buzzoole code A Paul's Life

domenica 27 agosto 2006

Cars: Motori Struggenti...

No, per carità, non mi ha fatto schifo, ma dovevo attirare la vostra attenzione...
Come ormai avrete capito, stavolta si parla di Cars, ultimo partorito di casa Pixar, diretto dal grande John Lasseter, fondatore dello Studio (ricordiamo che la Pixar fino a maggio 2006 è stato uno Studio autonomo i cui prodotti venivano distribuiti e pubblicizzati dalla Disney: solo da pochi mesi, la Pixar ne è diventata una sussidiaria), nonchè grande storyteller, come le sue precedenti prove (Toy Story 1&2 e A Bug's Life) hanno dimostrato.
Cars muove dal solco tracciato da un film del 1991, Doc Hollywood, storia di ritorno all'umiltà di un giovane e ricco chirurgo californiano capitato per caso in una cittadina nel mezzo del nulla, e, ivi costretto a rimanere per ripagare la comunità della devastazione arrecata durante il burrascoso arrivo, riscopre i valori, l'umiltà e, soprattutto, l'amore. Da questo grande precedente, che ha prodotto e produrrà cloni a non finire, Lasseter costruisce un film che trasforma un plot tanto abusato in una godibilissima e divertentissima favola in salsa automobilistica.
Come da tradizione Pixar, la confezione è delle più appetibili: il grandioso lavoro dei grafici dello Studio ha portato alla vita un mondo in bilico tra realismo e caricatura, dimostrando ancora una volta la profonda attenzione all'aspetto puramente visivo del tutto (e qui molti degli odierni cartoon in CGI dovrebbero solo imparare). Questo realismo cartoonesco vi porterà a guardare le distese sconfinate della contea di Carburator con profonda suggestione, e mai la leggendaria Route 66 vi sarà sembrata tanto reale e palpitante. Questa medesima attenzione all'aspetto tecnico si rispecchia nel ritmo che, malgrado i sussulti iniziali, scorre liscio fino alla fine, nella sapiente regia, e nel suono, perfettamente progettato; un po' meno "sul pezzo" la colonna sonora, in fin dei conti abbastanza anonima.
Capitolo a parte, i personaggi, tutti ben costruiti a partire dai loro archetipi, forse questa volta troppo marcatamente ereditati dal modello disneyiano: quello che sconta di più questo difetto è il "nostrano" Luigi, tipico esempio di tocco-etnico-via-stereotipo+tormentone annesso (diciamo che l'adattamento italiano ha colto due piccioni con una fava sfruttando il personaggio-tormentone del comico Marco Della Noce), ma l'effetto è senz'altro molto divertente. Ma è qui che probabilmente si apre lo spiraglio verso quella che probabilmente è la colpa più grave di Lasseter: l'eccessiva disney-zzazione del prodotto, l'essersi lasciato andare troppo agli stereotipi, tralasciando la trimensionalità" dei personaggi dei precedenti film made-in-Pixar, caratteristica che era valsa allo Studio plausi di pubblico e critica. Se l'esperimento di Lasseter era, come spero, quello di una 'riforma', di un prendere gli stereotipi (e qui possiamo considerare il plot stesso uno stereotipo), scuoterli e innovarli, allora l'esperimento si può dire solo parzialmente riuscito.
Insomma, Cars, come dicevamo, è un film godibilissimo, ben realizzato e divertente. Un leggero passo indietro per la Pixar, a dirla tutta, ma speriamo che sia solo la rincorsa per un salto ancora più ampio nel futuro: all'orizzonte ci sono Ratatouille e Toy Story 3.

giovedì 24 agosto 2006

"... io sono ancora Superman!"

La sensazione più strana che si ha all’uscita di Superman Returns è la completa soddisfazione, probabilmente molto più vicina a una serena sazietà piuttosto che a uno stantio appagamento dei sensi. Superman Returns soddisfa praticamente ogni angolo del palato, con un’unica, lunga e portentosa forchettata di azione, sentimento, divertimento (in ogni senso), pathos ed epos. Allora mi direte, dov’è la stranezza in una simile sensazione? La stranezza starebbe se non fosse strano sentirsi così, una volta ogni tanto.
Innanzi tutto, Superman Returns è un grande film. Dal punto di vista prettamente tecnico, è praticamente ineccepibile. Sceneggiatura solida, bei dialoghi, caratterizzazioni azzeccate, fotografia (grazie alle magie del digitale) straordinariamente elegante, montaggio e ritmo a prova d’orologio, regia sontuosa e insieme intima, musica toccante e magnifica, recitazione di livello.

E poi, il talentuosissimo trio Singer-Harris-Dougherty ha davvero messo sul tavolo ciò che ogni fan di buon cinema, ogni appassionato di buone storie e, in particolar modo, ogni fan dell’Azzurrone desiderebbe gustare: un Superman davvero Superman, non l’ombra del personaggio tratteggiata qua e là a tentoni negli ultimi anni (con le dovute eccezioni, certo), ma un’icona, un simbolo di speranza, un meraviglioso e statuario dio-uomo (qualche accostamento a Cristo non ce lo facciamo mancare, visto che il film stesso in qualche tratto ce lo consente), capace di amore, profondo e quasi disperato, di rabbia, e anche di autoironia. Pochi giorni fa, sul suo blog, l’amico Fabio Graziano lamentava il tradimento, avvenuto degli ultimi tempi, della Gestalt supereroistica classica da parte di molti autori nei confronti dei personaggi DC: ebbene, il Superman qui egregiamente dipinto è proprio ciò che si sarebbe sempre dovuto fare del personaggio nei fumetti, nei telefilm, ovunque. Un personaggio allo stesso tempo eterno e nostro, mitico eppure reale, che nel suo profondo credo nel bene, nel mantra del riconoscere la predisposizione al bene di ogni singolo essere, del suo costituire la luce che illumini la via dell’umanità, trova la fonte del suo sempre magnifico potere, del suo essere Superman. E Brandon Routh ha saputo rendere alla perfezione un personaggio all’apparenza tanto semplice da impersonare, anche seguendo le tracce del suo compianto predecessore, Christopher Reeve.

La sorpresa davvero notevole di questo film è il suo occhio umano, Lois Lane, impersonata dall’incantevole Kate Bosworth. Dietro a un’apparente sicurezza d’acciaio, che esplode nella sua caparbietà di giornalista d’assalto, Lois nasconde un cuore di panna, di madre attenta e affettuosa, e di donna divisa tra due grandi amori, o meglio profondamente turbata dal ribussare alla porta di un amore, quello per Supes, ormai lasciato alle spalle (ottimo input per farci vedere il lato dell’Azzurrone più struggentemente umano), e dal conseguente “incendio estinto” di una passione in rinascita: e qui anche l’Uomo d’Acciaio deve fare i conti con un mondo che cambia, un mondo che forse può fare a meno di lui. Ma, come diceva Kennedy, più le cose cambiano, più rimangono le stesse.

Prevedibilmente grande, Kevin Spacey ci regala un Lex Luthor davvero d’annata: supportato da una sceneggiatura che non gli concede alcuni stupidi fronzoli che un po’ ne danneggiavano la caratterizzazione fin dal film di Donner (ma più pesantemente dopo), Spacey ci regala il più geniale, crudele e cinico Luthor che potessimo voler vedere, andando anche oltre la sempre storica interpretazione di Hackman.
Grande film, insomma, dalla grandeur epica e dalla forte eredità Silver Age, profondo ed emozionante come pochi, e che lascerà indubbiamente il suo segno nel cinema fantastico degli anni a venire.

domenica 20 agosto 2006

Personalmente, odio le canzoni d'amore.

"Personalmente, odio le canzoni d'amore. Credo fermamente che uno dei motivi per cui esiste un certo sottosviluppo mentale sia da imputare alla gente che cresce ascoltando quella robaccia. Il tuo subconscio si abitua a determinate situazioni e si crea delle aspettative che nella vita reale non esistono e quindi vengono inesorabilmente disattese. La gente che cresce con questo ideale, rimarrà fregata per tutta la vita".
- Frank Zappa

sabato 29 luglio 2006

Il problema

Ora, il problema è tanti problemi.
Prima cosa: questo blog è completamente inutile. Ormai è diventato uno sfogo abbastanza insipido a uscita dalla sala. Avrei voluto farlo diventare qualcosa di più, ma il dover cagare il cazzo al mondo, anzi, a quattro, anzi, a mezzo gatto circa le mie opinioni, quando sono solito subissare i circostanti di arringhe ipercritiche e di epiteti iperbolici, mi sembra inutile, eccentrico e un po' cazzone. Giuro, un giorno diventerà qualcosa. Un giorno riuscirò a concentrarmi su una cosa per volta, e ad avere voglia di farla per bene. Ma ora la mia mente è una puttana.
Seconda cosa: la voglia di AMMORE. Ma questo è una cosa a parte.
Terza cosa: una voglia infinita di scrivere che però si traduce in una voglia nulla. Non scrivo qualcosa da mesi. E non so se quel qualcosa fosse decente. Quando mi ci metto, riesco a fare poco. Ho un soggetto a fermentare da mesi e ho ancora dei buchi enormi nella trama. Ho una sceneggiatura da finire da mesi e non ho mai voglia. Ho una traccia per un romanzo da completare e sti cazzi se ho voglia di pensarci un attimino. Ho un romanzo che ho iniziato da un mese ma è fermo perchè ho troppo rispetto di quelle dieci righe per potere andare avanti.
Quarta cosa: le 2000 cose da leggere e/o guardare.
Voglio il giorno di 48 ore.

Ragazzi, il problema sono io.
Mi dò troppo ozio da svolgere.

lunedì 22 maggio 2006

Ok, manco solo io

Il Codice Da Vinci è una cagata pazzesca. Nient'altro da dire.


Il vantaggio di essere blogghettari è questo. Eheheh.


Davvero, una cagatona cosmica.


Bella fotografia, però. Solo quello.


Freak Out,
Paolo

lunedì 8 maggio 2006

Mission Impossible 3, ovvero Lode all'Action Movie

Adoro i filmone d'azione (se ben fatti, logico): adoro sorprendermi a pensare "spaccagli il culo, spaccagli il culo!!!", adoro guardare questi adorabili fessacchiotti lanciarsi nel vuoto, sfidare le leggi dell'universo e riuscire a riportare a casa le chiappe intere.
Mission Impossible 3 è un film del genere, costruito benissimo, bei dialoghi, buonissima la regia (tranne qualche eccessivo indugio in finte inquadrature manuali che confondono e basta), ottimo ritmo, grandi effetti speciali, ottima colonna sonora (Michael Giacchino al suo meglio): l'unico difetto del film dell'ormai leggendario JJ Abrams sono le performance degli attori, piuttosto mediocri (se si esclude Philip Seymour Hoffman, e il suo cattivo da brivido).
Due ore davvero godibilissime, fatte per sedersi in poltrona, magari con qualche delizia tipica dello spettatore medio (popcorn, e non a caso MI3 è un popcorn movie), disconnettere il cervello e farsi affascinare da questo sano divertimento chiamato dai più action movie americano, in cui tanti vedono il demonio, ma in cui francamente ho sempre visto i semi di un ottimo cinema di puro intrattenimento.
MI3 è certo sbilanciato verso l'entertainment più autentico, ma non dimentica che lo spettatore è da rispettare in quanto portatore di gusti (e di soldi, soprattutto) e meritevole di rispetto, come Abrams ha dimostrato in tutti i suoi prodotti.
Non aspettatevi un capolavoro, ma vedete di non autodistruggervi lo spasso dopo 5 secondi.

Freak Out,
Paolo

>>> Seguono delucidazioni sull'esperienza al TelefilmFestival

lunedì 17 aprile 2006

Getting in Tune: Sin City vs. La Sposa Cadavere

Pasqua gargantuelicamente piena di film (oddio, non esageriamo).
Dopo una visione mattutina di "Charlie and the Chocolate Factory", già recensito su queste pagine, è stata la volta di una visione pomeridiana del "Sin City" di Rodriguez-Miller-Tarantino, e infine del secondo filmone burtiano dell'anno "La Sposa Cadavere" (terza visione, amici cari). Tra un film e l'altro, recupero episodi di Lost perduti lunedì scorso per via dello scrutinio.
Andiamo alle cose serie: "Sin City", trasposizione fedele del capolavoro milleriano, dal 2D deliziosamente trasposto in finto 2D, come a sottolineare la sostanziale bidimensionalità di ogni opera d'arte, la sostanziale divisione netta in bianco e nero di ogni azione umana, di ogni essere umano. Film deliziosamente "noir-cool", in una definizione coniata or ora, la cui unica debolezza è forse una carenza di ritmo in alcuni momenti. Punti fortissimi: la succitata fotografia finto bianco e nero, in realtà giallino desaturatissimo e nero, e gli sprazzi crudeli di colore, presi paro-paro dalla graphic novel originale, così come i dialoghi, crudelmente noir e "fumettari", nel senso ovviamente più buono del termine.
Attendiamo con gioia il sequel, in uscita l'anno prossimo.
"La Sposa Cadavere": meravigliosa favola in salsa apparentemente disneyiana, ma ben pregna di Burton-style. Meravigliosa favola, dicevamo, incentrata su amore e morte (e denaro), trattate con un registro leggero, vagamente sarcastico, e affettuosamente necrofilo. Ottimo film, con meravigliose musiche del grande Elfman, una fantastica cura del character design, e un recupero davvero encomiabile della storia stop-motion, che probabilmente ha ancora qualche grande cartuccia da sparare prima di essere seppellita dall'amata (almeno da me) Computer Graphic.
Sparate queste cartucce, ci si vede alla prossima.

Freak Out,
Paolo


giovedì 30 marzo 2006

Il Caimano

"IL CAIMAAAAANO" verrebbe quasi da scrivere. Da quando ho visto lo spot in TV, ho la voce di Moretti in testa che mi ripete "il caimaaaaaaaaano". Scherzi a parte, veniamo alla recensione.
Devo ammettere che io di Moretti ne ho visto pochissimo, anzi quasi niente in vita mia. Eppure sono cresciuto accanto a un fratello che, con i suoi 13 anni in più di me, e con una precoce tendenza alla militanza politica, mi ha praticamente bombardato di Allen (Woody) e Moretti per tutta l'infanzia; ma probabilmente ero troppo impegnato a pensare all'Uomo Ragno o a Guerre Stellari per stargli dietro. Moretti per me è stato sempre un autore, in una sorta di pregiudizio positivo, che mi ha sempre ispirato una certa simpatia. Mi è sempre sembrato che il modo di Moretti di scrivere, soprattutto i dialoghi, fosse quello giusto. Senza avventurarsi in disquisizioni che sinceramente mi troverebbero impreparato, i dialoghi, forse i minimonologhi di Moretti mi hanno sempre ispirato.
Questa volta, sono entrato al cinema incerto. Una parte di me era convinta che questo film mi avrebbe fatto pena. Inspiegabilmente. Ma sono andato con molta gioia: diciamo che è tutta la vita che aspetto il momento di entrare al cinema con gli amici (la cerchia di amici più fedeli a dirla tutta) per vedere un film non blockbuster o mainstream. Un sano film italiano. Di questo sono stato contento.
Ma questo esula dalla recension vera e propria, credo.
Come si è scritto e dibattuto ovunque, Il Caimano è principalmente un film sull'Italia di oggi, sul cinema e sull'amore. Certamente, il sintagma "film sull'Italia di oggi", abusatissimo credo, non può che implicare riferimenti, atti, opere e omissioni del Caimano del titolo del film (e del film nel film): Silvio Berlusconi. La cosa interessante è che Berlusconi e il berlusconismo non sono solo una parte importante del film, ma sono anche il fattore scatenante di molti punti della vicenda.
L'elemento sviluppato in modo
probabilmente più interessante è stato il fattore cinema: il protagonista, Bruno Bonomo, interpretato da un bravissimo Silvio Orlando, è un produttore di film di B-movies, le basi di Tarantino tanto per fare un esempio, praticamente in crisi da dieci anni. [Nota a margine: la sequenza che apre il film, presa da "Cataratte", uno dei fake movies della pellicola morettiana, e quella che appare pochi minuti più tardi (in realtà un finto sequel di Cataratte che il personaggio sfrutta a mò di favola della buonanotte), sono davvero eccezionali. Tarantiniane al 100%, forse, e soprattutto nel caso della seconda sequenza, più tarantiniane di Tarantino stesso. Sinceramente, in questi punti ho avuto difficoltà a capire se Moretti facesse sul serio o se fosse uno stupendo esempio di satira cinematografica.]
Per risollevare le sorti della sua casa di produzione, Bruno decide di rischiare: produce un film su Berlusconi (intitolato proprio Il Caimano) scritto da una regista in erba, interpretata da Jasmine Trinca, nonostante la scarsità di finanze. Geniale l'idea della traduzione immediata di stralci della sceneggiatura in "girato" sotto gli occhi di Bruno. Sinceramente, sono proprio le poche sequenze del film nel film le più inquietanti, e in particolar modo l'ultima. È proprio qui che Moretti tira fuori il mondo che ruota attorno al cinema italiano: si va dal restio dirigente RAI che rifiuta il finanziamento, al produttore tedesco cinico, all'attore, interpretato da Michele Placido, che dovrebbe interpretare "Il Caimano". Proprio questo personaggio sottolinea un po' lo spirito dell'italiano realizzato, del divo espansivo ma egocentrico, che va dove ci sono i soldi.
Il Caimano, come si diceva, è anche un film sull'amore, sullo sciogliersi della coppia e della famiglia: Bruno è per molti aspetti un illuso, e questo frangente del film lo sottolinea, un eterno bambino che tenta di salvare gli scampoli della sua vita mentre questa sta gli sta crollando addosso; ma dall'altra parte abbiamo anche la speranza per il futuro, il sincero amore omosessuale della regista e della sua compagna, e lo splendore della loro bambina.
Infine, l'Italia d'oggi, fatalmente dipinta nella breve scena con il primo cameo di Moretti, che interpreta se stesso. Mentre discute con Bruno sull'opportunità di un film su Berlusconi e del suo possibile coinvolgimento, dice:
No, un personaggio come questo non lo faccio, perché sarebbe un film sprecato, perché Berlusconi si fa il lifting e tutti a ridere per il lifting che è venuto male, e poi Berlusconi si fa il trapianto, e tutti a ridere per il trapianto che è venuto bene… Eh no, io non ci sto, è un film per il popolo di sinistra quello che mi chiedete, ma tanto le cose si sanno, chi le vuol sapere le sa, e gli altri tanto non ci crederebbero lo stesso…”. Ma è soprattutto questa la frase chiave del film, la "sentenza" che probabilmente più di ogni altra cosa in questo film apre gli occhi e inchioda alla poltrona: "Ma Berlusconi ha già vinto, ha vinto venti, trenta anni fa, con le sue televisioni... ci ha cambiato la testa!" Un affresco crudele e secco, che fa il paio con la scena finale del film.
Bruno, con l'abbandono dell'attore protagonista e del produttore tedesco, non può mandare avanti la produzione: ha solo i soldi per fare l'ultima scena, per dare una possibilità a tutto. [Nota a margine: proprio qui sta l'unica debolezza narrativa di un film altrimenti linearissimo. Ma purtroppo era l'unico modo per lanciare in modo convincente il finale] Qui il Caimano è interpretato proprio da Moretti (che evidentemente alla fine ha accettato il ruolo): viene rappresentato un futuro possibile e tremendo, in cui il Caimano, uscito sconfitto dal processo, grida "al regime", scatendando la folla contro i giudici.
Un possibile davvero spaventoso.

Un preoccupato freak out,
Pablon






domenica 19 marzo 2006

V for Vendetta

I fratelli Wachowski (o fratello e "neo"-sorella?) sono resuscitati. Dopo la sbandata di Matrix 2 e 3, e forse grazie all'essersi evitati il gravoso compito della regia, i Wachos tornano in carreggiata, anzi, in corsia preferenziale con "V per Vendetta", film da loro sceneggiato e diretto dal protegè Jason McTeague, già aiuto regista negli ultimi due episodi della saga di Neo.
Ebbene, sono entrato al cinema con un po' di pregiudizi: uno positivo, due negativi. Da fan di fumetti sin dalla tenera età, e da fan della penultima ora di Alan Moore, probabilmente il più grande scrittore di fumetti vivente, mi aspettavo un film con una grande storia. Davvero, ho letto il fumetto pochi mesi or sono, ed è davvero qualcosa di inaspettato, di grandissimo, di spiazzante, talmente e cinicamente vicino non solo al vero (specie grazie a personaggi che bucano davvero la pagina), ma alla possibile, alla probabile, all'imminente (?) realtà. Proprio "a causa" della grandeur della graphic novel originale, mi aspettavo di essere tradito da un adattamento riduttivo e sempliciotto, basato tutto sulla carica cool di un personaggio dannatamente figo come quello di V. Basti vedere l'esempio precedente di "estrapolazione" di Moore: il pessimo La Lega degli Uomini Straordinari, di cui non ho ancora letto il fumetto originale, ma di cui ho percepito fin dal primo fotogramma la lontananza dall'originale. Più che percepito, l'ho disperatamente sperato. E finchè non mi toglierò anche questo sassolino, sarò sicuro che sia così. Il fatto è che proprio la mediocrità di quest'ultimo film ha decretato il disinteressamento da parte di Moore verso ogni adattamento cinematografico: "se fa schifo, la colpa è vostra; se è un capolavoro, la colpa è vostra."
Il secondo pregiudizio riguardava soprattutto i Wachos: dopo due prove così mediocri, avrebbero reso merito a un masterpiece del genere?
Con mia stessa sorpresa, la risposta è stata sì. Un sì ampio, convinto e sorridente.
V for Vendetta è una storia che probabilmente va ogni medium in cui sia stata incarnata. Probabilmente, è il Farhenheit 451 o 1984 di fine XX/inizio XXI secolo, ma con una carica emotiva e (politicamente/socialmente) destabilizzante 1000 volte più potente. Merito di un Moore che ha saputo tradurre in fumetto un futuro tridimensionale su un supporto bidimensionale (e bicolore, almeno per l'edizione originale) come il fumetto, ma merito anche della squadra Wachowski/McTeague che ha saputo sapientemente tradurre qualcosa di tanto grande e tanto profondo, non solo in un film convincente, ma probabilmente neanche solo un film e neanche solo convincente. V è un simbolo immortale. Grazie al film, grazie a questa uncompromising vision of the future, lo sarà ancora di più, e per molte più persone, a questo punto.
I discorsi politici-ideologici li lascio alla vostra sensibilità di spettatori, ma, soprattutto, di uomini e donne che vivono in un mondo PERICOLOSAMENTE vicino a quello descritto dal film (e a questo riguardo vi rimando ai deliri mentali di una pazza: qui). Li lascio a voi, perchè ve lo meritate. Se davvero ci vedete quello che c'ho visto io, ve lo meritate.
Piccoli appunti: fotografia stupenda, non c'è che dire, forse un minimo troppo patinata in alcune parti; interpretazioni davvero convincentissime, specie V (Hugo Weaving, l'ex Agente Smith dei Matrix -- personaggio che curiosamente si riaffaccia in alcuni dei dialoghi tortuosi e stranamente affascinanti di V), ma notevoli anche Natalie Portman, nel ruolo di Evey (con quel visino può fare qualsiasi cosa...), Stephen Rea (Finch), e un John Hurt (Sutler, l'Alto Cancelliere) davvero potentissimo (aspetto con ansia di vedere l'originale per godermelo in pieno); buona la colonna sonora dell'italianissimo Marianelli, recentemente nominato anche all'oscar per Orgoglio e Pregiudizio, soprattutto con quel tema stupendo che ha sottolineato l'ultimo incontro tra Evey e V. Scelta davvero azzeccata quella dello humor nero/sarcasmo che ha attraversato molte scene del film (che, sebbene in parte già presente nel fumetto, i Wachos hanno sottolineato con i loro dialoghi magnificamente prolissi) e che ha reso il tutto davvero molto più inquietante, "vicino" e crudele.
Davvero un film di una potenza strabiliante. Davvero un fumetto di una potenza strabiliante.
E guardatelo, il vostro io sociale-politico-umano non chiede nient'altro.

Freak Out,
Paolus!



mercoledì 8 febbraio 2006

Pacifico: Musica Leggera dal Giardino Tropicale

Nonostante il titolo molto, molto, molto demenziale, leggete il presente post. Va beh, se siete qui, lo leggerete per forza.
Bene, lunedì 6 febbraio sono stato a uno dei migliori concerti della mia breve esistenza: Gino "Pacifico" De Crescenzo alla Salumeria della Musica, a Milano.
Benchè lo conoscessi dall'inizio, grazie al mio fratellone, è stato il primo concerto "suo" a cui abbia potuto assistere, ed è stata pura magia. A parte l'atmosfera molto intima del locale, che si è mantenuta tale nonostante l'affollamento che si è creato, Pacifico ha davvero saputo incantare tutti con alcune tra le sue più belle canzoni (devo dire che ha riproposto in arrangiamenti a volte persino sorprendenti e inaspettati, ma comunque azzeccatissimi, tutte le sue canzoni che preferisco -- certo, ne mancava qualcuna, ma non si può chiedere tutto dalla vita), con la sua simpatia, con l'"infantilità" poeticissima di alcune trovate (come King Kong, ma soprattutto i coriandoli e le bolle di sapone del finale), e con la magia che si è venuta a creare con gli ospiti, la splendida e bravissima Petra Magoni (davvero, voce strepitosa... e peccato sia sposata...) e il grande Samuele Bersani...
ragazzi, insomma, se vi capita a tiro, che sia disco o concerto, non lasciatevelo sfuggire, perchè non può far altro che piacervi...
... e non lo dico perchè ho avuto l'occasione di conoscerlo, o perchè mi paghi una casa discografica...
... lo dico perchè pacifico non è nè un cantante nè un poeta.. è indefinibilmente grande, è sfuggevolmente piccolo...
... pacifico è pacifico... trovatela voi una definizione, se è davvero necessario...

sabato 28 gennaio 2006

13 Colpi



Approvata una legge da Far West. Si pensava che l'occhio per occhio fosse stato sorpassato in questo secolo, ma evidentemente quei buzzurroni ignoranti della Lega Nord sono rimasti all'età della pietra. Dimostrazione? Il caro assessore leghista che ha UCCISO, e ribadisco UCCISO con 13 colpi il ladro che si è trovato in casa. Uno, due colpi sono autodifesa: 13 COLPI È ASSASSINIO. Ancora una volta, la Lega Nord si è dimostrata degna dei partiti neonazisti con cui si ha sempre simpatizzato (ricordate Haider?), ma forse anche peggio, vista la schifosa ipocrisia politica con cui mostra la faccia ai "Trionfi del Volere" periodici (Borghezio: "Bisogna prenderli a calci nel culo quelle merde islamiche"), e il culo in Parlamento e nei talk show ("Non siamo razzisti nè xenofobi")...
Che forse sia un caso che sia Hamas che la Lega Nord abbiano bandiere verdi?

domenica 23 ottobre 2005

La tigre e la neve

Allora, innanzi tutto scusate il ritardo con cui scrivo, ma, va beh, gli impegni si accavallano, e a momenti non ho tempo neanche per fare le cose che dovrei. Tranne che mangiare e dormire... per quelle il tempo si trova sempre.
Ebbene, torno con una minirecensione sul nuovo film di Benigni, La Tigre e la Neve.
Innanzi tutto, non aspettatevi un capolavoro.
Non lo è.
Farà ridere, emozionare, riflettere magari.
Ma non è "La vita è bella", che, nella sua originalità, è stato un po' l'apice massimo della carriera di Benigni.
Comunque si tratta di un buon prodotto, un film veramente bello, con un buon ritmo, un buon protagonista (purtroppo non si può dire altrettanto di alcune figure di contorno...), una buona recitazione, dei buoni dialoghi, dei buoni effetti speciali, una musica molto buona (Piovani è sempre lui, come direbbe Ligabue). Ma per quanto si sforzi di raggiungere certi livelli, il film ne rimane abbastanza sotto.
Con questo, poi ci sono scene davvero esilaranti, scene che vi emozioneranno per la loro genuina dolcezza, scene che vi faranno riflettere sugli orrori dell'uomo. Ma sembra quasi che tutte queste emozioni non vogliano "bucare" lo schermo, abbracciando lo spettatore per qualche istante, non permeandolo come, di nuovo, "La vita è bella".
Poi, last but not least, un abbondante (per gli standard italiani) uso del digitale (con persino un canguro digitale!), che fa ben sperare nella qualità dei vfx made in italy...
Con questo, alla prossima,
Paolus

domenica 2 ottobre 2005

Bosco di Gioia

Vi linko l'ultimo aggiornamento all'iniziativa per il salvataggio del Bosco di Gioia, a Milano, che rischia di essere distrutto per far posto alle nuove strutture dell'Amministrazione Regionale.
http://boscodigioia.splinder.com/post/5597898

Charlie e la Fabbrica di Cioccolato

Ovvero: Simil-recensione di un capolavoro
Ebbene, sono fresco fresco di proiezione, sono ancora intontito dalla magia della sala cinematografica... sono appena stato rapito da un film unico, un capolavoro. Tim Burton, con la "sua" Fabbrica di Cioccolato, ha creato un film che sarà ricordato probabilmente per generazioni quanto a originalità, genialità, e, forse, personalità.
Possiamo anche definirla visionaria, questa "Fabbrica di Cioccolato", ma sarebbe riduttivo: Burton traduce il romanzo di Roald Dahl su schermo in modo straordinariamente convincente, gettandoci in un mondo surreale (e cinico), e, fortunamente, molto appetitoso per gli occhi.
Innanzi tutto, il film è perfettamente costruito: il ritmo, la fotografia e la regia tipicamente Burtiane, che non perde neanche un colpo in questa sua opera. Prendiamo d'esempio la casetta di Charlie, che è probabilmente il più degno paradigma dell'immaginario e del Burton-style, se possiamo definirlo così: gotico e decandente, ma non troppo.
Poi, gli Oompla Loompa... beh, quelli sono un discorso a parte (non basterebbero volumi per descrivere quanto, come e perchè siano tanto geniali)... e la colonna sonora!! Probabilmente la migliore del grandissimo Danny Elfman, uno dei più proficui compositori di Hollywood (soprattutto per film supereroistici: suoi sono Batman, Spiderman e Hulk), e amico fidato del nostro Burton(e) [un po' come Williams per Spielberg, per intenderci]...
Veramente, non basterebbero tonnellate di recensioni per descriverne la grandezza (anche perchè le mie "doti" sono abbastanza limitate a quest'ora e così tanto vicino all'uscita del cinems)... per questo vi rimando alla recensione di un amico fidato, tale Roberto Figazzolo, che ha fatto una recensione tanto breve quanto intensa (lecc-lecc)... ma almeno più completa rispetto alla media... (scapp-scapp)...
linko:http://www.miapavia.it/articolo.cfm?Id=3432&Sezione=6
Beene,
vi saluto,
a presto... Paolone!



mercoledì 28 settembre 2005

Requiem, parte 2

Linko ancora il Blog di Beppe Grillo (con buona pace di Sandro Pascucci e compagnia). Credo che sia veramente una delle cose più schifose di tutti i tempi. Bravo Silvio. Pulisciti per bene il culo.

martedì 27 settembre 2005

Un Cane Andaluso


Ho appena terminato di vedere il famoso cortometraggio di Louis Bunuel "Un Chien Andalou". E già penso che me lo dovrei rivedere, perchè credevo di doverci capire qualcosa, che fosse da interpretare. Ma non è così: è un film fuori da ogni logica, volutamente incomprensibile, visionario per certi versi, anarrativo, se mi si consente di creare un neologismo. Ma non sono qui per farne una recensione. Sono qui per consigliarvelo. Due le scene che particolarmente mi hanno colpito: l'occhio tagliato di netto e la mano con un foro da cui fuoriescono formiche...
Se siete in vena di recensioni, poi, vi fornisco un link particolarmente interessante.

http://www.municipio.re.it/cinema/catfilm.nsf/0/4B2361A3E1FA8BBFC1256D9F002D95A1?opendocument

A presto!
Paolo