosto mondani quelli in occasione della presentazione del disco di Pino Daniele, di cui non potrò mai dimenticare la voce e durante la quale ho potuto constatare con mano la superficialità di molti miei "colleghi", o di Morgan, in locale fighetto, anche se esperienza piuttosto impegnativa - seguire il filo di un discorso del buon Castoldi è spesso un'impresa, soprattutto se si è seduti su un tavolino - ma tutto sommato emozionante e ripagante, e l'happening di presentazione del romanzo del grande Mauro Pagani - uno dei pilastri della musica italiana, benchè praticamente sempre nascosto dalle imprese dei grandi che ha aiutato ingigantire, come De Andrè o la PFM, al quale ora si riconosce un po' di fama grazie alla lodevole iniziativa pro-Abruzzo -, proprio negli ex-Studi Regson, ora Officine Meccaniche, dove sono nati molti grandi album della nostra discografia.
Due mesi fa vi avrei volentieri parlato di Sanremo, ma ora ho dimenticato tutto ciò che avrei voluto dire... magari se inizio dicendo che gli Afterhours hanno rullato a manetta con il pezzo sanremese più bello degli ultimi anni mi torna in mente tutto il resto e lo scrivo poi nei commenti. Tanto per tenere viva la conversazione.


On stage

Molti di voi sanno che in questi mesi sto coltivando una nuova passione, piuttosto impegnativa per tempo e spostamenti, ma estremamente gratificante, che è quella della recitazione. Come mi ci sono ritrovato è un po' complesso spiegarlo, ma sintetizzabile con la classica ricerca di stimoli, e sto scoprendo di saperci piuttosto fare. E poi è divertentissimo.
Devo ringraziare infinitamente Floriana, la nostra regista-insegnante-mamma2 che ha un cuore grande così e penso stia riuscendo a tirar fuori qualcosa di buono da questo frigorifero demente di nome Paolo, e ovviamente abbracciare i miei compagni di viaggio, che anche in questo brevissimo tempo posso già considerare amici: quindi grassiegrassiegrassie a Viola, Serena, Stefano, Virginie, Veronica, Alma, Gianpaolo "Giampy - Papi - Pannullibus - Ambrogio - GianPall - Jean-Paul Pannullò - Jean-Paul Pallmall - JP - PopPorno" Pannullo e Valentina. Grassie per le splendide serate.

Con questo, si chiude l'infelice esperimento dei Best of the Week. Mei cojoni, direte voi, e come darvi torto? Beh, dal prossimo post la situazione cambierà. In meglio. Spero.


Nota a margine, ma mica tanto a margine, e mica tanto nota. Avrei inserito tutto questo nel precedente se avessi previsto il ritardo di questo post, ma ormai è fatta.
Il 26 febbraio se n'è andato mio zio Alfredo. Inaspettatamente. Non ci sono molte parole da dire, in realtà, c'è solo un grande vuoto con cui si deve imparare a convivere.
Ciao, e grazie di tutto.

martedì 13 gennaio 2009

Best of the Week

In attesa di tempi migliori e di idee più bizzarre, ecco un po' quello che è venuto su in queste prime due settimane dell'anno.

Doctor Who
Sono appena emerso dalla fine della terza stagione (anche se in realtà 29esima, credo...) di questo capolavoro inglese, una volta tanto. Un ritorno all'infanzia per il sottoscritto, a quella fantascienza pura che tanto amavo da bambino, quella coi viaggi nel tempo, gli alieni strambi, i robot cattivi, le astronavi, e soprattutto una coppia di affiatatissimi e un po' stavaganti protagonisti, tra cui spicca lui, The Doctor, interpretato da un "fantastic", "brilliant", eccetera eccetera David Tennant. Assolutamente da non perdere.


Electric Light Orchestra
Ok, lo ammetto, questi sono entrati a causa del Doctor Who. C'era un episodio con un loro pezzo irresistibile, eh, beh, eccomi qua a riascoltare giorno e notte Mr. Blue Sky. Un brano che fa letteralmente resuscitare i morti, direttamente dalla Electric Light Orchestra.




Altra perlina musicale, l'allegra Oh Paris di Dent May, preso direttamente da questo blog molto simpatico che ho appena scoperto.

Alla prossima, people!

mercoledì 7 gennaio 2009

Don't look back in anger

Eccoci allo start-over periodico di questo blog.
Questi ultimi mesi sono stati abbastanza movimentati, tra laurea, piccoli progettini andati in porto, grandi progetti portati avanti a fatica, piccole gioie e delusioni di vario tipo, Glamazonia, rivista e annessi, ma soprattutto per via di recitazione, questa novità che mi sta dando tanto. Tanto che tre settimane di pausa forzata e sto diventando piuttosto irritabile.
A Paul's Life è rimasto un pochino penalizzata, ma beh... saprà perdonarmi, specie quando deciderò a regalargli il famoso restyling. Ora, sinceramente non so promettervi nulla, ma ho parecchi bei disegni da mostrarvi, e appena riuscirò a digitalizzarli in qualche modo saranno qui. E penserò a qualche bel contenuto speciale riservato ai miei lettorini in giro per il mondo.
Dai, almeno un aggiornamento settimanale ve lo prometto.

Ciao a tutti,
and goodyear!



P.S.:

Chiudo con i marchettoni aggiornati:
http://www.lisolachenoncera.it/recensioni/?id=324
http://www.lisolachenoncera.it/recensioni/?id=308
http://www.lisolachenoncera.it/recensioni/?id=298
http://www.lisolachenoncera.it/recensioni/?id=290

http://www.glamazonia.it/board/in-due-parole-maxi-046-ottobre-2008-t-7789.html
http://www.glamazonia.it/board/in-due-parole-maxi-045-settembre-ottobre-2008-t-7776.html
http://www.glamazonia.it/board/in-due-parole-international-013-settembre-2008-t-7793.html
http://www.glamazonia.it/board/in-due-parole-international-012-agosto-2008-t-7604.html
http://www.glamazonia.it/board/in-due-parole-international-011-luglio-2008-t-5958.html

martedì 2 settembre 2008

Hsohnohrah

Da L'amore
[...] l'unica certezza è gli occhi che io ho di te [...]
... eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeh?!

Da Love Show
[...]Se voglio sognare mi gioco tutta la mia libertà
respiro parole che dentro suonano di musica.
[...]
Sono qui, amami
io sarò baci facili
[...]

....EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEH?!




domenica 10 agosto 2008

Treno di ferro



Buonanotte
buonanotte che vado
vado e non c'è appello
e nemmeno l'ombrello trovo questa notte
così vado anche se piove
anche se dietro le nuvole è tutta luna nuova
vado senza di te
vado senza di te.

Coraggio fratelli miei
il cappotto che vado
che vado avanti
vado senza di lei
tu stai in gamba che vado
come dicono di là dal mare
abbi cura
abbi cura di te.

Che anche quest'ora passerà
come una notte di campagna
quest'ora passerà
se vorrò bene al mio sogno
come a un abito di fiamma
quest'ora passerà.

Sono i mesi del vento
l'uomo che sogna
l'asino che vola
e tutto il resto che va.

È che là fuori
c'è un treno di ferro
con il cuore di calce
il soffio di acido e veleno
una valanga d'amore contro un bicchiere d'aceto
dopo l'ultimo bacio
prima del fischio del treno.

Tu non confondere il sapere col sospetto
e quest'ora passerà
come una notte di campagna
o come il tempo tutto
quest'ora passerà.

Sono i mesi del vento
l'uomo che sogna
l'asino che vola
e il tempo tutto che va.

È che là fuori
c'è un treno di ferro
con il cuore di calce
il soffio di acido e veleno
una valanga d'amore contro un bicchiere d'aceto
dopo l'ultimo bacio
prima del fischio del treno.

(Ivano Fossati)

venerdì 8 agosto 2008

Due cani in lotta

Per come me l'ha raccontata il capo, le cose andarono così. C'era questo qui, un altro indiano, credo... un tipo a posto, ma in passato aveva avuto dei problemi. Forse qualche guaio con la legge. Un'infanzia difficile, chissà. O magari cattive compagnie... O forse, per qualche motivo, sentiva di non poter esprimere tutte le sue potenzialità. E parlando dei propri conflitti interiori, dice al capo, "Dentro di me ci sono due cani. Uno è cattivo e malvagio. L'altro è buono. Il cane cattivo combatte costantemente quello buono."
Quando udii questa cosa, compresi veramente quel tipo. Capii che uno dei cani incarnava i nostri sogni e le buone intenzioni. Ha uno scopo, un ordine. Forse rappresenta il rispetto per gli altri e per se stessi. Il rispetto per ciò che possiamo diventare se ci mettiamo il cuore.
L'altro cane... non rispetta nulla. È una bestia rabbiosa, folle ed egocentrica, accusa gli altri del proprio malessere. Attacca in ogni occasione. Non desidera altro che crogiolarsi nell'impetuosa oscurità della propria rabbia.
Così qualcuno fa una domanda a questo indiano. Gli chiede quale cane vince, di solito.
Il tipo guarda in basso e ci pensa un po'. Per un sacco di tempo non dice nulla.
Poi, dopo attenta riflessione, risponde.
Dice questo.
Dice, "il cane che vince è quello a cui do da mangiare di più".

da Daredevil Vol. 2 #55, testi e disegni di David Mack

mercoledì 25 giugno 2008

Io, per piacervi, mi epilerei per tutto il santo giorno...

L'avvenire è già avvenuto.
Inevitabile e splendente, arriva la risoluzione di ogni nostra attesa o piccola morte.
Consolante come l'acqua per l'assetato, si chiude la sottotrama con twist mediamente sconvolgente, prevedibile e previsto, il climax dopo il quale è tutto conseguenza. Penitenza per ingiusti e dilettanti, piccolo rimescolamento di mondo per gli altri, tanta e buona fortuna al giocatore. Tendiamo la mano al sorridente, che si è troppo arrancato e pianto di nascosto e mandato giù a forza il boccone dell'ingiustizia, mai davvero inattesa ma ubiqua. Auguri e fiori bianchi, sana invidia a bordo campo, alti i calici di chi s'è impegnato.
L'unico foglio acceso è quello del testimone parziale, me medesimo, che s'illude di potersi sfogare con qualche rigo di testo ben scritto e altisonante, sfuggendo al giudizio dei molti e di se stesso. E tanti saluti alla coda di paglia e al circolo vizioso del codardo: inevitabile come gli eventi, arriva il lamento e l'autoassoluzione.
Nessuno comprende, chi sa leggere capirà. Questo voglio e questo mi aspetto; nessun insulto, nessuna pacca sulla spalla, solo un eco che mi dica dove andare, e riaccenda una forza e una fede già in risveglio. E una voce che mi sappia riconoscere e straziare, una voce che perdoni gli eccessi del foglio e del suo genitore. Una voce spontanea, che tarda, non arriva e, come sempre, delude. Che propina una pietà ridicola, come se tutto questo fosse stato una strana malattia. E che quindi non comprende.
Maledetti gli occhi.
Per quanto possa essere fiero di aver individuato, unico tra i pochi, "due alberelli pazzi" in quel paio di occhi, per quanto abbia potuto sperare di riuscire a... beh, alla fine non c'è stato niente da fare. Non c'è stato neanche modo di tentare di fare quel poco che si voleva fare. Nessuna opportunità concessa. E toglie il fiato. Toglie il fiato all'inizio, e lo toglie anche quando, ahinoi, succede l'inevitabile. Ed era già stata una corsa infame all'accettazione, con gli altri quattro stadi precedenti ad avvicendarsi senza tregua, anche più volte nello stesso istante. Grazie al cielo, l'inevitabile è un grande aiuto, un invito alla rassegnazione: certo, fastidioso all'inizio, ma consolante dopo aver smaltito un po' di rabbia (stadio 4). Perchè non farsi testardi? Perchè non martellarsi ogni notte con la stessa litania di piccoli orrori? Perchè non ha più senso. Perchè non c'è più tempo, per quello. È ora di camminare. Ma quel "vago" senso d'ingiustizia Non. Muore. Mai.
Qualcuno diceva "il vago senso che ho di averlo preso in culo".
Il desiderio più viscerale e vero e luminoso dell'esistenza preso e messo da parte, ignorato, scavalcato, scartato: una cosa legittima e naturale, non c'è dubbio, ma uno strazio, un aborto per chi ci crede. Purtroppo le belle cose astratte non bastano, non servono a dimostrare niente. E spesso nemmeno quelle concrete. Manca proprio l'aggancio tra desiderio (che parola limitata) e realtà. E questo condensa il senso insensato di tutte queste righe.
Se leggessero, non desidererebbero parole e amenità simili, quegli ardenti "arberelli pazzi" non desiderebbero queste lodi ipotetiche a sacrifici e martiri, questi accenni vagamente sarcastici e nichilisti a quello che è, ma è questo quello che è voglio dire, come lo voglio dire.
Fine del solenne atto d'onanismo, ora si torna a ricostruire la baracca.
Voglio bene a tutti-ma-proprio-tutti, voglio bene al futuro ma un po' lo temo, voglio bene al passato ma un po' lo detesto.
Signori, se permettete, vado a riprendermi il cuore, che m'è scivolato un attimo.

domenica 3 febbraio 2008

One Week Later (Prologo alla Campagna Elettorale)

Il 24 gennaio 2008 è morto il secondo governo Prodi. Lo sapete.
Ne gioirete, ve ne dispiacerete. A me, mi conoscete, dispiace. Anche umanamente.
Sono stati due anni estremamente controversi: tra indulti e liberalizzazioni, duelli al calor bianco con la Chiesa e con la cittadinanza, e dietro a tutto un'opposizione infantile e lunatica. Un'opposizione che alla fine si è riscoperta serva del Capo.
Sono stati anche i due anni della diminuzione del debito pubblico e del fabbisogno finanziario (zitti zitti, qualche provvedimento per la riduzione di consulenze e stipendi è stato preso -- soltanto qualcuno, ma ci sarebbe stato tempo), del deficit sceso dal 4 al 1,3%, della riduzione dell'evasione fiscale, dell'aumento del gettito fiscale senza nuove imposte e quant'altro. Senza dimenticare il mitico Decreto Bersani. Proprio per restare sul terra terra.
Sono stati gli anni dell'indulto, sul quale davvero ancora oggi fatico ad avere un'opinione esatta (per quanto ve ne possa importare); dell'indolenza (ancora) sul conflitto di interessi; dei ritardi sulla riforma televisiva che praticamente si attende da 30 anni; dei ricatti delle ali "esterne" della coalizione; del problema Tav (ereditato dal passato, ahinoi) e della base a Vicenza (idem). Dei tira e molla etici.
Forse il problema fondamentale è stato di identità. Un governo senza identità, nonostante le 280 pagine di programma, portato al naufragio da dinosauri politici un po' improbabili fatti forti dai numeri ridotti all'unghia, grazie a una legge elettorale di merda e con i dubbi sulle schede bianche. Una schizofrenia inevitabile, tenuta a bada solo dall'opposizione al Nemico. Al Nemico che intanto ha tirato fuori le vecchie armi, di demonizzazione del nemico (e a far così anche noi c'abbiamo guadagnato, eh...), di cataste di bugie, di odio alimentato alle estreme conseguenze, di mezze frasi rimangiate il giorno dopo, di sorrisoni agli amici della piccola e media imprenditoria, contando sulla loro indolenza totale al mondo e sulle loro mani sempre al portafoglio, gente che non ne aveva compreso l'incapacità politica, l'istrionica volontà di farsi amare sempre, di non prendere decisioni coraggiose mai. Pararsi il culo, sempre e comunque.
Il problema di un'identità difficile da ricostruire. Partiti politici nati per raccolta scarti, con pezzi di Democrazia Cristiana praticamente ovunque, con l'età media di Matusalemme e la percezione della realtà di una mummia. Gente così, che si nasconde dietro al perbenismo dei valori cattolici, per combinarne di ogni dietro le quinte e venirsene fuori con tanto buon vittimismo. (ok, questa frecciata era proprio facile facile) E questo è stato il cancro di questo secondo governo Prodi.
Il centro-destra non ha un'identità, ma ha un leader, un bel faccione che muove bene le labbra e che porta tutto il felice carrozzone alla vittoria con facilità. Il centrosinistra ha tante belle speranze e poca gente che sappia comunicarle, che sappia infuocare le folle. Ma forse è proprio il mondo a essere intorpidito. Forse questa enorme e giustificata sfiducia nella politica è talmente dentro ogni fibra del popolo italiano da non saper più ascoltare, da non voler più ricordare, si va solo a rincorrere il jingle più accattivante. Non più ideali. Solo cose.
E forse tra poco neanche quelle, tra poco non voterà quasi nessuno.


martedì 29 gennaio 2008

L'ultimo uomo sulla Terra ha la diarrea

Io sono leggenda è prima di tutto uno dei più grandi romanzi fantastici della storia. Da esso, è derivato gran parte dell'immaginario fantastico della seconda metà del Novecento: senza la storia di Robert Neville, Stephen King sarebbe un Signor Nessuno e George Romero probabilmente un mestierante di quart'ordine.
Ed è proprio senza Richard Matheson (l'autore del libro), senza il romanzo Io sono leggenda, che Francis Lawrence (il regista del film) e compagni hanno deciso di portare sul grande schermo un film con lo stesso titolo, che si fregia in ogni dove di essere stato tratto dal libro, ma che con esso spartisce solo qualche quasi incidentale elemento. Di sicuro non l'anima.

ATTENZIONE: SEGUONO SPOILER PER CHI NON HA LETTO IL LIBRO E/O VISTO IL FILM
Matheson ci piazza davanti la cruda realtà fin dalla prima riga: Robert Neville è solo, ma assediato da un pericolo micidiale. E' l'ultimo uomo sopravvissuto sulla Terra dopo la diffusione di un virus che ha trasformato tutti in vampiri. In vampiri classici, succhiasangue, allergici alla luce, intolleranti all'aglio, alle croci e compagnia bella. Ma più Neville impara a sopravvivere, a resistere nel suo isolato villino nei sobborghi (aspetto particolare anche questo, visto che il sobborgo americano è il simbolo della sicurezza sotto il tetto familiare), più apprende sulla natura del suo nemico, del male che ha sterminato e poi riportato alla "vita", a una vita insensata e vuota, tutta la popolazione terrestre.
Neville, alla fine del libro, muore. Non si sacrifica eroicamente per una causa. Viene condannato a morte, immolato come simbolo, e lui ne è fiero. Diventa leggenda. Diventa lo spauracchio della specie dominante che ha ereditato la Terra, che è riuscita a venire a patti con il virus attraverso la scienza.
Bene, questa specie teme e al contempo venera l'ultimo umano, l'uomo leggenda che ne ha sterminate a centinaia per puro istinto di sopravvivenza. Ed è forse questo l'aspetto che fa più riflettere: l'attaccamento alla vita è tutto quanto, a qualsiasi livello di organizzazione sociale. La mia specie e non la tua. La tua è diversa e deve morire. La tua è diversa, uccide per difendere se stessa, e deve essere annientata. Ma nel riconoscerti come mio primo nemico, ti temo, e ti concedo un'importanza, uno status forse anche superiore al mio. Un lusso concesso agli dei, agli idoli. Alle leggende, insomma. Discorso paradossale, ma perfettamente calzante.
E' poi nel duello tra razionale, il cui ruolo, anche qui con risvolti paradossali, viene assunto da Neville (che durante tutto il romanzo scopre, attraverso lo studio, la curiosità, ennesimo risvolto dell'istinto umano, come difendersi, come rispondere al meglio al suo istinto di sopravvivenza), e irrazionale, rappresentato dai vampiri (o meglio, dagli affetti dal virus, che, nella loro lenta discesa verso la bestialità, finiscono per rispecchiare molte delle caratteristiche con cui l'immaginario collettivo ha descritto i vampiri medesimi- come il timore per i simboli religiosi o per la propria immagine riflessa - a causa della superstizione medesima) che si dispiega quasi tutto il romanzo, con la sintesi perfetta raggiunta negli ultimi capitoli.
Sì, la nuova specie dominante è sintesi di uomo e vampiro, di razionale e irrazionale, di scienza e superstizione. La dialettica dell'evoluzione, si potrebbe quasi affermare. Ma gli istinti fondamentali, beh, rimangono sempre gli stessi.

Neville muore anche nel film. Ma la sua morte non ha senso. La storia stessa perde tutto quello che doveva avere. Banalizzazione hollywoodiana, la si tira in ballo sempre, ma qui non si scappa: Neville diventa leggenda in senso di eroe positivo che salva l'umanità, sacrifica se stesso per porre rimedio a un suo errore, e per tener fede a una promessa fatta ai suoi cari.
Banale, trito e ritrito.
Inutile.
Tutta la profonda riflessione sulla quasi grottesca contraddizione che anima l'uomo, scompare. E poco importa se il film a livello tecnico è praticamente ineccepibile (sorvoliamo su alcuni effetti digitali, va beh). Poco importa se Will Smith, da solo sullo schermo per quasi un'ora e mezza, regga benissimo.Non eccella, certo, ma entusiasmi, coinvolga.
Tutto inutile, perchè Io sono leggenda è un'altra storia. Non è il concept dell'ultimo uomo sulla Terra non è solo a renderli identificabili. Potrebbe sembrare caparbio soffermarsi su un particolare così banale come il titolo, ma è importante. Gli altri due film adattati dal romanzo avevano cambiato anche titolo. Questo ha la sfacciataggine di identificarsi con esso fin dal titolo.
Passi l'adattamento, lo stravolgimento, ma questa è sfigurazione.

martedì 20 novembre 2007

In/On writing...

Scrivere è un gran brutto mestiere. Ed è quello che voglio fare da quando ho capito di poterlo fare. E di saperlo fare, anche solo discretamente.
Scrivere è sacrificio, di tempo, energie mentali, di anima, spillata goccia a goccia. Perchè ci si mette in gioco, si dà via il culo: un uomo e le sue parole sulla pubblica piazza, così. E c'è chi ci trova della vanità in questo, ed è indubbiamente vero; c'è chi ci trova masochismo, ed è sacrosanto; c'è chi, da invidioso, cerca di "rubare le carte", magari cambiando qualche parola e incollandosi un attimo di vita altrui sul proprio spaziotempo, "vanità" su vanità, o forse perchè si genera tanta compassione a crocefiggersi (e lo dico perchè una volta l'ho fatto anch'io -- senza risultato).
In questo periodo, ho ricominciato a scrivere e a disegnare molto. Ispirazione... voglia... Chi mi conosce personalmente tra voi, sa della mia passione viscerale per entrambi, probabilmente "sopravvalutando" la mia più visibile propensione all'illustrazione. Ma scrivo. Con piacere immenso. Mi porto sempre dietro i miei moleskine o varianti, un po' perchè fa figo, un po' perchè se c'è un'idea scappa e io poi sicuramente la dimentico, anche se finisco per scriverci su solo troiate; quando vado in cartoleria, oltre a razziare le biro al gel e le matite (adooooro scrivere a matita), c'è sempre la tentazione di pigliarsi qualche quadernetto o un block notes (ho sempre in mente l'immagine epica di un Mark Millar o di un Grant Morrison intenti a stendere righe su righe di una scrittura fittissima che andrà a costruire chissà quali Universi di finzione). Sì, forse è solo l'immagine dello scrittore a spingermi a scrivere, a volte. Ma tant'è.
Poi c'è il blog. Il blog lo trascuro tantissimo. Ma è perchè cambio ogni volta opinione sul mio cucciolotto: il tema fondamentale è la sua inutilità, ma un'inutilità che lo rende indispensabile. Cerco di non farlo diventare un'accozzaglia di cazzi miei, ma, come in questo caso, i cazzi miei ci finiscono lo stesso. Una volta recensivo molta roba. Ricomincerò. È solo che adesso non ho voglia. Recensisco tutt'ora, in realtà. Vedrete. Ho trovato il modo di unire scrittura e fumetti, sfogando un po' della mia tradizionale tendenza a polemizzare. Vedrete.
Poi ci sono sempre i miei iperprogettoni: c'è la mia trilogia sui vampiri, che mi porto dietro da sei anni ormai; c'è Milky Way Man, anche lui, da almeno sette/otto anni, tra varianti e ripensamenti che caratterizzano tutto quello che scrivo. Poi c'è SuperYeah... anche lui, un paio d'anni che sta crescendo, ma non è ancora maturo. [E pensare che fino a non molto tempo fa non volevo parlarne.] Poi appunti estemporanei, canzoncine, opere rock, soggetti per film zero-budget, tutto che va a incagliarsi contro la scogliera del tempo che manca. Ma ci sarà tempo. Sono uomo di fede, in fondo.
Ho voglia di scrivere, dicevo. E più passa il tempo, più mi accorgo che ho bisogno di sapere cose che non so, sullo scrivere, su ciò che scrivo (e soprattutto su quello). E più mi fermo a imparare queste cose, meno scrivo. Però, paradossalmente, meno scrivo, più imparo, più le idee si accatastano.
Ecco, tutto questo per dirvi, che se in futuro qui sopra ci troverete qualche delirio in più, è perchè sto cercando di equilibrare tutto, in barba al tempo che scappa.
Scrivere è bel pezzo della mia vita. Questa era solo una scusa per farlo.

mercoledì 10 ottobre 2007

Quentin ha ragione...

Recentemente, il grande Quentin Tarantino ha lanciato un'aspra polemica nei confronti del cinema italiano contemporaneo (ok, il Quentinone ha poi corretto alcune delle affermazioni, evidentemente travisate dalla giornalista del "Sorrisi e Canzoni TV"): per il regista, in Italia si fanno solo film su viaggetti di famigliole sgangherate e provinciali, o tremendi drammi psicologici in salsa metropolitana. Dagli anni 60, dagli anni d'oro dell'enorme Sergio Leone, il cinema italiano non ha più saputo portare innovazione, ha cominciato a cristallizzarsi nelle forme e nei contenuti. Solo il cinema autoriale, e nell'articolo originale Tarantino fa riferimento a Moretti (nell'articolo successivo, afferma però che di cinema italiano recente ne ha assorbito ben poco, vista la distribuzione centellinata), è sopravvissuto al decadimento, proponendo formule più autonome.
E l'assunto di fondo è assolutamente condivisibile. Anzi, è quasi da incorniciare. Addirittura, azzarderei a espanderlo a tutte le produzioni culturali italiane: perchè il nostro prodotto non vale niente nel mondo, perchè un paese con un grande passato cinematografico e culturale come il nostro non sa più proporre, innovare, o anche solo raccontare belle storie? Questione di zeitgeist hegeliano, o di mera pigrizia del pur rinomato artigianato culturale italiano?

Partiamo dal dato oggettivo: se scartabelliamo tra le produzioni culturali degli ultimi anni, l'elemento dominante sembra essere la diffusa mancanza di originalità. Da una parte, alcuni vogliono fare i novelli Antonioni (con rispettoso ossequio al grande Maestro recentemente scomparso), puntando tutto sull'analisi psicologica "dura" incentrata su difficoltà dell'individuo o della coppia; dall'altro, abbiamo a) un cinema d'intrattenimento cristallizzato sulla commediola cazzara delle feste o guascona-semidialettale, o b) sulla commediola ibrida con la suddetta analisi. È quasi scontato dire che questi "archetipi" spesso e volentieri figliano anche dei prodotti di alto valore, prodotti, soprattutto nel secondo caso, spesso senza troppe pretese, ma deliziosi. Per quanto riguarda il primo caso, beh, difficilmente possiamo lamentarci del successo di Moccia se molti scrittori seguono un percorso molto paraculo intellettualisticamente parlando (e probabilmente molto più "gratificante", anche in termini di vanità personale), invece di proporre soluzioni innovative e accattivanti.
Ma, cari amici, ci manca l'estro. Ci manca l'unicità. Ci manca la capacità di prendere i generi e smontarli secondo un non identificabile Italian Way. Ci manca la capacità di non leccare le natiche al pubblico, e proporgli qualcosa di nuovo, coinvolgento la platea ma non assecondandola stancamente. Sono capaci tutti di farsi inondare di soldi nettando il sedere a uno spettatore medio la cui massima impresa culturale nella giornata è tentare di indovinare il personaggio misterioso a "Cultura Moderna", o ridere o insultare se stesso (magari non riconoscendosi come tale) guardando certi talk-show pomeridiani o ascoltando certe canzoni strappalacrime o strappaqualcos'altro. Va beh, ma qui esuliamo, ma soprattutto diciam banalità.

Ora, probabilmente un po' prematuramente, vi "passo il microfono". Siete soddisfatti della produzione culturale di questo paese? Cosa vorreste? Come lo vorreste?
Commentate commentate commentate.


lunedì 28 maggio 2007