buzzoole code A Paul's Life

venerdì 6 luglio 2007

Due davanti e due di dietro...

... come faranno quattro elefanti a stare in una 500?

Due davanti e due di dietro.

(testo: Elio e le Storie Tese; immagini: repubblica.it)

venerdì 29 giugno 2007

So long, Superman...

Quella che vedete alla vostra sinistra, cari signori, è la copertina di un malloppone di 500 pagine (forse riuscite a intravedere la dicitura nell'immagine) contenente 49 storie dell'Uomo d'Acciaio, originariamente pubblicate nei numeri di Action Comics e Superman usciti a cavallo tra il giugno 1958 e il novembre 1959.
Acquistato nel settembre 2006, soltanto pochi giorni fa, il 25 giugno 2007, il vostro valente blogger è riuscito a voltare anche l'ultima pagina e rimetterlo in libreria a riposare per un po'... ok, non contando il fatto che in questo momento è qui accanto a me.
Ora, così sembra sia stata una sofferenza immane, ma, beh... piacere mio, Signora Silver Age, questo è poco ma sicuro.

L'immane e meraviglioso malloppo raccoglie e celebra in un'edizione sì economica ma coi fiocchi le prime storie
Silver Age dell'Azzurrone, storie che hanno cementato buona parte del cast di comprimari e della "mitologia" del supereroe, del materiale che è in parte sopravvissuto anche oltre alla rivoluzione di Crisis, almeno per alcuni caratteri generali.
Senza perdersi in complesse disamine nerdish, sappiate che nel volume regna e fiorisce l'ingenuità narrativa più pura. In senso positivo ovviamente. Ogni storia segue il più classico schema delle storie del periodo (minaccia inizialmente ineluttabile superata dall'astuzia e dalla forza dell'Eroe, e annessi), e ovviamente anche gli stilemi (narrazione autoconclusiva [tranne in un caso] o in brevi parti contenute nello stesso numero, storytelling compressissimo ma altrettanto limpido, dialoghi di rado tanto deliziosamente pletorici), ma tutte imperniate su idee l'una più "assurda" della successiva (e qui, cari Vertigo-dipendenti, sense of wonder a manetta), e tutte risolte con espedienti altrettanto (se non di più) surreali e fantasiosi (nonchè spassosissimi, leggere per credere). E, in particolare, viene il sospetto che Otto Binder, autore di molte delle storie contenute, si fumasse l'impossibile (e forse la roba girava anche parecchio tra i colleghi, visti i risultati...). Continuity? Il minimo essenziale. Realismo? Sono gli anni 50, baby! Personaggi a tinte fosche? Vada per un Lex Luthor scienziato pazzo o per un inarrestabile Brainiac.
Questo era la Silver Age pre-Marvel: storie brevi o brevissime, un gruppo minimo di personaggi ricorrenti legati indissolubilmente a leit-motiv irrisolvibili (ad esempio, l'amore poco corrisposto di Lois Lane per Superman, l'identità segreta di Clark Kent...), e, soprattutto, l'iconico, indistruttibile e intelligentissimo eroe protagonista, che, alla fine dell'episodio, "saves the day", riportando lo status quo. Il tutto in un'atmosfera di generale "luminosità" e leggerezza, di fiducia nel mondo, di positività. Niente tematiche scomode, il Comics Code lo impediva; molta sci-fi anni 50, anche perchè era il periodo del boom dei drive-in, dei film, delle riviste e dei romanzi fantastici, e questo materiale andava via come il pane, specie tra giovani e giovanissimi (eh, quando i fumetti erano ancora quasi solo per ragazzi...); molta sospensione dell'incredulità; molta autoironia da parte degli autori, e storie divertentissime, vere e proprie "favole della buonanotte" moderne (almeno, io le ho consumate così...).
Certo, poi venne Stan, e fra Fantastici Quattro e compagnia questa impostazione andò lentamente scemando, con una sempre più forte impronta soap-operistica (e con questo termine intendo serialità, con sottotrame che si dipanano per più numeri, storie sempre meno autoconclusive e indipendenti), con universi narrativi coerenti e sempre più "realistici". E questa è solo una constatazione, non voglio dare giudizi di valore o scegliere fazioni, perchè sono entrambe impostazioni che apprezzo, fintanto che non scadono nell'autoreferenzialità più becera e miope (vero, signor DiDio?). Perchè, come ogni produzione artistica e commerciale, anche il fumetto non può prescindere dal contesto socioculturale in cui è immerso, ma soprattutto dalla volontà degli autori di divertire il proprio pubblico nel modo più efficace possibile. E con il minor numero di pretese possibili (e anche qui, dipende dai contesti).
Tornando a noi, dopo questo compendio di ovvietà a beneficio dei meno esperti di fumetti, come posso esimermi dal parlare degli stupendi disegni racchiusi nel volume? Voglio dire, come tacere questi tratti di una sapienza invidiabile (anche se in fatto di dinamicità c'era ancora da imparare, l'era Kirby era alle porte...) di maestri come Al Plastino, Wayne Boring, Curt Swan, coadiuvati dalle chirurgiche e morbide chine di Stan Kaye? Cioè, nomi per voi assolutamente fuori dall'Universo, magari, ma gente che nel mestiere metteva l'anima, e si vede.
Insomma, questo volume è il classico jam-packed di azione, divertimento, fantasia e quella punta di romanticismo vecchia maniera che non fa mai male. Una gioia per gli occhi, una delizia per la mente, da consumarsi piano piano appena prima di spegnere il lume sul comodino. Giusto giusto per sognare meglio.

Beh, che dire... magari un post e una lettura con davvero poco appeal per i meno affiatati al mondo di carta e china (ho cercato di essere il più didascalico possibile solo per voi, belli di mamma)... e anche una difficile chiusura, indubbiamente... però, boh... son cose che aiutano a sognare. Spero di aver trasmesso un minimo dell'entusiasmo che mi ha percorso durante questa lunga cavalcata nel passato (cavalcata che andrà avanti, visto che ho qua accanto altri due matrangoni di 500 pagine l'uno...), e... boh... mi sembra di aver scritto un post inutile, ma glielo dovevo.

Balbettando, balbettando,
Freak Out!

mercoledì 27 giugno 2007

Il figlio di una delle cose in assoluto più belle del mondo

Per dare compimento a una sequela di post inutili che stanno determinando, immagino, il crescente numero di contatti che ricevo dall`estero (e guardate tra i counter qui a lato per credere), e per dare fondamento alle teorie di Lazarsfeld, per il quale i media danno status sociale ai loro "protagonisti", ecco la celebrazione di una leggenda:

lunedì 25 giugno 2007

Broken hearts are for assholes

Ok, avevo detto che non avrei messo altri video.. ma questo è importante...
Elio and the Troubled Stories featuring Ike Willis present a Frank Zappa song..

adesso basta video veramente però

La vendetta di una delle cose più belle del mondo anche se non è decisamente bella come quella di prima

...ovvero:

e questo conclude la parentesi di video idioti... per ora.

mercoledì 20 giugno 2007

What polar bear?

Minor spoiler alert per chi non ha ancora visto la 3rza Stagione di LOST!

martedì 19 giugno 2007

We saw action! We saw people!

Notte rock per gli irriducibili di Verona, notte di fottutissimo e bagnatissimo rock'n'roll. Puro. Elettricità nelle vene, nelle note, nelle vibrazioni di un'Arena che sembrava costruita apposta per tremare all'urlo finale di Won't Get Fooled Again. Lunedì 11 Giugno 2007 sarà marchiato nella mia vita come il giorno in cui ho visto negli occhi il Rock e lui mi ha fatto l'occhiolino.
Per tutta l'esistenza aspiri alla voce di un Roger Daltrey, non aspettandoti granchè vista l'età e i troppi sgoloni spaccamontagne con cui ha (più efficacemente, vista l'età e l'inevitabile usura) eccitato altri pubblici prima del nostro, per ogni secondo scalpiti per un Pete Townshend che spacchi l'aria calando inesorabile il plettro su una sei corde che è da sempre la sua estensione nell'eternità. Per tutta la vita, e purtroppo mai più, desideri di assistere alla devastante carica ritmica di un Keith Moon o ad adorare la chirurgica abilità e i sinuosi movimenti delle dita dell'impassibile John Entwistle.
Per tutta la vita, e poi gli imprevisti rendono il pasto ancora più appetibile.
Attraverso ore di pioggia a cascata, keeway a effetto condensa, voci spezzate dall'umidità (Roger, we forgive you -- anche se "he doesn't need to be forgiven" [cit.]) [presto narrate nelle Cronache dell'amico e compagno d'avventura Fabio Graziano -- ossequi alla consorte, ovviamente], la leggenda è risorta, gli Dei sono tornati all'Olimpo e, zoppicando, hanno aperto il culo a tutti.
A raffica, in un crescendo di acqua, fulmini, elettricità bioatmosferica e pura gioia di esistere si sono susseguite I Can't Explain, The Seeker, Substitute, Fragments, Who Are You, un'ora di pausa causa apocalisse, mezza Behind Blue Eyes prima che la voce di Roger Daltrey andasse a fare un giretto per Verona, e poi un devastante Pete Townshend-driven show a base di chitarre orgasmiche e di Let's See Action!, Eminence Front, Relay, Magic Bus, Baba O'Riley, The Real Me, Pinball Wizard, The Kids Are Alright, My Generation e Won't Get Fooled Again.
Ok, dopo il momento di panico generale della (seconda) momentanea sospensione del concerto, Roger non c'era più, era un Tom Waits che faceva i suoi ingressi il meglio possibile, come sempre, ma non era più lui. È stato Pete, appunto, a mandare avanti lo spettacolo, a dimostrarci come quel rock Elettrico, Adrenalinico, talmente Luminoso e Sublime che quando lo ascolti rende inutile ogni altra nota sentita in precedenza, stia in quell'incredibile chitarra monolitica e inattaccabile, in quella batteria e in quel basso profondo e asciutto la cui potenza echeggia anche oltre le mura della morte, in quella voce ora cavernosa ma fino a poco prima grandiosa e viva.
Questo val bene un'ora in piedi con la certezza dell'osteoporosi, val bene la caduta momentanea di un mito e la sua seconda ascesa seguente, val bene perdere quasi del tutto la voce perchè, pur di dare sostegno a quegli Dei, si canta ogni lettera, si urla ogni grido, ma soprattutto ci si unisce a quell'orgia collettiva, a quel rito estatico che è il grido finale di Won't Get Fooled Again. Uno dei momenti più alti per la vita di ogni persona, se si riesce a farne parte.
Val bene anche qualche lacrimuccia nell'epilogo, quando gli Dei si stringono in un'abbraccio da post-Odissea, e quando Roger, salutando un pubblico devastato ma ancora rapito, promette commosso un ritorno (with vengeance, speriamo).
Ma già così, beh... ho ancora fame di Rock.

(lower image courtesy of Fabio Graziano, the higher one... i just don't know)

lunedì 28 maggio 2007

sabato 19 maggio 2007

"C'è solo una cosa da fare... pavoneggiarsi..."

Cenni Preliminari
L'Uomo Ragno è il mio supereroe. Va oltre il "preferito". È mio. Quel giorno di marzo del 1993 in cui acquistai, dopo il passaggio della Milano/Sanremo il mio primo, stupefacente numero (e fumetto, in fin dei conti) dell'Uomo Ragno (#116, ...quel che luccica! -- Dio, che emozione solo a riguardare le copertine interne), fu colpo di fulmine. Non corrisposto, come al solito, ma ci fu. Quel giorno divenne uno dei momenti definitori della mia esistenza. Saltando tutta la parte della rimembranza strappalacrime, vi basti sapere che, dentro di me, il mantra del grande potere, grandi responsabilità riecheggia da allora. Non sempre.
È quindi con il misto di terrore ed eccitazione tipico del fan (e del nerd nel mio caso) che, nel giugno 2002, entrai nella sala in cui, finalmente, avrei visto il mio eroe bucare le 2 dimensioni di carta e china e muoversi a 24 fotogrammi al secondo. Spider-Man fu una grande esperienza, un grande film, ma non abbastanza.
Venne poi il 2004, e portò il secondo, grandissimo, magnifico Spider-Man 2, dove il mio eroe buca anche la terza dimensione dello schermo, e mi tocca, di nuovo, l'anima.
Tre anni dopo (circa), finalmente, il mio eroe torna al cinema. Ma stavolta è un po' restio a riabbracciarmi.


"People, Get Up and Drive your Funky Soul"
Andiamo immediatamente al sodo. Spider-Man 3 è un gran film. Voglio dire, con tutti i suoi (pochi) difetti, rimane un film attaccabilissimo, ma comunque porta a casa la pagnotta con gran dignità. E mestiere.
Sam Raimi probabilmente avrebbe preferito lavorare con una sceneggiatura migliore. E si vede, ci sono alcune scene, e in particolare quelle dedicate all'Uomo Sabbia, che sono lampantemente studiate fino all'ossessione (e mi riferisco in particolare alla magnifica "ricostruzione" dell'Uomo Sabbia, e alla "morte" dello stesso nei pressi delle fogne, quando l'esplodere dei giunti avvicina sempre più alla sconfitta quanto e come colpi di pistola), segno di una fiducia su uno script più solido, più compatto e strutturato. Cosa che il film si sarebbe meritato: le tematiche in ballo erano pesanti per un film di supereroi. Il lato oscuro. Il ritorno all'origine. La gloria. La grandezza. Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente. Tematiche che il film riesce a toccare, ma senza abbracciarle in pieno (al contrario del precedente, dove la trave tematica portante del "potere e responsabilità" torna e rafforza il plot con clamore devastante), pur incastrandole abilmente in una struttura narrativa, che, per almeno metà film, funziona a meraviglia. Fino all'unione con il simbionte, il film scorre a meraviglia, tutto è al posto giusto: poi, fatalmente, qualcosa comincia a gracchiare. Ecco quindi il simbionte alieno, metafora azzeccatissima del declino di un Peter Parker un po' più egoista, che perde gradualmente d'umiltà e "contegno" (fino al magnifico climax della scena funky, forse la migliore della pellicola): però diciamo che l'arrivo e l'introduzione di questo "personaggio", di questo catalizzatore, non convincono a pieno... forse per la gratuità del suo sbarco sulla Terra.
Il film poi procede un po' zoppicando: le sottotrame di Harry e dell'Uomo Sabbia procedono indebolendosi, il secondo in particolare soffre di un ritorno in scena un po' improvviso, che va a detrimento di una caratterizzazione e di un background che potevano funzionare molto meglio se portati verso una conclusione, ma che vanno perdendosi ai fini del mega-super-bombardoso-e-glorioso-scontro finale.
Ed eccolo quindi, il Gran Finale: il simbionte, fresco di unione con il fotografo-bastardo Brock, tesse la sua tela di vendetta coinvolgendo anche l'altro villain, e prendendo come esca la sempre amabile Mary Jane (interpretazione e sviluppo complessivamente positivi). Il nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere non può far altro che lasciarsi definitivamente alle spalle la parentesi dark e tornare in pompa magna a menar cazzotti ai suoi nemici, coadiuvato da un Harry fresco fresco di conversione (via deus ex machina molto gratuito, purtroppo), in un team-up a squadre spettacolare e ben studiato (anche se le due scene d'azione iniziali, ovvero l'inseguimento Peter-Harry e la scena della gru, sono sinceramente su un livello ben superiore). Risultato: Venom sconfitto, Harry ammazzato e Flint Marko perdonato. Tutto questo terzo atto, al di là della riuscita quadratura del cerchio sui personaggi portanti di quella che ormai possiamo definire trilogia, appare sviluppato con fretta e poca cura, soprattutto se confrontato con il primo atto.
Ora, qual è il principale difetto della pellicola? Ironicamente, quello del suo protagonista: il voler strafare, il voler pavoneggiarsi, il voler dimostrare a tutti costi una bravura e una "potenza" di mezzi che, alla fin fine, non viene padroneggiata, andando a discapito del risultato finale. Come già detto, Raimi avrebbe potuto lavorare su una sceneggiatura più solida, è ineccepibile, e forse avrebbe potuto fare più pressione per averne una.
Ma l'Uomo Ragno c'è. C'è tutto. C'è la sua goffaggine di "secchione del Queens". C'è il suo cavalcare l'onda del proprio successo, tipico del Parker fumettistico pre-Gwen Stacy. Peter c'è, ed è per questo che dico che tutto il film sarebbe condensabile in quella scena funky, perchè, sembra curioso, le tematiche della pellicola lì trovano una rappresentazione a mio avviso perfetta.
Ed è per questo che, alla fin fine, dico che è un gran film, al di là delle menate tecniche: il mio Peterone, quello che ho conosciuto da bambino, è ancora lì, come nei due film precedenti, come nelle cataste di fumetti che mi porterò dietro per il resto della vita.

Forse il finale è affrettato anche qui, mi sa.

Freak out!
Paolo.

venerdì 4 maggio 2007

C'era una volta un Paolo

C'era una volta un Paolo, un Paolo innamoratissimo, un Paolo molto sfortunato in quel campo. C'era una volta Paolo che vuole lasciarsi tutto alle spalle, vuole diventare "new and improved". C'era una volta Paolo che scrive una lettera di sfogo, la lettera definitiva. La lettera mai consegnata. C'era una volta Paolo che, ormai libero (forse) del peso, diventa effettivamente 'new and improved'.

Ecco quella lettera mai consegnata. I tempi sono maturi, e tutto è talmente dietro le spalle che non pesa neanche rivelarla al mondo. Anzi, rileggendola, si sorride molto, e si sente l'eco lontano dell'amarezza. Ho "beepato" il nome, non vorrei lasciare tracce magari un po' imbarazzanti.

Cara ********,
non credo di sapere quello che sto facendo, ma lo faccio soprattutto perchè ho voglia di scrivere il tuo nome, e il tuo nome, anche se ho il raffreddore, mi ricorda il tuo profumo. Bella frase, eh? Peccato non averla detta prima.
A questo punto mi viene in mente: "ehi, basta, puoi finirla qui", ma qualcosa dietro al cuore mi dice "vai avanti", e qualcos'altro sotto (al cuore, s'intende) ripete la stessa cosa, anche se a questo punto brancolo nel buio.
Ho appena finito di fissare il foglio; per tre o quattro minuti non ho fatto altro. Credo che questo sia una specie di sfogo, perchè di solito quando la pentola a pressione che ho al posto del cuore è in procinto di esplodere, trovo sempre qualcosa che apre la valvola di sfogo. Ma adesso non ho proprio niente che la sostituisca, e mi devo arrangiare.
Perchè... sai, essenzialmente uno scrive roba tipo "ti amo", no?... ma sarebbe perfettamente inutile, visto che a) lo sai; b) non mi ricambierai mai; c) non lo so. E allora cosa faccio, scrivo un po' di minchiate? Sì. Visto che non so fare nè dire altro, scrivo minchiate. Alla fine, se mi metto a scrivere frasi poetiche con molto pathos e molto phigos (nel senso dei fighi - poi il greco lo sai meglio di me), finisce male per entrambi. Io mi ci troverei a scriverle, ma tu non ti ci troveresti a sentirtele dire - poi finisce che quando faccio delle cose belle per te (vedi Natale), il solo compenso è un 'grazie' al cellulare... non che pretenda molto, ma venderei i miei genitori per un 'grazie' in viva voce, in vivo corpo, e - soprattutto - in viva genuinità. Però chi si accontenta gode, anche se sono tre anni che non godo. Va beh, mi esalto a volte, ma passo tre quarti del tempo a spezzettare la mia autostima e a rimontarla. Una volta è venuto fuori un coniglio.
A questo punto dico "va beh, potresti finirla qui", ma, seppur più soddisfatte, le parti del corpo di cui sopra desiderano ancora sfogo.
L'idea era quella di scriverti minchiate, e ci sto riuscendo molto bene. Poi un giorno mi farai sapere... o se non a me direttamente, a qualcun'altro, tanto poi lo sai che me lo dicono lo stesso. Non capisco: non fai prima a dirmele prima di persona, anche quelle che non mi vuoi dire nè di persona nè niente? Si risparmia tempo, e stiamo meglio entrambi. Va beh, ho capito, sono uno stoccafisso surgelato. Ma il ghiaccio comincia a sciogliersi. E c'è un mare in cui tornare a nuotare. E fare fish, fish, fish. Poi arriva il gabbiano e mi porta via.
Ok, mi sembra di aver scritto una buona quantità di cazzate. Tu che ne dici? Ne vuoi un altro po'? Io ci sono, tu chiedi, e io faccio ancora un po' il pirla, tanto sai, mi viene bene, soprattutto il sabato sera.
Cordialmente,
Paolo.



E ora, let the sfutt begin.






domenica 22 aprile 2007

sabato 14 aprile 2007

Battlestar Galactica: The Shape of Things to Come

Anno 1978: sulla ABC americana, va in onda il pilota di Battlestar Galactica, serie fantascientifica incentrata sull'Esodo degli ultimi superstiti della razza umana, quasi del tutto sterminata dall'attacco dei suoi "figli" robotici, i Cylon. Meta finale: la Terra. Dopo una stagione appena, la serie viene cancellata: l'hype e la voglia di fantascienza generate dal recente successo di Star Wars non bastano a far decollare la serie, che vedrà qualche sparuto e sfortunato sequel negli anni successivi.

Anno 2003: dopo alcuni faticosi tentativi di rilancio, uno dei quali passato per le mani di Brian Singer, Ronald Moore prende le redini del progetto. Ed è subito capolavoro.
Dopo una miniserie di 4 puntate (2 episodi doppi da 1 ora e mezza) che restaura le basi del mythos della Flotta Coloniale, guidata dal Comandante Adama e difesa dai sempre valenti Apollo e Starbuck, parte una gloriosa serie televisiva che, 3 stagioni e 53 episodi dopo, si è confermata come una delle migliori produzioni televisive degli ultimi anni.

Ecco, dimenticatevi Star Wars, Star Trek o quant'altro. Qui non ci sono missioni quinquennali all'esplorazione dell'ignoto, qui non si combatte qualche minaccia misteriosa e trascendente: qui si scappa da morte certa, qui c'è in ballo la sopravvivenza o l'estinzione di una specie, la sopravvivenza di una società minacciata dalla furia vendicativa dei figli dell'Uomo. Eppure... eppure le cose non sono così semplici: BSG è una storia di padri e figli (il conflitto/affetto tra Adama padre e figlio ne è un esempio), una storia di religione e di credo (dal politeismo simil-greco della Flotta Coloniale, al monoteismo quasi oltranzista dei Cylon), una storia di maneggi politici e militari, di poteri in contrasto. E' una storia in cui poco è certo, tranne la volontà di sopravvivere.

Non sto a soffermarmi in inutili e infiniti monologhi sulla straordinaria qualità del prodotto (dalla recitazione, alla regia, agli effetti, alla meravigliosa colonna sonora, tutto...). Sono qui solo per consigliarvela: se mai qualcuno si decidesse a trasmetterla in chiaro (anche se l'adattamento italiano è un po' penoso) o su satellite, beh, non perdetevelo. Mi ringrazierete.

E ora, giusto perchè alle parole seguano le immagini:


domenica 8 aprile 2007

Aù! Aù!


Avrei potuto scrivere una recensione meravigliosa su 300. Ma quando ho letto questa mi è sembrato inutile. Dalle mani di Roberto Saviano (dalla camorra alle Termopili).