buzzoole code A Paul's Life

mercoledì 13 febbraio 2008

Strike is over if you want it

Dopo 100 giorni, l'ormai leggendario sciopero degli sceneggiatori statunitensi è finito, con il voto dei membri del sindacato che ieri ha deciso per la cessazione delle ostilità e l'avvallamento dell'accordo.
Un "prego" al sindacato WGA che ci ha ringraziato per il supporto dimostrato anche dai noi fan (nel mio piccolo, il bannerino qui a sinistra e tutta la mia stima morale).

E ora, tutti al lavoro, che voglio vedere le puntate nuove di House.



p.s.: per tutti gli aficionados di serie via boomdotto, ecco una lista aggiornata di quali serie torneranno, come, perchè... insomma, avete capito.

domenica 3 febbraio 2008

One Week Later (Prologo alla Campagna Elettorale)

Il 24 gennaio 2008 è morto il secondo governo Prodi. Lo sapete.
Ne gioirete, ve ne dispiacerete. A me, mi conoscete, dispiace. Anche umanamente.
Sono stati due anni estremamente controversi: tra indulti e liberalizzazioni, duelli al calor bianco con la Chiesa e con la cittadinanza, e dietro a tutto un'opposizione infantile e lunatica. Un'opposizione che alla fine si è riscoperta serva del Capo.
Sono stati anche i due anni della diminuzione del debito pubblico e del fabbisogno finanziario (zitti zitti, qualche provvedimento per la riduzione di consulenze e stipendi è stato preso -- soltanto qualcuno, ma ci sarebbe stato tempo), del deficit sceso dal 4 al 1,3%, della riduzione dell'evasione fiscale, dell'aumento del gettito fiscale senza nuove imposte e quant'altro. Senza dimenticare il mitico Decreto Bersani. Proprio per restare sul terra terra.
Sono stati gli anni dell'indulto, sul quale davvero ancora oggi fatico ad avere un'opinione esatta (per quanto ve ne possa importare); dell'indolenza (ancora) sul conflitto di interessi; dei ritardi sulla riforma televisiva che praticamente si attende da 30 anni; dei ricatti delle ali "esterne" della coalizione; del problema Tav (ereditato dal passato, ahinoi) e della base a Vicenza (idem). Dei tira e molla etici.
Forse il problema fondamentale è stato di identità. Un governo senza identità, nonostante le 280 pagine di programma, portato al naufragio da dinosauri politici un po' improbabili fatti forti dai numeri ridotti all'unghia, grazie a una legge elettorale di merda e con i dubbi sulle schede bianche. Una schizofrenia inevitabile, tenuta a bada solo dall'opposizione al Nemico. Al Nemico che intanto ha tirato fuori le vecchie armi, di demonizzazione del nemico (e a far così anche noi c'abbiamo guadagnato, eh...), di cataste di bugie, di odio alimentato alle estreme conseguenze, di mezze frasi rimangiate il giorno dopo, di sorrisoni agli amici della piccola e media imprenditoria, contando sulla loro indolenza totale al mondo e sulle loro mani sempre al portafoglio, gente che non ne aveva compreso l'incapacità politica, l'istrionica volontà di farsi amare sempre, di non prendere decisioni coraggiose mai. Pararsi il culo, sempre e comunque.
Il problema di un'identità difficile da ricostruire. Partiti politici nati per raccolta scarti, con pezzi di Democrazia Cristiana praticamente ovunque, con l'età media di Matusalemme e la percezione della realtà di una mummia. Gente così, che si nasconde dietro al perbenismo dei valori cattolici, per combinarne di ogni dietro le quinte e venirsene fuori con tanto buon vittimismo. (ok, questa frecciata era proprio facile facile) E questo è stato il cancro di questo secondo governo Prodi.
Il centro-destra non ha un'identità, ma ha un leader, un bel faccione che muove bene le labbra e che porta tutto il felice carrozzone alla vittoria con facilità. Il centrosinistra ha tante belle speranze e poca gente che sappia comunicarle, che sappia infuocare le folle. Ma forse è proprio il mondo a essere intorpidito. Forse questa enorme e giustificata sfiducia nella politica è talmente dentro ogni fibra del popolo italiano da non saper più ascoltare, da non voler più ricordare, si va solo a rincorrere il jingle più accattivante. Non più ideali. Solo cose.
E forse tra poco neanche quelle, tra poco non voterà quasi nessuno.


venerdì 1 febbraio 2008

Dilemmi artistici



una di queste è la copertina mandata in stampa per Ultimates Vol.3 #3.
quella di destra.
ora, Frank, come han fatto a sceglierti quella con i vestiti?
perchè?

(entrambe le cover sono opera di Frank Cho)



martedì 29 gennaio 2008

L'ultimo uomo sulla Terra ha la diarrea

Io sono leggenda è prima di tutto uno dei più grandi romanzi fantastici della storia. Da esso, è derivato gran parte dell'immaginario fantastico della seconda metà del Novecento: senza la storia di Robert Neville, Stephen King sarebbe un Signor Nessuno e George Romero probabilmente un mestierante di quart'ordine.
Ed è proprio senza Richard Matheson (l'autore del libro), senza il romanzo Io sono leggenda, che Francis Lawrence (il regista del film) e compagni hanno deciso di portare sul grande schermo un film con lo stesso titolo, che si fregia in ogni dove di essere stato tratto dal libro, ma che con esso spartisce solo qualche quasi incidentale elemento. Di sicuro non l'anima.

ATTENZIONE: SEGUONO SPOILER PER CHI NON HA LETTO IL LIBRO E/O VISTO IL FILM
Matheson ci piazza davanti la cruda realtà fin dalla prima riga: Robert Neville è solo, ma assediato da un pericolo micidiale. E' l'ultimo uomo sopravvissuto sulla Terra dopo la diffusione di un virus che ha trasformato tutti in vampiri. In vampiri classici, succhiasangue, allergici alla luce, intolleranti all'aglio, alle croci e compagnia bella. Ma più Neville impara a sopravvivere, a resistere nel suo isolato villino nei sobborghi (aspetto particolare anche questo, visto che il sobborgo americano è il simbolo della sicurezza sotto il tetto familiare), più apprende sulla natura del suo nemico, del male che ha sterminato e poi riportato alla "vita", a una vita insensata e vuota, tutta la popolazione terrestre.
Neville, alla fine del libro, muore. Non si sacrifica eroicamente per una causa. Viene condannato a morte, immolato come simbolo, e lui ne è fiero. Diventa leggenda. Diventa lo spauracchio della specie dominante che ha ereditato la Terra, che è riuscita a venire a patti con il virus attraverso la scienza.
Bene, questa specie teme e al contempo venera l'ultimo umano, l'uomo leggenda che ne ha sterminate a centinaia per puro istinto di sopravvivenza. Ed è forse questo l'aspetto che fa più riflettere: l'attaccamento alla vita è tutto quanto, a qualsiasi livello di organizzazione sociale. La mia specie e non la tua. La tua è diversa e deve morire. La tua è diversa, uccide per difendere se stessa, e deve essere annientata. Ma nel riconoscerti come mio primo nemico, ti temo, e ti concedo un'importanza, uno status forse anche superiore al mio. Un lusso concesso agli dei, agli idoli. Alle leggende, insomma. Discorso paradossale, ma perfettamente calzante.
E' poi nel duello tra razionale, il cui ruolo, anche qui con risvolti paradossali, viene assunto da Neville (che durante tutto il romanzo scopre, attraverso lo studio, la curiosità, ennesimo risvolto dell'istinto umano, come difendersi, come rispondere al meglio al suo istinto di sopravvivenza), e irrazionale, rappresentato dai vampiri (o meglio, dagli affetti dal virus, che, nella loro lenta discesa verso la bestialità, finiscono per rispecchiare molte delle caratteristiche con cui l'immaginario collettivo ha descritto i vampiri medesimi- come il timore per i simboli religiosi o per la propria immagine riflessa - a causa della superstizione medesima) che si dispiega quasi tutto il romanzo, con la sintesi perfetta raggiunta negli ultimi capitoli.
Sì, la nuova specie dominante è sintesi di uomo e vampiro, di razionale e irrazionale, di scienza e superstizione. La dialettica dell'evoluzione, si potrebbe quasi affermare. Ma gli istinti fondamentali, beh, rimangono sempre gli stessi.

Neville muore anche nel film. Ma la sua morte non ha senso. La storia stessa perde tutto quello che doveva avere. Banalizzazione hollywoodiana, la si tira in ballo sempre, ma qui non si scappa: Neville diventa leggenda in senso di eroe positivo che salva l'umanità, sacrifica se stesso per porre rimedio a un suo errore, e per tener fede a una promessa fatta ai suoi cari.
Banale, trito e ritrito.
Inutile.
Tutta la profonda riflessione sulla quasi grottesca contraddizione che anima l'uomo, scompare. E poco importa se il film a livello tecnico è praticamente ineccepibile (sorvoliamo su alcuni effetti digitali, va beh). Poco importa se Will Smith, da solo sullo schermo per quasi un'ora e mezza, regga benissimo.Non eccella, certo, ma entusiasmi, coinvolga.
Tutto inutile, perchè Io sono leggenda è un'altra storia. Non è il concept dell'ultimo uomo sulla Terra non è solo a renderli identificabili. Potrebbe sembrare caparbio soffermarsi su un particolare così banale come il titolo, ma è importante. Gli altri due film adattati dal romanzo avevano cambiato anche titolo. Questo ha la sfacciataggine di identificarsi con esso fin dal titolo.
Passi l'adattamento, lo stravolgimento, ma questa è sfigurazione.

martedì 22 gennaio 2008

martedì 1 gennaio 2008

No. 2008 (d.C.)

May your coming year be filled with magic and dreams and good madness. I hope you read some fine books and kiss someone who thinks you're wonderful, and don't forget to make some art -- write or draw or build or sing or live as only you can. And I hope, somewhere in the next year, you surprise yourself.

Che il vostro nuovo anno possa essere pieno di magia e sogni e sana pazzia. Spero che leggiate qualche buon libro e baciate qualcuno che pensa che siate meravigliosi, e non dimenticate di creare arte -- scrivete o disegnate o costruite o cantate o vivete come solo voi sapete fare. E spero che, in qualche angolo dell'anno prossimo, possiate sorprendere voi stessi.

venerdì 28 dicembre 2007

No.1

Sperimentazione digitale numero 1, Giuditta.


sì, c'è decisamente molto da imparare...



martedì 25 dicembre 2007

Buon Natale

e tutto il resto...

(salutate la prima opera con tavoletta grafica. ennesimo grazie ai regalatori)

martedì 27 novembre 2007

Difficoltà nel ghetto

Fino a stamattina, nel mio lettore mp3, tra gli altri, potevo orgogliosamente annoverare dischi di gentiluomini quali De Andrè, Fossati, George Harrison. Gente di calibro. Tutta spazzata via da questo genio enorme.
Vai Spitty Cash.


martedì 20 novembre 2007

In/On writing...

Scrivere è un gran brutto mestiere. Ed è quello che voglio fare da quando ho capito di poterlo fare. E di saperlo fare, anche solo discretamente.
Scrivere è sacrificio, di tempo, energie mentali, di anima, spillata goccia a goccia. Perchè ci si mette in gioco, si dà via il culo: un uomo e le sue parole sulla pubblica piazza, così. E c'è chi ci trova della vanità in questo, ed è indubbiamente vero; c'è chi ci trova masochismo, ed è sacrosanto; c'è chi, da invidioso, cerca di "rubare le carte", magari cambiando qualche parola e incollandosi un attimo di vita altrui sul proprio spaziotempo, "vanità" su vanità, o forse perchè si genera tanta compassione a crocefiggersi (e lo dico perchè una volta l'ho fatto anch'io -- senza risultato).
In questo periodo, ho ricominciato a scrivere e a disegnare molto. Ispirazione... voglia... Chi mi conosce personalmente tra voi, sa della mia passione viscerale per entrambi, probabilmente "sopravvalutando" la mia più visibile propensione all'illustrazione. Ma scrivo. Con piacere immenso. Mi porto sempre dietro i miei moleskine o varianti, un po' perchè fa figo, un po' perchè se c'è un'idea scappa e io poi sicuramente la dimentico, anche se finisco per scriverci su solo troiate; quando vado in cartoleria, oltre a razziare le biro al gel e le matite (adooooro scrivere a matita), c'è sempre la tentazione di pigliarsi qualche quadernetto o un block notes (ho sempre in mente l'immagine epica di un Mark Millar o di un Grant Morrison intenti a stendere righe su righe di una scrittura fittissima che andrà a costruire chissà quali Universi di finzione). Sì, forse è solo l'immagine dello scrittore a spingermi a scrivere, a volte. Ma tant'è.
Poi c'è il blog. Il blog lo trascuro tantissimo. Ma è perchè cambio ogni volta opinione sul mio cucciolotto: il tema fondamentale è la sua inutilità, ma un'inutilità che lo rende indispensabile. Cerco di non farlo diventare un'accozzaglia di cazzi miei, ma, come in questo caso, i cazzi miei ci finiscono lo stesso. Una volta recensivo molta roba. Ricomincerò. È solo che adesso non ho voglia. Recensisco tutt'ora, in realtà. Vedrete. Ho trovato il modo di unire scrittura e fumetti, sfogando un po' della mia tradizionale tendenza a polemizzare. Vedrete.
Poi ci sono sempre i miei iperprogettoni: c'è la mia trilogia sui vampiri, che mi porto dietro da sei anni ormai; c'è Milky Way Man, anche lui, da almeno sette/otto anni, tra varianti e ripensamenti che caratterizzano tutto quello che scrivo. Poi c'è SuperYeah... anche lui, un paio d'anni che sta crescendo, ma non è ancora maturo. [E pensare che fino a non molto tempo fa non volevo parlarne.] Poi appunti estemporanei, canzoncine, opere rock, soggetti per film zero-budget, tutto che va a incagliarsi contro la scogliera del tempo che manca. Ma ci sarà tempo. Sono uomo di fede, in fondo.
Ho voglia di scrivere, dicevo. E più passa il tempo, più mi accorgo che ho bisogno di sapere cose che non so, sullo scrivere, su ciò che scrivo (e soprattutto su quello). E più mi fermo a imparare queste cose, meno scrivo. Però, paradossalmente, meno scrivo, più imparo, più le idee si accatastano.
Ecco, tutto questo per dirvi, che se in futuro qui sopra ci troverete qualche delirio in più, è perchè sto cercando di equilibrare tutto, in barba al tempo che scappa.
Scrivere è bel pezzo della mia vita. Questa era solo una scusa per farlo.

giovedì 25 ottobre 2007

La forma delle cose a venire

La vita possiede una melodia, un susseguirsi di note
che diventano la tua esistenza, una volta suonate
in armonia con il piano di Dio.
[...]
Vieni, e guarda il volto delle cose a venire.




da Battlestar Galactica, Stagione 1 Episodio 13: Kobol's Last Gleaming
Musica di Bear McCreary

lunedì 15 ottobre 2007

Consecutio

"Qualunque cosa accadde, accadde."

"Qualunque cosa che, accadendo, ne fa accadere un'altra, ne fa accadere un'altra."

"Qualunque cosa che, accadendo, induce se stessa a riaccadere, riaccade."

"Però non è detto che lo faccia in ordine cronologico."

da Praticamente Innocuo di Douglas Adams

mercoledì 10 ottobre 2007

Quentin ha ragione...

Recentemente, il grande Quentin Tarantino ha lanciato un'aspra polemica nei confronti del cinema italiano contemporaneo (ok, il Quentinone ha poi corretto alcune delle affermazioni, evidentemente travisate dalla giornalista del "Sorrisi e Canzoni TV"): per il regista, in Italia si fanno solo film su viaggetti di famigliole sgangherate e provinciali, o tremendi drammi psicologici in salsa metropolitana. Dagli anni 60, dagli anni d'oro dell'enorme Sergio Leone, il cinema italiano non ha più saputo portare innovazione, ha cominciato a cristallizzarsi nelle forme e nei contenuti. Solo il cinema autoriale, e nell'articolo originale Tarantino fa riferimento a Moretti (nell'articolo successivo, afferma però che di cinema italiano recente ne ha assorbito ben poco, vista la distribuzione centellinata), è sopravvissuto al decadimento, proponendo formule più autonome.
E l'assunto di fondo è assolutamente condivisibile. Anzi, è quasi da incorniciare. Addirittura, azzarderei a espanderlo a tutte le produzioni culturali italiane: perchè il nostro prodotto non vale niente nel mondo, perchè un paese con un grande passato cinematografico e culturale come il nostro non sa più proporre, innovare, o anche solo raccontare belle storie? Questione di zeitgeist hegeliano, o di mera pigrizia del pur rinomato artigianato culturale italiano?

Partiamo dal dato oggettivo: se scartabelliamo tra le produzioni culturali degli ultimi anni, l'elemento dominante sembra essere la diffusa mancanza di originalità. Da una parte, alcuni vogliono fare i novelli Antonioni (con rispettoso ossequio al grande Maestro recentemente scomparso), puntando tutto sull'analisi psicologica "dura" incentrata su difficoltà dell'individuo o della coppia; dall'altro, abbiamo a) un cinema d'intrattenimento cristallizzato sulla commediola cazzara delle feste o guascona-semidialettale, o b) sulla commediola ibrida con la suddetta analisi. È quasi scontato dire che questi "archetipi" spesso e volentieri figliano anche dei prodotti di alto valore, prodotti, soprattutto nel secondo caso, spesso senza troppe pretese, ma deliziosi. Per quanto riguarda il primo caso, beh, difficilmente possiamo lamentarci del successo di Moccia se molti scrittori seguono un percorso molto paraculo intellettualisticamente parlando (e probabilmente molto più "gratificante", anche in termini di vanità personale), invece di proporre soluzioni innovative e accattivanti.
Ma, cari amici, ci manca l'estro. Ci manca l'unicità. Ci manca la capacità di prendere i generi e smontarli secondo un non identificabile Italian Way. Ci manca la capacità di non leccare le natiche al pubblico, e proporgli qualcosa di nuovo, coinvolgento la platea ma non assecondandola stancamente. Sono capaci tutti di farsi inondare di soldi nettando il sedere a uno spettatore medio la cui massima impresa culturale nella giornata è tentare di indovinare il personaggio misterioso a "Cultura Moderna", o ridere o insultare se stesso (magari non riconoscendosi come tale) guardando certi talk-show pomeridiani o ascoltando certe canzoni strappalacrime o strappaqualcos'altro. Va beh, ma qui esuliamo, ma soprattutto diciam banalità.

Ora, probabilmente un po' prematuramente, vi "passo il microfono". Siete soddisfatti della produzione culturale di questo paese? Cosa vorreste? Come lo vorreste?
Commentate commentate commentate.