buzzoole code A Paul's Life

domenica 28 marzo 2010

Malamaronò - Commenti raffreddati sul Festival di Sanremo 2010

È finito. Anche quest'anno tutto il Carrozzone Sanremese è andato a sfrangersi scomposto contro le mie pupille incredule, scavando insperati e deliziosi vertici di trashissimo squallore e di conseguente e autentico divertimento. Ammàzzate che apertura.
Tanto per dimostrarvi che questo blog esiste ancora, eccovi una bella mega-recensione scritta in un mese circa su quello che possiamo oggettivamente definire "il Festival a immagine e somiglianza della sua conduttrice" - con tutto ciò che ne consegue. Nel male.
Neanche da dire, questo intervento lungo e non-richiesto è autorizzato, citando la coppia ormai stabile (alla faccia del rispetto delle tradizioni canoniche di un bigamo, si potrebbe malignamente commentare) Enzo Ghinazzi - Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, dal fatto che credo nella mia cultura e nella mia religione, per questo io non ho paura di esprimere la mia opinione. Trovate l'intruso.
Passiamo quindi all'argomento regino della kermesse, le canzoni (anche perchè essendo festival della Canzone Italiana, ed essendo io collaboratore di una rivista di musica italiana, non si scappava. Per non far torto a nessuno, andrò in ordine alfabetico per interprete.

Arisa - Malamorenò
L'anno scorso l'abbiamo sperticatamente lodata come nuovo standard della canzone all'italiana. Segretamente, speravamo che sarebbe, col tempo, arrivato un passo in meglio, verso un'autenticità (il vero quid del personaggio Arisa) che non passasse necessariamente attraverso dei pezzi esageratamente ruffiani, orecchiabili fino all'usura e buonistissimi. Niente da fare, si è cavalcata l'onda e Malamorenò fa ammosciare le gonadi. Da antologia lo scenario post-apocalittico in cui <<Può scoppiare in un attimo il sole / Tutto quanto potrebbe finire>> , non fosse che <<A volte basta che ci sei / Perché a me basta che sei qui vicino / Perchè a me basta che ci sei>>. Come direbbe il regista Enzo Castellari: mej cojoni!
Preziose comunque gli interventi delle Sorelle Marinetti, e la versione "aristocats" della serata degli ospiti con Lino Patruno Jazz Band.

Malika Ayane - Ricomincio da qui
Tre minuti e mezzo belli densi per un pezzo scritto a quattro mani dalla splendida Malika e dal prestante Gino "Pacifico" De Crescenzo al testo, servito su una confezioncina musicale sofisticata e vagamente bacharachiana di Ferdinando Arnò. Un brano impalpabile e sorridente, che decoprime quel magnifico istante di incertezza e stupore del realizzare che mannaggia è proprio vero, mi sono innamorato per davvero. Per chi scrive - e non solo - il pezzo qualitativamente migliore del Festival, penalizzato forse dalla mancanza dell'immediatezza e dell'orecchiabilità della hit dell'anno scorso Come foglie - "difetto", se di difetto si tratta, che non ne sta affatto danneggiato le vendite.
Non mi ci soffermo troppo, avrebbe meritato di vincere, perla nello sterco, bla, bla, bla e bla, bla, bla.

Simone Cristicchi - Menomale
Sentendo e leggendo in giro dei commenti su questa canzone, ancora mi stupisco di come a tanta, tanta, tanta gente sia davvero estraneo il concetto di ironia (e non umorismo o semplice comicità, attenzione: intendo, banalizzando, un discorso il cui significato letterale è l'opposto rispetto a quanto realmente si vuole dire), cosa che purtroppo ha penalizzato la percezione di questo pezzo, salutato come banale tormentone da un pubblico impellicciato dall'orecchio evidentemente un po' superficiale, e, ancora, dalla preparazione culturale piuttosto terra-terra.
Oltre a queste notazioni, il brano non è un capolavoro: è l'ennesima incarnazione delle demo-caustiche critiche sociali cristicchiane, ma con un maggior mordente, grazie alla penna acuta di Frankie Hi Nrg al testo e all'innesto crossover di chitarre e fanfara gloriosa nel ritornello.
Vale quindi anche l'opposto del commento iniziale: da alcuni è stato salutato come grande pezzo di critica, quando non ne ha proprio la stoffa, nonostante le liriche abbastanza indovinate (l'accostamento Wojtjla - Bin Laden non l'ha colto praticamente nessuno). Per quanto simpaticamente graffianti, in questo tipo di pezzi semplicemente manca il respiro argomentativo per costruire bene un discorso, che per come è svolto risulta un pochetto qualunquista.

Toto Cutugno - Aeroplani
Lei è una stronza e lo fa soffrire, lui per ricucire adotta la formula scordammoc'o'passate.
Nel processo, Toto riesce a fare esplodere un muscolo cardiaco. Grossa stima. Carissimo, va bene l'amore, ma lo capisci che la scopa nel culo è dietro l'angolo?
Il pezzo è stato palesemente riciclato da un Sanremo del primo millennio a.C., il testo è tirato via e la musica è fin troppo ambiziosa. L'abbiamo visto: Toto, reduce dalla sua malattia, sembra posseduto dal fantasma di Joe Cocker, solo stonato. Cher avrebbe rimediato con un po' di vocoder, ma Cutugnone non si sa limitare e scrive esplicitamente una canzone che non è in grado di cantare. Solidarietà per l'accaduto, ma un po' di dignità...

Nino D'Angelo e Maria Nazionale - Jammo ja
La riscossa del Sud è affidata al Yousson Dour del Golf'e'Nappule, in quella che è chiaramente la risposta a Italia amore mio, per mancanza di autoreferenzialità e vanità. Emerge sanguigno l'impulso a tirarsi su le maniche - sempre dopo il caffè, la pennica, eccetera eccetera. La canzone non brilla per originalità, ma almeno è onesta e non gioca sugli stereotipi e clichè che di solito uccidono nella culla questo tipo di brani (Gigi Finizio, non sei dimenticato, tu e il tuo orgoglio terrone).

Irene Fornaciari feat. Nomadi - Il mondo piange
Lei è la reincarnazione del padre, vocalmente, ma soprattutto fisicamente. Guardatela in faccia, le manca la barba.
Il brano si fa ascoltare: è praticamente un brano dei Nomadi (anche se paradossalmente potevano starsene a casuccia), compreso messaggio di abbraccio universale (che poi, perchè il mondo piange?), con dei punti presi direttamente dal Fornaciari sbagliato. Sì, il padre. Un applauso per la parrucca di Danilo Sacco, che riesce a vibrare anche attraverso il misero verso che gli è stato ritagliato.
Attendiamo il nuovo CD-ROM dei Nomadi, dopo il successo di "Dove si va?".

Irene Grandi - La cometa di Halley
Lei spacca sempre, anche se non si devasta di alcool più come un tempo. Peccato.
Ci riprova la premiata ditta Baustelle-Grandi dopo il successo di Bruci la città, con questo pezzo che di Baustelle ne ha fin troppo. E uno dice: "va beh, che ti lamenti? Mica sono i Finley." E infatti mica mi sto lamentando.
Il testo ha tutto il sapore da ascetico di Piazza Vittoria un po' fissato con la figa di Bianconi (il cantante dei Baustelle), su una relazione amorosa andata a spegnersi nella stanchezza e nelle elucubrazioni di lui. Solo quando lei si rompe il cazzo, lui si sveglia. Ma è troppo tardi. Segue simpatica citazione invertita dei Beatles: "you say goodbye, and i say hello" diventa "io ti dico addio, tu mi dici ciao". E soprattutto non c'è il tutto sesso orale di Bruci la città! Mannaggia a Bianconi!
Fa storcere il naso l'arrangiamento un po' piattuzzo, per un pezzo che diventa prezioso solo perchè spunta dalla media mediocrissima di quest'anno.

Marco Mengoni - Credimi ancora
Parte come l'inferno, sembra che deve spaccare l'Universo. Poi se ne dimentica. E lo immagino, cantare così bene stanca.
Un peccatone, l'xX-Factor (leggasi ex-X-Factor) ha la stoffa per pezzi molto più validi di questo, mediocre testualmente e precocemente appesantito negli arrangiamenti malgrado le piacevoli scaramucce orchestrali sul bridge.

Fabrizio Moro - Non è una canzone
Moro porta la ganja a Sanremo, giusto perchè tra tanti fiori mancava solo quella pianticella lì. Fatti come delle balle di fieno, ecco tutti a ballare tentando una riflessione sull'etica e morale. Purtroppo, anche qui vale un po' il discorso fatto a proposito di Cristicchi, con l'aggravante che metà del testo sembra fatta di parole qualunque piazzate lì ad minchiam, un po' come l'arrangiamento dei fiati sul secondo refrain.

Noemi - Per tutta la vita
Noemi potrebbe cantare all'Osteria di Gigi lo Stronzo e si bagnerebbe anche il forno a legna. Cioè, dai, sentitela, ti graffia le pareti dell'anima.
Vale il discorso di Mengoni, pezzo un po' improvvisato (anche se in suggestivo crescendo), che però lei potenzia a dovere. Questa ragazza ha davvero bisogno di autori seri dietro. Niente doppi sensi, please.
Terza canzone in cui esplode qualcosa, un record positivo per questo Sanremo.

Povia - La verità
La verità è che l'ho ascoltata 13 volte e non ho ancora capito qual è la tesi. Povia è famoso per i suoi pezzi ciellini, poi capziosamente omofobi. Stavolta, quando finalmente deve tirare la bomba da cento... niente, si ritira, dice un po' questo, un po' quello, così ognuno la legge come gli pare, basta "l'argomento" a fare pubblicità. E le violoncelliste fighe.
Il mio sospetto è questo: secondo Povia, il pericolo principale dell'interruzione dell'accanimento terapeutico è che lo spirito del deceduto possa rimanifestarsi sottoforma di brividi sotto la pelle.
Per il resto, il solito Povia sobrio che argomenta con razionalità su tematiche scottanti.

Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici - Italia amore mio
Al pari del pezzo di Scanu, è una fucilata di una gavettonata di un polpettone di un minestrone. Solo che se Scanu mira alle balle, il Ghinazzi-Savoia mira direttamente al cuore.
La prima strofa è il manifesto (o meglio, l'abborracciata somma) di tutto ciò che vorrebbe essere il minimo comune denominatore del popolo italico (già ben sintetizzato dalla proverbiale "popolo di Santi, Navigatori e Poeti"): le "tradizioni", la "famiglia", la "giustizia", compresa quella sociale., la "religione" (che non si spiega perchè credere in tutte queste cose legittimi qualsiasi cosa a dire una sua propria opinione, quando per farlo bisogna conoscerle, le cose. E vi garantisco che le due cose non sempre vengono di pari passo). E fin qui "ok".
Poi cominciano le bestemmie storiche. Cito: "io sento battere più forte / il cuore di un'Italia sola / che oggi più serenamente / si rispecchia dentro la sua storia". Considerati i duelli che a ogni celebrazione storica si fanno su revisionismo e simili, questa affermazione è completamente fuori dalla realtà. L'understatement è che il processo di revisionismo sta andando alla perfezione, fregandosene del fatto che si sta appiattendo tutta la Seconda Guerra Mondiale a un grigiore morale assoluto, senza porre alcun paletto. Se la storia la scrivono i Vincitori, la Memoria la ri-scrivono i figli dei Vinti.

Per farla breve e senza lanciarmi in crociate che qui non hanno senso, riassumiamo: "più serenamente" un paio di balle, Fili.
Sorvoliamo su Lele che stringe l'Italia tra le sue braccia (quando ben si conosce il sonoro schifo che i Savoia hanno dedicato al nostro Paese per decenni), la seconda strofa è un capolavoro di comicità involontaria, sullo sfondo di una deliziosa fellatio alla figura di PhilpBert, che diventa lo scintillante eroe umile ed ingiustamente punito (beh, non che lui abbia colpe, sinceramente. A parte la candidatura all'Udc). Puro melodramma, come ci piace a noi.
Tutto questo su un misturone musicale che si lancia in demenzialità operistiche (ricalcate su Somewhere over the Rainbow), con ridicoli contrappunti di mandolino synth che tanto fanno Nappule. Perchè, se ci pensate, mancava proprio "Mandolino, Mamma e Pizza".
Poi "Italia amore mio".... Cos'è? Una fiction con Ezio Greggio e una tettona del Bagaglino? Una trasmissione di Rai2 monopolizzata dalle proloco e dalle Confraternite del Risone in Brodo? Mavava....

Madre mia, ho scritto un casinò.

Enrico Ruggieri - La notte delle fate
La professionalità sta anche nell'umiltà. Ruggieri ha scritto belle canzoni, testi importanti e memorabili, ma sa bene che certi pezzi nascono da epifanie imperscrutabili, e non se la tira. L'artigiano fa bene il suo lavoro: La notte delle fate ne è un tipico esempio. Un testo giustamente poco ambizioso, ma sensibile e sorridente, arrangiamento un po' da svecchiare ma ben tarato sul nostro Enrico, che ci regala le sue vocali fantastiche appena può.
Non vediamo l'ora di sentirla nel prossimo spot del Lines Seta Ultra!

Valerio Scanu - Per tutte le volte che...
Sinceramente, regazzine a parte, in un Paese culturalmente e politicamente decomposto come il nostro, è normale che stravinca un pezzo del genere, e quindi non starò qui a menarla più di tanto.
Semplicemente, il pezzo, nonostante il prezioso mestiere che il Maestro Vessicchio apporta alle orchestrazioni, pare scritto in un anno imprecisato dello scorso secolo. È di un conservatorismo musicale che quasi spaventa, e fa ancora più paura se si considera che a scriverlo è stato un ventenne (dal volto deforme - ma questa è solo una cattiveria gratuita) e a interpretarlo un altro ventenne (con tanto di piercing alla lingua, che fa tanto "sono molto bravo nel sesso orale" - ma questo è solo un'attestato di stima).
Il testo è un capolavoro di svenevolezza romantica all'ennesima potenza, in un polpettone di immagini incontrollate ispirate a quell'amore pornograficamente romantico che "legittimamente" incanta le tredicenni di ogni epoca. E ogni modo, ogni luogo e ogni lago. Davvero, eventuali abbindolati/e dalla profondità sentimentale di questo brano commentino e mi svelino come facciano a prendere sul serio una simile apologia del sesso subacqueo.
Che spero sarà presto reso illegale.

Sonohra - Baby
Se Robert Plant, probabilmente l'uomo che ha urlato "beiibee" più volte nella storia della musica, fosse morto e gli capitasse di sentire questo pezzo, il risultato sarebbe 2012. I Sonohra ci hanno abituato alle loro carinerie adolescenziali rockeggianti, per cui c'è poco da dire, e ancor meno da meravigliarsi. Infatti, il biondino (il terzo fratello Kaulitz, quello deforme, ma l'unico che è riuscito a trasformarsi in SuperSayan - non è il cavo della chitarra, è la coda) ogni volta che si fa vivo si nasconde sempre di più. Attendiamo la scissione tipo Oasis.
E andatevene affanculo voi e la vostra h di merda che ogni volta ci metto un'ora a capire come vi si scrive.

Allora, siete d'accordo?
No?
Ve ne frega una mazza?
Qui sotto c'è lo spazio dei commenti. Ora vado a ritirare la mazzetta della Caselli.

giovedì 7 gennaio 2010

La polvere

Questo racconto ha circa otto anni, le ultime revisioncine risalgono a un paio d'anni fa, ma essenzialmente poco è cambiato: ha tutti i pregi e i difetti della scrittura di un sedicenne.
Lo pubblico, non so perchè ho voluto aspettare così tanto, non so nemmeno perchè lo faccio proprio oggi.

La polvere

Ci sono notti in cui le stelle non sono in cielo, ma te le trovi sparpagliate all'orizzonte. È in notti come questa, in cui le nubi del pomeriggio appena passato non sono che sfumature di blu siderale dietro cui si nasconde qualche timido astro, che gli esseri umani subiscono la tentazione di provare a respirare, a ricordare, a pensare.
Ed è lecito. È lecito anche per i reietti, gli emarginati, che probabilmente di questi cieli si nutrono più avidamente, che di questi cieli sanno calcolare spazi e profondità, che di ogni stella sanno vedere i pianeti.
Ed è importante. È importante per loro che amano la pioggia, i cieli cupi, e le notti senza stelle.

Se aveva qualcosa di veramente suo, era il nome.
Fior.
Si svegliò di soprassalto, e, non dandosi neanche il tempo di aprire gli occhi, prese una sigaretta dal pacchetto sul comodino. La accese, si alzò in piedi, muovendo qualche lento passo verso la finestra. La aprì e lanciò la sigaretta, e la guardò volare, simile a una stella cadente, descrivere un ampio arco, tuffarsi nell’abisso e spegnersi sul campo.
Chiuse gli occhi, e rivide la stessa scena, con il sottile arco di luce disegnato per pochi millesimi di secondo, e poi cancellato in un istante.

Sentì improvvisamente la porta, e tutto fu, per pochi istanti, come in un sogno.
Vide la piccola abat-jour sul comodino diventare un piccolo sole, e le cose attorno ad esso farsi improvvisamente sferiche, e disegnare con le loro sagome orbite sfuggenti, ma misteriosamente impresse sulle pareti verdognole della stanza. Il pensiero lo fece sorridere.
Tornò alla realtà, e aprì la porta.
Di fronte, un uomo alto e robusto, con un importante smoking odoroso di bella vita, indicò qualcosa dietro di sé.
- Bello il pianerottolo, eh? – disse.
Fior annuì, accennando un timido sorriso.
L’uomo entrò, e Fior si accorse che in qualche modo gli aveva letto nella mente. Lui, scorta la parete squallida, voleva vedere solo quella, e disdegnò per non pochi secondi la presenza dell’ospite inaspettato e sconosciuto.
Scrollò la testa. La sua nuova condizione non gli si addiceva ancora. Aveva bisogno di tempo per poter abituarsi al fatto di essere completamente libero.
- Ti ci abituerai presto, sogghignò sereno l’uomo robusto, e si accomodò sulla poltrona.
- Dove siamo? - Il tono di Fior interruppe l’atmosfera gioviale che si era creata.
- Dove sei?! - rispose meravigliato l’altro - Io non lo so di certo.
Fior sorrise. Era tutto piacevolmente assurdo: l’uomo robusto, di cui non conosceva nulla, che gli leggeva nella mente e che gli rispondeva in modo ancor più assurdo.
- Basta, ti prego. Dimmi dove siamo.
Inaspettatamente, Fior cadde per terra, lungo disteso. Poi, riaprendo gli occhi, La vide.
In una visione di luce e profumi, Fior vide la Donna che amava, e tentò di sfiorarla, ma non riusciva a muoversi. Il suo sguardo sembrava alquanto inclemente, lui però sorrideva, quasi inebetito.
La visione scomparve.
- Siamo in un motel. Non so esattamente dove. Il proprietario – disse, malcelando un certo disgusto- è un mio amico.
- Dove siamo, più o meno?
- Non lo so, amico. Te l’ho già detto.

La notte era fredda davanti al motel, e il cielo era dipinto di tenui tinte rosse. Enormi banchi di nuvole si muovevano, nascondendo completamente la vista delle stelle. Fior vide quello spettacolo poco prima di salire sull’automobile, e ne fu estasiato e turbato al contempo.
L’altro sembrava distratto, eppure percepiva lo stato d’animo di Fior.
- Dimmi, cos’ha di tanto sconvolgente un temporale in arrivo?
- Un temporale?
In quell’istante, una grossa goccia gli cadde tra le ciglia, e la vista rimase come squagliata per alcuni istanti. Una grande macchia scura divenne un oceano di pipistrelli, e comparve all’improvviso una luna abbacinante che accecò Fior, che si accorse poco dopo che dolci profili si delineavano, danzando dolcemente dalla luce, come rigagnoli d’acqua. E La vide di nuovo.
Quando la visione scomparve, l’acqua picchiettava il tettuccio di un’automobile, e si infrangeva in innumerevoli lacrimucce stagnanti. Fior aprì la portiera e si infilò velocemente nel veicolo.
Dentro, Lui rideva. Quando notò Fior, smise a fatica, poi mise in moto, e viaggiarono a tutta velocità attraverso una notte madida di pioggia.

Attraversarono colline e alture, ridotte a sagome scure che si stagliavano dalle basse luci dell’orizzonte azzurrino. La strada era stretta, poco illuminata e terribilmente dissestata. Ogni tanto, una piccola casetta si affacciava al lungo nastro grigio della strada, mostrando con orgoglio un fiore all’occhiello luminoso, Faro d’Alessandria in un oceano d’acqua scrosciante e rumorosa.
- Dove andiamo? – chiese Fior, riemergendo dal torpore.
- C’è un posto che dovresti vedere prima del sorgere del sole, poi la scelta sarà tua.
- La scelta?
- Prima aspetta di arrivare, e poi avrai le tue risposte.
- Ma cosa ci faccio qui? Chi sei? – la voce di Fior divenne un grido lamentoso. – Dimmi, che cosa è successo a... tutto?
La pioggia divenne sabbia, e la strada bagnata una lunga linea di fango.
Attraverso il parabrezza, si vedevano solo ondate di fango che si riversavano sull’automobile con devastante irruenza. Ma Lui non se ne curava. E Fior era zitto da tempo.
Lui non gli aveva risposto. Fior aveva perso la pazienza, ma non la pazienza di aspettare la risposta, la pazienza di ascoltarla. E si era rassegnato a guardarsi i piedi.
- Senti, Fior...
- Eh? - la sua voce era distante e patetica, immersa in un sonno fatto di forme in movimento. Stavolta, Fior scacciò in anticipo la visione.
- Io so che stai male.
- Io sto benissimo!
- Guardati la pancia.
Fior vide che la sua pancia era squarciata da un grande buco.
- Cos’è!!?? - l’urlo si confuse con l’agonia, l’agonia con la morte, la morte con la lancinante illuminazione.
La lancinante illuminazione trafisse i sensi, tutti, anche quelli repressi, latenti, e si confuse con una sagoma, la stessa, la stessa di sempre, sempre più nitida fino ad apparire un gioco rigido e statico di contrasti, di bianco e nero, talmente rigido da far male agli occhi.

Quando riaprì gli occhi, dopo ore di sonno, e dopo altre ore di sforzo enorme per muovere quei piccoli muscoli, paralizzati dall’eccesso, vide che era tutto bianco.
Oltre la distesa di bianco, immacolato e irreale, c’era una sagoma più scura che si stagliava sullo sfondo.
Fior mosse il primo passo, e, se all’apparenza non sembrava esistesse nulla, avvertiva qualcosa di solido e concreto sotto i piedi, una sensazione stranissima, che scomparve e divenne parte stessa della confusione che lo conduceva verso la sagoma.
Quando si avvicinò alla sagoma dai lineamenti offuscati, questa lo riconobbe. E gli parlò.
Lui non capì nulla, non riusciva ad udire nessun suono, un prurito irritante alla base del collo, la sensazione di non sentire e non sentirsi. Tentò di muovere qualche muscolo facciale, ma non vi riuscì.
La sagoma smise di parlare, e finalmente potè riconoscerne il volto.
Era Lei.

Aprì di nuovo gli occhi, e rivide Lui accanto a sé. Erano fermi accanto a una strada abbandonata in pieno deserto. La Luna spuntò così improvvisamente che sembrò aver spiccato un salto. Poi gli sembrò di vedere una stanza da letto abbastanza spartana: un armadio, un letto coperto da un federa gialla e nera, disegni irregolari e inintelligibili su un fondale giallo neutro, e sopra il letto, immersa in un sonno profondo e caldo che l’abbracciava, c’era Lei.
Quando rialzò il volto, vide che la Luna diventava sempre più grande, si gonfiava quasi fosse in procinto di esplodere.
Poi scomparve del tutto.
Vide una piuma svolazzare alla sua estrema destra. Si girò verso quella, ma era già sparita. Poi, abbacinante, venne l’illuminazione: era polvere. Quello che gli era rimasto tra le mani, dopo il sacrificio, dopo aver fissato a lungo la luce meravigliosa e splendida del pinnacolo, per poi conoscerne la falsità. Polvere, e chilometri nelle ruote, e buchi nella pancia, e la verità tra le mani.
Invidiò per un istante l’illusione di quelli dall’altra parte, che non avevano visto, che non avevano sofferto, o che se lo avevano fatto non erano riusciti a riprendersi il dolore e mangiarselo, digerirlo e viverlo, prendendolo come punizione, ma come un dono. Un dono di immensa gratitudine, immensa e mortale. Non avevano respirato la polvere, non l’avevano mangiata, non ne avevano i polmoni pregni. Perché chiamare alla mente il Pensiero, e incontrare gli Occhi, e planare sulle Labbra, e cadere di nuovo negli Occhi, e scivolare sui Capelli, era tornare alla Polvere.
Dov’era la strada che poco prima si stendeva sotto i suoi piedi, e l’Uomo che l’aveva accompagnato lì, attraverso una cascata di fango, un sogno vero e tangibile?
La Calotta di Stelle sopra restava immobile. Come se il tempo si fosse fermato. Poi, Lui c’è. Poi, di nuovo scompare.
Tutto è di nuovo bianco.
Avanzò barcollando. guardò oltre una collina, comparsa all’improvviso, come modellata dal vento, dono di polvere: il sole appena sorto convinse anche le ultime brume a scomparire, e loro, dopo le numerose ore trascorse appese in aria, visibili come fantasmi, si persuasero che forse era tempo di coricarsi.
Oltre la Collina, tutto era luce. Era anche più bianco di quel Bianco. E lui si incamminò nella luce.
E quando, poco dopo, ne uscì, c’erano dei bambini.
Giocavano, saltellavano attorno alla loro orbita inesistente. Fior rimase con le braccia distese lungo i fianchi. Guardava.
Poi un uomo, dall’altra parte, lo salutò.
Era Se Stesso.
Accanto c’era Lei.
Lui sorrideva. Lei sorrideva.
Lui salutava. Lei salutava.
Lui la amava. Lei lo amava.

Quando la Collina scomparve, i bambini corsero verso di lui: l’ultimo bimbo, il più piccino, gli passò attraverso. Poi, pochi metri dopo, si fermò a fissarlo, in volto un’espressione stranita. Fronte corrucciata, occhi a fessura: adirato o incuriosito, forse entrambi.
Il sorriso illuminò finalmente il faccino paffutello del bambino che iniziò a salutare. Corse via ridendo, su un terreno che non esisteva, ma che andava in salita.



Flattr this

venerdì 18 dicembre 2009

Fa che nonna mi abbia regalato i contanti e non il solito paio di guanti

(il titolo è una citazione di "Canzone di Natale" degli Zen Circus)
(il seguente testo è stato scritto nella notte il 9 dicembre alla 1.50. lo pubblico come lo scritto, e non so perchè)

Per la prima volta da anni, mi sono accorto che posso vedere qualche stellina stando comodamente sdraiato a letto. Beh, certo, anche perchè le persiane non sono completamente chiuse, e c'è uno spazio abbastanza largo da permettermi di vederne distintamente un paio. E questo dopo due ore di essermi praticamente vietato di dormire pensando a un vecchio progetto che ormai, mi rendo conto, è impossibile portare a termine come vorrei. Come tutti i migliori periodi, anche in questo c'è un mare di roba da fare simultaneamente, e proprio questo impedisce di fare tutto al meglio. Anzi, a volte è proprio questa sovrabbondanza a impedire di fare qualunque cosa.
Recensioni, studio, teatro, varie letture, varie visioni, un po' d'esercizio, i pasti, i mezzi di trasporto, le richieste dell'ultimo momento, il magico mondo del www, la vita sociale tutto da comprimere in un unicuum spaziotemporale che scorre inesorabilmente veloce.
Tempo fa, parlavo di troppo ozio da svolgere. Confermo, vorrei giornate di 72 ore. E teatro almeno ogni 24 di queste 72. Vorrei leggere e ascoltare i dischi allo stesso tempo, ma non riesco fare entrambi con lo stesso cervello senza cominciare a pensare a una terza cosa. Su altri fronti, sto riuscendo a raggiungere un grado soddisfacente di multitasking e con una soddisfacente qualità. Rimangono fuori lo scrivere e il disegnare, oltre che lo studiare. Ma è solo il nostro dovere nella vita, che sarà mai! Presto poi, ci sarà anche da cominciare a lavorare alla tesi. Evvai!
Voglio morire!
Alè!
Ho tanto freddo!

Son due ore e mezza che mi giro nel letto e adesso ho deciso di mettermi a scrivere per stancarmi. Non è servito The Player su Deejay TV, e non avevo voglia di vedere South Park. Beh, meglio così, adesso so cosa fare quando non riesco a dormire. Scemo io a non pensarci prima. Se sta cosa finisce sul blog finisce davvero che qualcuno mi chiude in clinica. Ergo, finirà sul blog.
Oggi a Milano ho visto Ignazio La Russa, non so perchè ma non ho avuto idee per stuzzicarlo in qualche modo. Non volevo dargli la soddisfazione di augurarmi un cancro. E poi, era al cellulare. Al, non nel. Mannaggia.
Mi sembro tanto il protagonista di Moon. Senza fare troppi spoiler [e qui consiglio a chi lo vuole vedere di saltare qualche riga, non si sa mai], ma tre anni da solo sulla Luna sono inevitabilmente deteriori per la mente. La sola valvola di sfogo, la sola cosa che lo salva – non dalla pazzia, o almeno non solo da quello – è l'amore. Un amore virtuale, a sua insaputa. Anzi, un amore in differita. Un amore che di fatto è solo nella sua mente e nei messaggi che gli vengono centellinati da Terra. Ok, ora mi sono un po' lasciato prendere la mano dall'amore che non c'entra niente. La mia similitudine era per via della degenerazione mentale, ma mi chiedo se anche da quell'altro punto di vista... Film bellissimo, comunque... Regia inglesissima, poco indulgente, Sam Rockwell da paura, anti-clichèttaro, anti-plumbeo, a tratti impietoso, ma con un happy ending solare, inaspettato e adattissimo.

Tutto questo per dirvi che ogni tanto al blog ci penso.
Tornerò.
Presto.

domenica 11 ottobre 2009

Post Comunista

Allora, Berlusconi è incazzatissimo.
Stavolta ha deciso che non si smentisce niente, si va dritto, si sbraita fino alla fine. Muoia Sansone con tutti i filistei. La resa dei conti. I parallelismi sinistri e sinistroidi col finale del Caimano si sprecano. Silvio è Back in Black.
Ok, fin qui i fatti noti. Venerdì, oltre a La Repubblica, ho acquistato anche il Giornale. Per farmi due risate: l’indignazione non basta, bisogna ridere. Ridere però spesso cade nel vuoto. Bisogna argomentare? Bisogna parlare? Non so. Di fatto, come capita da anni a tutta la gerarchia della berlusco-destra, quando oggettivamente mancano gli argomenti, partono gli insulti, partono anche le difese sdraiate al Capo
Feltri apre ovviamente le danze, espandendo quanto già detto dal Biscione (sentenza politica, responsabilità del Capo dello Stato), ma con qualche “comunista” in più. Questa parola ha perso senso da talmente tanto tempo che non ci si è chiesti ancora quale sia la sua re-semantizzazione. Poi magari mi viene a rispondere uno che mi dice “è una parola usata come insulto che ormai ha perso senso”. Eh, grazie al cazzo.
La tesi di Feltri è che Berlusconi, dicendo quel che ha detto su Napolitano, era perfettamente legittimato dalle circostanze, senza considerare che a) non risulta che il Capo dello Stato abbia mai promesso a Berlusconi alcunché; b) se l’essere stato comunista – qualsiasi cosa significhi – non garantisce l’imparzialità, non ne è garanzia provenire da nessun partito o storia politica. E visto che per essere Presidente della Repubblica bisogna essere parlamentari, e se per essere parlamentari bisogna appartenere a un partito – de facto -, nessuno può essere davvero imparziale. L’imparzialità, come giustamente fa rilevare lo stesso GN, sta nel prendere come pietra di paragone la Costituzione. Ergo, scrivere “al momento di salire al Colle militava ancora diligentemente nell’ex Pci. Il che non è una garanzia di imparzialità” è puramente puerile. Nessuno, usando il medesimo parametro, può esserlo. L’errore, semmai, del Presidente della Repubblica è stato quello di aver fatto passare il testo in prima istanza. Di non aver sottolineato i cosiddetti “rilievi di incostituzionalità”. Da questo punto di vista, sì, anche Napolitano esce sconfitto da tutta questa faccenda – ha questo potere e questa responsabilità, e scenate come quella dell’altro giorno con quel cittadino che gliene chiedeva conto, sono del tutto fuori luogo. Ma procediamo.
Feltri fa notare che il Paese è piombato in un clima da guerra civile. È vero. Dal 1994, dal discorso della “scesa in campo di Berlusconi”, quando fece la sua mitologica distinzione delle due Italie. È da quando ha tracciato quella linea nella sabbia, che è iniziata la Guerra Civile.
Numerosi i rilievi sul lessico iperbolico e vittimista del direttore del Giornale, come sempre impegnato in deformazioni violente e pornograficamente capziose dei fatti, anzi, di alcuni fatti, quelli che gli fanno più comodo. Come ogni bravo villain da film – anzi, come ogni bravo scagnozzo del villain, che ride a ogni battuta poco divertente del capo - lo loda quando dice l’ovvio, lo straloda quando dice il falso. Una domanda ce l’avrei per Feltri: allora, Berlusconi non sbaglia mai, giusto? Ma da che punto di vista viene questa valutazione? Perché Berlusconi è Presidente del Consiglio? Perché Berlusconi è Leader del PdL? Perché Berlusconi, per proprietà intriseca, è Berlusconi, ergo infallibile?
Veneziani inforca con il suo op/eda intitolato “I teppisti chic della sinistra che vogliono sfasciare l’Italia”: che forza, sono un teppista chic. Questa settimana mi hanno definito radical chic, io preferisco geek chic, ma teppista chic è troppo forte. Leggiamo: allora, secondo il nostro Veneziani, siamo in un clima da anni di piombo causato dalla sinistra che ha lanciato la solita campagna d’odio e bla bla bla. Ma fratello, non sono certo io ad avere fatto – ancora – quel discorso quindici anni fa, non sono io a continuare a urlare “sono... e rimarranno sempre... dei... comunisti!” quando tento di farti capire che se ci sono delle regole e delle responsabilità connesse a uno status, queste vanno rispettate, che ti chiami Berlusconi o Carretta. Certo, questa contrapposizione sfocia in frangenti piuttosto ridicolini – le varie gallerie fotografiche sul sito di Repubblica con “siamo tutti farabutti” e così via fanno sorridere: prendere così forzatamente ogni frasi sciocca di un premier che ha evidenti difficoltà di comunicazione, vista l'immane quantità di volte in cui è costretto a rettificare, non porta lontano.
Certe reazioni esasperate, non se ne stupisca l’iperbolico Veneziani, sono prodotto di tempi esasperanti, in cui si tenta di svegliare questa supposta “maggioranza silenziosa”, di affrancarsi dall’omertà, dal silenzio in cui questo squallore etico e questa approssimazione d’azione politica ci stanno gettando. Senza risultato.
Sì, quello di Berlusconi è un Paese che non ci piace, che prende decisioni di stomaco e non di testa, che prende la demagogia come scudo, che generalizza tutto per strumentalizzare – e sappiamo che generalizzare è da idioti, esattamente come è idiota una politica (o supposta tale) esclusivamente fondata sul consenso e sul rilevamento da sondaggio. Ignorare le insidie e l’artificio nascosti in ogni atto politico è stupido, utilizzarli a fine personale è criminale. Si è in politica per il bene comune, se non proprio per il bene superiore.
Le milizie benestanti e acculturate – i teppisti chic - di cui parla Veneziani non sono certo le uniche a parlare, ma non è certo una coincidenza se uomini con diverse storie, culture, mondi sociali, magari un tempo anche contrapposti, puntino il dito contro “l’elefante nella stanza”. Dal sapere viene il senso critico, un senso critico che molta gente ha perso, assopita da prodotti anestetici, fatti per trasformarli in infrastrutture del consenso, abituarli all’adesione, alla promessa fantasmagorica di una vita kitsch, a-problematica e compiaciuta, una fiera delle piccole grandi furbizie con cui si possono scavalcare le regole. Quelle regole che esistono a favore di tutti. Il problema è affrontare i problemi, ma affrontarli davvero, insieme. Che tutto questo si trasformi nel solito pessimismo “italiota” autoindotto e altrettanto demagogico fa parte del gioco.
Ma anche qui, conoscere, osservare quanto più criticamente e “distaccatamente” possibile il mondo, interpretarlo, aiuterebbe molto più dell’indagine giornalistica più completa, della sentenza di Consulta più illuminata, del comizio più efficace ed emozionante.
È paradossale poi come si denunci la divisione e la violenza di una parte politica, quando all’interno della propria si esige l’omogeneità assoluta di pensiero e parola. Non la coerenza ai principi che si vanno millantando – fortunatamente di radio, almeno per gli ex FI e gli “ufficiali di collegamento” come Gasparri -, ma proprio l’assoluto appiattirsi alla linea. Ma d’altronde, chi non è allineato è un comunista. Chi esagera e ricatta, è un alleato prezioso. Ma troppo pericoloso per rischiare elezioni anticipate e scheggiare un po’ la propria immagine di leader eletto dal popolo. “Volontà popolare”, “eletto dal popolo”, per quanto legittimati dalla gente, non si ha nemmeno il rispetto di riconoscergli un’intelligenza, una possibilità di scelta, la possibilità che la fiducia che si ha avuto dev’essere onorata rispettando il principio del bene superiore.
C’è tanto da dire, e ci tornerò. Ero partito con l’idea di fare qualcosa di molto più scanzonato, ma leggere il Giornale è un’esperienza tanto stimolante quanto offensiva. Mi fermo a pagina tre.
Però sta copia la conservo per i momenti di quiete. A futura memoria.

giovedì 13 agosto 2009

sabato 8 agosto 2009

Vedi Salerno e poi torni - Day 7

Day 7 - 31/07/2009
ore 11.30 - Ultimo risveglio nella lussuosa camera al GHS. Ultima colazione. Ultimo Montenegro alla goccia per Martino. Ultima possibilità per rubare le marmellatine, che però dimentico sul tavolo.
Salutiamo Francesca, the Coordinatrix, che approfitterà del weekend per vedere Pompei e Napoli, e cominciamo a realizzare che la festa è finita.
Simone e io torniamo in camera e, con in sottofondo Rai News 24 e scambiandoci l'ultima selva di stronzate, prepariamo le valigie. L'inserimento dell'enorme fotografia regalatami da Nicola mi costringe a ripensare l'assetto della situazione molte volte, ma alla fine non c'è scampo.
Alle 11.30, un ultimo sguardo commosso all'arredamento, e chi s'è visto s'è visto.

ore 14.45- Ci troviamo nella hall, e dobbiamo ammazzare parecchio tempo. Almeno fino alle 13, ora in cui Zio Peppino ci ha garantito il pranzo giù all'Embarcadero. Attraversiamo per l'ultima volta la città, le casette di Barbie originali sui balconi, qualche ultimo vicoletto che ci eravamo persi, e con Marta e Nicola varianti a raffica sul cognome di Miki Gorizia - mannaggia a me quando l'ho chiamato Miki Gorilla...
Ne approfittiamo per un ultimo salto a Santa Sofia, dove salutiamo Petrone e ho modo di consegnare le caricature di Apolito, Lombardi e Chiara - che ho rifatto in modo più soddisfacente dopo colazione - a Chiara stessa, che sembra molto divertita dall'iniziativa.
Next stop, the Embarcadero: ad accoglierci, la splendida immagine di un Martino, rinnovato nello spirito e nel vestiario, appena uscito da una nuotata nel tratto di mare non proprio pulitissimo su cui sorge il ristorante. Appoggiato a una ringhiera, Davide canticchia "Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare..."
A pranzo, la fobia da cozze spinge molti a rifiutare il primo piatto - spaghetti e cozze -, che invece Davide inforca con gusto - e un sospetto di masochismo. Notiamo che il povero Miki Gorizia è solo soletto al tavolo e lo invitiamo a unirsi a noi, anche per riequilibrare il nostro karma - ma in realtà sta aspettando i suoi compagni, com'è giusto che sia. Anche il finora taciturno scultore-fumettista Luca Caimmi, emerso dal limbo giusto ieri, entra nel nostro "algo-ritmo" umoristico, e, per quest'ultima oretta, ci sentiamo una grande famiglia. Anche Miki Gorizia, che un po' temo, mi dedica una scrollatina di spalle con risata - a mò di "stronzolino..." - quando gli regalo anche la sua caricatura. È un bel momento.
Dopo pranzo, ci dirigiamo per l'ultimo caffè al De Rosa e salutiamo gli amici di Forlì, in partenza automobilistica. È demenziale salutare per davvero Nicola, dopo la giornata a ricordare le accuse della scrittrice Claudia "Cardinale" Cavaliere di aver copiato le foto da un fantomatico Vogue del '98 (sì, ok, era per dire...), e a scambiarci dei commossi "a presto" provvisori...
Torniamo momentaneamente all'Embarcadero, per salutare e ringraziare Chiara, i Cadillac e tutto il cucuzzaro. Dopo l'ultima foto ricordo davanti al ristorante, siamo pronti, anche se già un po' nostalgici, per l'ultimo miglio.

ore 18.10 - And then there were seven: Paolo, Marta, Martino, Davide, Riccardo, Simone e Alessandra. Il primo nucleo di GAI Team.
Il nostro pullman per Napoli Capodichino parte giusto giusto alle 17, e abbiamo un'oziosa ora e mezza da riempire nella hall del GHS. Davide e Riccardo ci allietano con un concertino da brividi piano-voce, con cover di Antony and the Johnsons, Tim Buckley, Radiohead, Paolo Nutini, che portano un'ultima ventata di creatività, con me e Simone che pasticciamo sui blocchetti, Marta e Alessandra che scattano foto e Martino che legge.

Trolley in mano e ultimi scalpiti di Vasco Brondi in gola, ci dirigiamo alla stazione dei pullman e ci dirigiamo all'aeroporto. Tempo di fare il check-in e mi accorgo di non avere più addosso la macchina fotografica, che mi era stata prestata con eccessiva gentilezza dal mio amichetto Bone.

ore 21.30 - Corro al pullman, non c'è. Chiamo Chiara, all'Embarcadero non è rimasto niente. Chiamo l'hotel, zero. Spero di averla messa in valigia per qualche motivo, ma so di sicuro di non averlo fatto. Ho un senso di colpa terribile, e l'unico modo per distrarmi è ascoltare i due geni che stanno facendo le parole crociate a voce alta al bar dell'aeroporto: "Mmm, tra l'Ecuador e il Perù.... S... Somalia! Ci sta, ci sta!"; "Sta bene sui maccheroni... macio? Sarà micio!"; "Ha cantato "Quello che le donne non dicono"... Fiorella M... Mannini!".
Alle 19.10, siamo già sull'aereo. Per ingenuità, siamo saliti dalla scalinata anteriore, non considerando il fatto che ci sono stati assegnati i posti in fondo all'aereo. Grandi geni, ma grandissima anche la gentilissima signora spazientita che pretende di farci sedere in venti secondi perchè non riesce a passare.
Sul volo, stanchi di una giornata di MikiQualcosa, prendiamo di mira il nostro carissimo Simone Ludovico, con una serie di varianti sul titolo del suo "In te spero". Visto che ho già un contratto con la Mondadori per la pubblicazione di tutta la lista, non mi è concesso riportarne alcuno in questa sede.
In barba ad Alessandra, convinta che non si sarebbe ripetuta la nostra fortuna dell'andata - in cui, ricordiamo, ci era stato fornito un croissant ghiacciato, eccoci dei simpatici vassoietti di carta con minipanino e vaschettina d'acqua, un po' come le ciotole per i cani. Lo snack viene dilaniato in tredici millisecondi, ma il disponibilissimo stuart, di sua spontanea volontà - e non sto scherzando -, ce ne fornisce altri a profusione...
Il massimo degli splendidi rapporti con questo splendido stuart arriva alla fine del volo quando attendiamo di uscire dalla porta posteriore, mentre tutti gli altri passeggeri sono scesi dalla porta anteriore. Lo stuart era talmente divertito dal nostro accalcarsi lì in fondo senza renderci conto di niente, che è stato zitto tutto il tempo a sogghignare tra sè. Genio.

ore 0.00 - In pochi minuti, ci riappropriamo delle valigie - senza macchina fotografica - e prendiamo il pullman che ci porterà in Stazione Centrale, a Milano. Qui, riempiamo altre quattro pagine di varianti di MikiGorizia, sapendo che gli altri passeggeri ci staranno odiando. Alla fine, il più simpatico tra loro ci rivela che ormai il mantra gli è entrato in testa, e ci soprannomina "Gruppo dei Filologi Pazzi". Ne siamo orgogliosi.
Alle 23 siamo in Stazione Centrale, l'ultima tappa del nostro grande viaggio. Il treno che ci porterà Pavia è già fermo al binario, per cui saliamo e ci scambiamo le battute finali.
Il primo a salutarci è Simone Ludovico, che ci abbandona a Milano Centrale, con un abbraccio e una bella limonata al finestrino del treno.
Poi, arrivati a Pavia, il commovente abbraccio finale e la promessa a ritrovarci quanto prima. Mammà mi è venuta a prendere, carico il trolley e via verso casa.

Titoli di coda
... preparate i fazzoletti...

innanzi tutto, devo ringraziare Roberto e Francesca, senza
i quali non avrei potuto esporre i miei lavori, ed ergo neanche vivere questa esperienza...
grazie infinite per "l'investimento" che avete fatto, in me e nelle altre belle persone che avete scelto...
poi un ringraziamento va a tutta l'organizzazione di SalernoInVita,
che è stata sempre magnificamente presente e generosa, a partire dalla splendida Chiara Varriale, nonchè Ilaria e gli altri ragazzi, per arrivare ai "capoccia" della manifestazione, Paolo Apolito, Roberto Lombardi, che sono stati quelli con abbiamo avuto più contatto, e gli altri...

... poi i miei compagni di avventura, in ordine di apparizione:
Alessandra... è una forza della natura e perchè raramente ho sentito parlare qualcuno
della propria arte con tale passione e con tale oggettività...
Davide, Riccardo e Martino, tutti insieme, perchè c'è stato feeling e stima praticamente immediati... e poi per l'assurda quantità di risate che ci siamo fatte dal primo secondo...
Marta, anche lei una forza della natura, anche con lei grosse risate dal primo istante e feeling immediato...
Simone, per la sua positività incrollabile e la sua vitalità zen quasi inumana...

i ragazzi di Biella, per essere come sono, dei liceali fuorissimo con tanto da dare a tutti,
e la loro Prof, e avrei ucciso per avere una prof "umaana" come lei...

i ragazzi di Forlì, perchè vi ho frequentato così tanto che gli ultimi due giorni
avevo la vostra "s"... e a parte questo, perchè è stato uno spasso scambiare
battute e opinioni con Nicola, e cercare un modo nuovo per giocare con il nome di Sole...

i Cadillac, perchè hanno spaccato, mi hanno fatto spaccare - modestamente -, e perchè sono dei pirloni...

i Sidera Ves, per essere esistiti...

i ragazzi delle Residenze d'Artista, che ci hanno dato modo di parlare di loro, anche se non c'è sempre
stata l'occasione di parlare con loro... ma hanno tenuto il sangue caldo e in circolo, insomma...
(e in particolare ringrazio Carla Vitantonio, per avermi letto e dato un feedback, e, per ingraziarmi il karma, anche Miki Gorizia, che per quante volte l'abbiamo "nominato" sarà diventato sordo)...

ringrazio Salerno, per essere una città stupenda e ospitale...

ringrazio tutte le istituzioni che hanno sganciato il dinero per rendere possibile questa cosa meravigliosa...

e ringrazio tutti, perchè è stata un'esperienza umanamente e creativamente pulsante,
viva, straordinaria... è stato davvero un continuo fluire di proposte, scambi, idee e soprattutto
emozioni... e quindi persone...

grazie, e alla prossima

venerdì 7 agosto 2009

Vedi Salerno e poi torni - Day 6

Day 6 - 30/07/2009
ore 12.10 - Simone rientra in camera alle 6 del mattino, accompagnato dal clangore della borsa dei vuoti di birra. Meravigliosamente, un paio d'ore dopo è up and running pronto per la gitarella a Erchie che Riccardo ha messo insieme, guest starring Marta, Federica, Francesca e Sole. Simone riepiloga gli ultimi capitoli del Party on the Roof, che hanno visto protagonisti Martino - che ieri sera, appena si è scheggiato il collo di una bottiglia di birra, ha rotto la sua flemma proverbiale con un "cazzo fai?" - e Nicola, che hanno aspettato le 7 per andare direttamente a fare colazione con un buon Montenegro. E poi andarsi ad ammazzare di sonno.
Saliamo sul pullman SITA che ci porta ad Erchie, ma non azzecchiamo la discesa e finiamo a Maiori. Beh, poco male, l'importante è il mare: ci accaparriamo una bella metà di mellone e ci dirigiamo verso la spiaggia libera. O meglio, raggiungiamo la spiaggia libera alla fine del tratto di costiera, solo per scoprire che c'era un percorso che portava direttamente lì.

ore 15.30 - La mattinata trascorre serenamente, tra bagni in mare, rimembranze infantili dei frammenti di vetro smussati dall'acqua e senza pranzo... d'altronde, l'anguria ci sazia a sufficienza. Mi vengono commissionati altri disegni, che eseguo sotto il Sole a picco con la sola copertura dei pantaloncini, che metto sulla testa, grondando sudore anche dalle pupille.
Presto, sono già le 14.35, e dobbiamo essere di ritorno a Salerno per l'ultimo Laboratorio con il mitico Roberto Lombardi: il pullman di ritorno è sovraffollato e la strada un po' troppo tendente al curvilineo - stranamente vado in nausea anche se solitamente non soffro-, per cui mi concentro sull'unica cosa possibile le caricature. Faccio in tempo a farne tre (la triade Miki Gorizia, Paolo Apolito e Lombardi), mentre qualche ragazzina adocchia e commenta il mio lavoro - più tardi, Francesca mi chiederà se ho mai cuccato con i disegni. La risposta è no, e proprio per la sindrome del chitarrista che spiegavo la sera precedente: il chitarrista suona, gli altri limonano. Dura la vita dell'artista.

ore 18.45 - Giunti a Santa Sofia, facciamo la conoscenza di Eva, il bellissimo cane di Apolito che scorrazza indisturbata nella sala prove. Lombardi chiude i fili in sospeso con gli argomenti dell'incontro precedente, e ci lascia un po' di terreno per parlare degli ultimi giorni. È partito un forum davvero interessante... peccato per l'assenza dei residenti, ma Lombardi ci spiega subito che per vari motivi non è stato loro possibile presenziare. Comunque, è stato un fertilissimo terreno di confronto, in cui abbiamo parlato sia delle singole esperienze artistiche (con particolare riguardo allo spettacolo dei Kol, che ha ricevuto forti apprezzamenti), sia sull'organizzazione dell'evento (e qui, applausi continui a Chiara, che ci ha fatto vergognare un po' meno del nostro lussuoso soggiorno al GHS, che, ci rivela, è costato pochissimo), che molti di noi avrebbero voluto più incentrata sul confronto e sulla "formazione", cosa riuscita solo in parte, per stessa ammissione di Apolito e Lombardi, anche a causa di tagli di budget e rivolgimenti burocratici.

ore 21.35 - A fine laboratorio, ci fermiamo un po' a scambiare qualche battuta. Finalmente, sono arrivati i cataloghi, in quantità industriali. Ognuno ne porterà a casa un chilo, e si divertirà a sfottere gli altri per le loro biografie bizzarre. Rileggo la mia, e mi fa schifo.
Poi, tutti a Sant'Apollonia per l'installazione audio di Dario Lazzaretto "Male magnum" e quella fotografica di Natalia Saurin.
La prima è un'opera brillante e lucida nella forma - l'ipocrita dogmaticità della filosofia del reality show inscenata attraverso una finta liturgia con voce salmodiante che recita il regolamento del Grande Fratello in latino -, ma smussata nelle finalità: per quanto sia induscutibile che questa forma mentis degenere e superficiale stia dilagando (e, me ne fregio, ne ho parlato anch'io in "Tanto vale tutto"), siamo davvero sicuri che sia un tale "tabù" parlarne? Piuttosto, una critica dovrebbe indirizzarsi a corrodere le fondamenta di questa idiot-logia, non ha denunciato un problema che - de facto - esiste relativamente. meglio, non è un tabù vero e proprio, quanto un sonno della coscienza, ma qui, come dichiarato dall'autore, l'oggetto di critica è altro. È il tabù medesimo. Male Magnum va però ricollegata all'altra installazione audio, quella presente in The Experiment (vedasi Day 4), dove il tabù è quello del parlare del Potere e, nello specifico, del potere mafioso: qui la parola tabù ha indubbiamente più senso, anche se permane una critica che, a mio parere, tenta di forzare il lucchetto senza riuscirci. È un discorso che andrebbe approfondito.
L'altra è una ricerca a metà fra Casa e Chiesa, con alcune vecchie signore salernitane fotografate con i coltelli usati nella quotidianità sullo sfondo delle tovaglie della festa: sono piccole religioni domestici, a metà tra sacralità e ironia, di Madonne dolorose che hanno portato avanti famiglie intere sul groppone. Ok, l'ho copiato paro paro da quello che ha detto lei, ma c'è poco altro da dire, oltre che al fatto che è un lavoro non immediatissimo, ma "incuriosente".
Dopo la visita, riempiamo la libera uscita fino alle 21 assistendo al soundcheck dei Ministri in Piazza Gioia. Certo che Davide, il cantant-bassista, capelli cortissimi e petto nudo e glabro, sembra davvero un dodicenne... Il simpatico cantore, finita la massiccia prova dei suoni, saluta una signora affacciata alla finestra con "Non si preoccupi, signora, abbiamo finito!". Che compagnone.
Tra una mozzarellina per coprire il buco allo stomaco e l'altra, ci rechiamo a Palazzo Genovese, dove sta per iniziare Una valigia piena di dollari, monologo di e con Carla Vitantonio, nello scenario di due scalinate simmetriche che danno su un cortiletto. Davide è esaltato dalla cornice scenica: effettivamente, l'impatto visivo e acustica sono tali che farci un concerto sarebbe quantomeno superbo.
Lo spettacolo parte dalla reale esperienza d'infanzia e adolescenza dell'attrice, che ricostruisce episodi della sua infanzia in Molise sul filo di una nostalgia affettuosa e riconoscente, tra streghe, lupi mannari e case che scompaiono per via delle frane e soprattutto del terremoto. E proprio il terremoto costituisce una sorta di altro personaggio della vicenda, con cui dover convivere. La protagonista è bravissima, non c'è che dire: riesce a tenere il pubblico restando mezz'ora seduta - certo, estendosi, narrando con il corpo, richiudendosi, recitando insomma, ma seduta -, con una dinamicità non indifferente, su un testo brillante e coinvolgente. L'unica nota negativa, se vogliamo proprio fare i cattivi, è un po' l'automatismo della risata: certi momenti sembrano costruiti necessariamente per far ridere, per spingere il dato bottone e scatenare l'ilarità, e non si curano molto di celare "il meccanismo".
Finito lo spettacolo, a cena all'Embarcadero, fiduciosi del fatto che riusciremo a fare in tempo a vedere i Ministri.

ore 2.30 - Speranza disattesa dai fatti: probabilmente il fatto di voler terminare le caricature di Lombardi e quella di Chiara - che non mi soddisfa - mi fanno perdere troppo tempo. Torniamo in piazza a concerto finito, ma in tempo per goderci tutta l'esibizione di Vasco Brondi, aka Le Luci della Centrale Elettrica.
Brondi è praticamente la stella del mondo indie del 2008: il disco, ascoltato la prima volta, dice poco a livello musicale. Incantano i testi, immaginifici, rabbiosi, tesi, saturi, e l'interpretazione, gridata, un interruttore che passa da un setting "normale" e un urlo che raschia le corde vocali, ma musicalmente... sono i soliti accordi... Beh, il live fa cambiare idea anche sulla musica, potente e rabbiosa senza troppe concessioni ai distorsori, sapiente nell'aggiungere una viola ispirata e magica. Brondi visibilmente trae energie da un pubblico che tratta "male" - scaccia chi tende un po' troppo le mani, a fine concerto, dovendo staccare la spina, concede un brano solo acustico non amplificato, e zittisce i fan che tentano di intonare un coro -, ma che esalta con la sola forza delle sue canzoni.
Io e Riccardo, che seguiamo il concerto spalla a spalla, siamo incantati e divertiti, e proseguiamo nell'imitare il buon Brondi fino al ritorno in albergo. Ricordatemi di farlo poco, perchè spacca le corde vocali.
Ci diamo appuntamento al Roof... ma il roof è chiuso. Maledetti matusa, sabotano i nostri incontri ggiovani. Andiamo a trovare un attimo Martino nella stanza-appartamento di Davide e Riccardo: ci apre la porta uno zombie pallido con uno sguardo inconsapevolmente truce e terrorizzante. Abbandoniamo Martino al sonno in tutta fretta, solo per incontrare il mitico clone di Julio Iglesias nel corridoio, che apre la porta, con conseguenze esalazione di miasmi mefitici, e dice "Dai ragazzi, facciamo lo scherzone. Chiamate in reception e dite che le ragazze disturbano... dai! Dai!". Di tutta risposta, gli sorridiamo un po' nauseati e ce ne andiamo.
Ci ritroviamo nella hall, dove, lo sappiamo, si consumeranno gli ultimi saluti: Federica di Forlì partirà in mattinata, i Sidera Ves si infileranno sul loro furgoncino, e i Biellesi prenderanno il treno per casa alle 6 del mattino.
La professoressa di Biella mi ferma per farmi i complimenti per Corteccia, e la cosa mi imbarazza un po': mi dice di aver sentito il quadro particolarmente suo - fino a pochi mesi prima era incinta... insomma, la mia volontà di fare un'immagine embrionale, che esprimesse in potenza la vita di una donna, ha colpito nel segno. Le prometto di mandarle il quadro, e un po' mi emoziono.
Mr. Emotion is Dead, Nicola Vandi, regala stampe delle sue fotografie con dedica: a me tocca questa, con "Mi sembra ancora di vederti scatenato su quel palco. Impagabile". Ho colpito nel segno.
Ci scambiamo indirizzi e baci, baci e abbracci, abbracci e battutacce. In particolare verso Nicolò, che per qualche motivo sembra essere particolarmente fuori dal mondo: l'emozione non ha voce, e lui non riesce manco ad alzarsi dal divano.
La commozione un po' si scioglie quando realizziamo che molti di noi si rivedranno domattina, ma poi risale quando realizziamo che proprio domani... è l'ultimo giorno.

Vedi Salerno e poi torni - Day 5

Day 5 - 29/07/2009
ore 10.00 - Se c'è una cosa che ho scoperto essere stupenda appena alzati, è salutare sorridendo a tutti. La colazione è diventata davvero il momento del catch-up di fronte a cappuccio, espresso, e brioche al bacon. Yummy-yummy.
Alle 10, eccoci pronti per la gita a Paestum, organizzata dal mitico team di SalernoInVita. La squadra comprende gran parte del GAI Team pavese - salvo Riccardo, Martino, Davide e Alessandra, impegnati nell'allestimento dello spettacolo di stasera -, gli amici di Forlì - genitori di Sole compresi -, artisti pugliesi e accompagnatori degli artisti pugliesi, i PastiKe, presenze abbastanza impalpabili, e tutta la sezione ritmica del primo gruppo che si esibirà stasera, i Cadillac 50: meeting Ivan, il batterista, e Diego, il bassista che ha dietro la chitarra elettroacustica!
La carovana parte, ma quando il pullman vira verso l'Embarcadero, temiamo tutti l'avversarsi delle voci per le quali una ragazza è stata male per via del cibo fornitoci da Zio Tonino. A quanto pare, i frutti di mare non hanno fatto che scatenare una condizione preesistente - anche se un'altra voce ci ha spiegato che i paramedici non sembravano molto sorpresi del fatto che la vittima avesse cenato lì... Invece, il buon Toupè ci ha preparato dei gustosissimi calzoncini alle melanzane alla parmigiana, che trovano temporaneo rifugio nelle calde viscere del pullman.

ore 14.04 - Alle 11 e 30 giungiamo ai Templi di Paestum, e subito veniamo rinfrancati dalle nostre stupende bottiglie di acqua Lèvia, la varietà naturale della Ferrarelle che noi Nordisti non ci siamo mai sognati di vedere. In effetti, di acqua gasata vera e propria non ne ho ancora vista, solo acqua effervescente naturale che, diciamocelo, farà anche bene, ma papillarmente... manca del retrogusto chimico che a noi della Pianura Padana piace sempre avere sul palato.
Alla richiesta della carta d'identità per gli under-25, mi accorgo di averla ancora in reception dal primo giorno... per cui, faccio spendere un po' di soldi al gentilissimo Comune di Salerno, aggiungendo ulteriore karma negativo alla situation.
A guidarci nella visita alle rovine greco-romane, in uno scenario a metà tra savana e film western, un uomo la cui saggezza supera ogni concetto di bene e male: Nunzio Daniele. La guida ci dà un'infarinatura di base della storia della Magna Grecia e dell'organizzazione di Paestum, spara a zero contro le nuove generazioni, ree di "andare in giro con la bottiglia di birra in mano", prospetta una catastrofe imminente, e dice qualche castroneria su Greci e Romani - che mescola senza pietà -, scatendando l'ira (repressa) dei "classicisti", in particolare Sole, che vorrebbero artigliarlo alla gola. Devo anche stare attento a quello che scrivo, perchè visti i chili di ego che si porta dietro (il suo biglietto da visita riporta "Guida Turistica e Attore non Protagonista nel film Pane e tulipani", per dare massima visibilità ai 24 fotogrammi in cui è inquadrato), ha tutta l'aria di uno che passa le giornate a googlare il proprio nome. Tra una filippica e la richiesta di fattura per la propria prestazione, Nunzio caro viene pedinato da un simpaticone che annota le sue perle e le trasforma in slogan, ma soprattutto dal grandissimo Nicola, che ha riempito una scheda SD di piani ravvicinati della guida, che, alla fine, reagisce con un "Se diventa ricco con queste foto, voglio il 10% dei guadagni".
Nunzio ci abbandona davanti al Tempio di Nettuno, ma noi ne approfittiamo per esplorare un po' la zona... i ragazzi di Biella, guidati dalla formidabile professoressa Deborah, vanno persino a disotterrare qualche mosaico tenuto deliberatamente nascosto per mancanza di fondi per il restauro.

ore 16.45 -
Facciamo il nostro ingresso nel Museo di Paestum, dove i responsabili ci riservano una gran carica di simpatia facendo storie sul nostro ordine di entrata. Eh va beh... Un museo pieno di vasellame a stomaco vuoto non è proprio il massimo, per cui, una volta osservato qualche esempio di arte sequenziale (abbastanza surrealista, in certi punti) estratto da tombe e monumenti, ci arrendiamo a una stanchezza impronunciabile.
Finalmente, Ilaria e soci, i ragazzi dell'organizzazione che ci hanno seguito fin qui, sganciano i panozzi, e possiamo strafogarci come matti di un cibo neanche il pastore tedesco mascotte
di Paestum - che ci sta dietro dall'arrivo - ha il coraggio di ingoiare. In barba alla sorte, me ne trangugio addirittura due - malgrado sospetti conseguenze nefande per il mio apparato digerente -, e poi tutti al pullman, che i Cadillac devono provare.
Nel viaggio, ho modo di parlare un po' con i ragazzi del gruppo (Io: "Aaaah, ma voi siete gli Chevrolet!", loro: "Ehm... i Cadillac", io: "Eh va beh, sbagliato macchina"), mentre, in un'atmosfera hippy, Andrea, Diego, Nicolò e Ivan si danno alla jam session e i miei blocchetti carichi carichi di disegni fanno il giro del pullman. Ivan mi chiede persino uno schizzo "rock'n'roll" da attaccare alla cassa della batteria... storia! Io lo eseguo in quattro e quattr'otto, sul pullman, nonostante le curve e qualche tratto d'asfalto sconnesso.
Intanto, Nicola e Giuseppe raccolgono la pecunia per il Secondo Party on the Roof, che stasera vedrà, come guest star, tipo seicento litri di birra autofinanziati.
Arriviamo al GHS, e congedati i Caddilaquis, diretti in Piazza Gioia per il soundcheck, il GAI Team si dà appuntamento per la sera stessa in Sant'Apollonia.

ore 21.00 - Dopo un riposino ristoratore, io e Simone decidiamo di dirigerci verso Santa Sofia, per dare un'altra occhiata alla mostra. Petrone, la guardia giurata, sta commentando tutti i quadri, tranne il mio - e me ne rammarico, e arriva persino a mostrarci i suoi lavori... o meglio, a darcene un rapido saggio. Ispirati alle figurine da colorare della Settimana Enigmistica, i quadri di Petrone sono stati tutti distrutti dalla di lui consorte, a cui, inspiegabilmente, non piacevano.
Mentre ci allontaniamo, incrociamo Alessandra, che intanto ha fatto raddrizzare con la forza il proprio quadro! Ci racconterà più tardi della terribile esperienza con Petrone, che l'ha pedinata durante tutta la visita e uscendosene infine con un "Non è che sei un po' nervosa?".
A Simone è venuta una voglia matta di macedonia, e ci incamminiamo verso Corso Vittorio Emanuele, e guarda chi ti ritrovo... i Biellesi! Facciamo i complimenti ad Andrea per il suo video - che, dichiara, con disappunto della Prof, ha una colonna sonora infilata all'ultimo momento - e a Nicolò per la sua scultura. Le opere dei poveri biellesi sono quasi tutte compromesse: manca l'acqua, si sono danneggiate durante il trasporto... la prof è simpaticamente irritata, ma niente che una passeggiata per il corso con i suoi studenti, e soprattutto con quei due decerebrati di Andrea e Nicolò, possa risolvere.
Simone finalmente riesce ad accaparrarsi la sua macedonia, e possiamo quindi dirigerci verso Sant'Apollonia, dove l'adrenalina e il nervosismo sono alle stelle... i Kol stanno per debuttare con "L'inconsolabile. Orfeo: variazioni sull'attimo".

ore 23.30 - Riccardo, Davide e Martino hanno fatto il miracolo. Beh, miracolo è esagerato, ma in mezz'ora sono riusciti a condensare un'intensità, una tensione, un'emotività impensabile. Riccardo è un Orfeo esteso, è il manichino di se stesso, si fa muovere dalle emozioni, coesiste in uno spazio uguale e diverso con la proiezione di Euridice... un fantasma, davvero, tanto è lontana, impalpabile, dolorosa. La sua voce, fusa con le musiche di Davide e Martino, o dal vivo, mentre canta nel rituale che lo porterà a lei, si moltiplica, diventa tante... è indescrivibile. Nessuno, a fine spettacolo, quando torna fra noi comuni mortali, può esimersi dal complimentarsi per il testo, ma soprattutto per la performance intensissima.
A seguire, il concerto d'addio di Julio Iglesias. Lo scarto tra i due spettacoli in cartelloni ci fa rabbrividire così tanto che siamo costretti a lanciarci in Piazza Gioia, dove i Cadillac stanno macinando successi di Elvis e Jerry Lee Lewis a una folla che ormai è impazzita e non fa altro che ballare. Ivan ha mantenuto la promessa, ed eccomi con il mio disegno, una parte della storia del rock! E non solo, i Cadillac prendono un po' di gente a caso dalla folla (alla fine siamo io, Simone, Sole, Martino e Davide, e all'improvviso uno sconosciuto) e ci costringono a ballare sul palco... io e Martino ridefiniamo il concetto stesso di ballo, con bordate al di là dell'umana comprensione e miei gesti di adulazione a un bassista che mi ignora. Fuckin' rock'n'roll!
Sceso dal palco, sudato e consapevole di avere fatto qualcosa di paragonabile a Jimi Hendrix che suona l'inno americano, intercetto lo sguardo pieno di stima di Nicola e degli altri, e sono felice.

ore 4.10 - Finalmente, salgono sul palco i Sidera Ves, i musicisti di Torino tanto bistrattati, che ora però dimostrano che anche in due e con la sezione ritmica praticamente dimezzata, possono portare avanti alla grande un concerto - con un paio di canzoni nuove, per di più. La bassista, in particolare, abbandona dopo due pezzi la quattro corde e si lancia in una performance con cajon quasi sessuale... sembra che ci stia facendo l'amore, con lo strumento - no pun intended.
Dopo la cena, in cui risolvo ancora qualche disegno a richiesta, ci prepariamo all'after on the Roof, che inizialmente diventa l'occasione per scambiarci le impressioni a esperienza quasi finita, poi diventa un happening di improvvisazione alcolico-musicale in cui intono Back in the USSR dei Beatles - unica canzone eseguita quasi per intero dal duo Andrea-Nicolò, che, ricordiamo, non conoscono il finale di nessun brano e poi vanno a suonare ai matrimoni - a monosillabi: "bababababababà-nanananananaaaa". Sole si addormenta in un angolo così tranquillamente che ce ne accorgiamo solo al suo risveglio, un'oretta dopo. Nel frattempo, Nicola si è scolato 4 bottiglie da 66 di Moretti, e qualche piano più sotto accorrono ambulanze e polizia per un incidente che coinvolge un motociclettista - che fortunatamente si procura un taglio alla testa - falciato da una macchina.
Alle 3.30, i sopravvissuti del rock emergono dalle nebbie dell'ascensore: Enrico e Francesca dei Sidera Ves si uniscono a noi, e si profondono in una jam session allucinante con Andrea e Nicolò. Il bonghista è letteralmente fuori, Francesca è ancora in orgasmo da cajon, Andrea accompagna Enrico che improvvisa un testo sulla bellissima serata in corso.
L'allegra compagnia decide per un after, ma a me cala un po' la palpebra e mi ritiro nei miei appartamenti, sicuro che Simone non tornerà in camera sano.



mercoledì 5 agosto 2009

Vedi Salerno e poi torni - Day 4

Day 4 - 28/07/2009
ore 10.15 - Il karma è una brutta bestia, lo dico sempre. Mi siedo solo soletto al tavolo della colazione - sono le 8, e il buon Simone sta schiacciando un bel pisolone -, e mi trovo accanto al Signor Ballerino della sera prima. Lo sforzo di non ridere è così grande che sbriciolo in maniera vergognosa le brioches che ho preso, e sono costretto a nascondermi dietro alla tazza del cappuccino, che consumo a grandi sorsate. Ustionandomi.
Alle 8.55 sono in Stazione FS, a due minuti due dall'albergo, con i biglietti in mano e Califano nelle orecchie. Sì, beh, approfitto del viaggio per portarmi un po' avanti col lavoro. Mentre prendo appunti per il prossimo massacro al cantautore trasteverino, comincia un vago sentore di abbiocco che corono mettendo su Le Luci della Centrale Elettrica - star della serata salernitana di domani. Alle 10.15 circa giungo alla Stazione di Vallo della Lucania, incubo dei miei viaggi in treno da bambino e adolescente. Mi piaceva un casino il viaggio notturno, che vi devo dire -- il solo sorgere del Sole mi dava la nausea, preannunciava la fine della traversata...
Scendo dal treno, e ad accogliermi ci sono la carissima Zia Stella, ma soprattutto il leggendario Zio Domenicaniello. Che non mi riconoscono.

ore 16.15 - È l'inizio del lunga traversata pomeridiana. Salgo sulla vecchia automobile di Zio Aniello, sulla quale scopro di essermi perso di poche ore il cugino Rosario, che non vedo da una decina d'anni, che l'elezione del nuovo sindaco di Ascea è stata salutata con l'abbattimento di alcuni alberi per impedirgli l'accesso in Mandia - la frazioncina che da cui è partita la Grande Avventura dei D'Alessandro - e raccolgo il consiglio di Zio sulle donne: se non hai soldi, fai pagare a loro. Lineare.
In una mezz'oretta giungiamo in paese, dove nulla sembra essere cambiato: è però sorto un nuovo bar e un nuovo negozio di alimentari. Per qualche ora, sarò ospite della casa di Zia Stella, un edificio a tre piani costruito qualche anno or sono grazie ad anni di sacrifici in Svizzera - e si sente ancora un certo influsso linguistico, con zia che proprio non riesce a pronunciare alcune parole in italiano, come tè freddo, che è diventato isstì. Il tempo per un espresso e qualche foto al paesaggio, poi riparto per andare a trovare nonno, che povero ormai sta solo nella sua casetta, con la sola compagnia di Ciccio, il suo cagnolino. Beh, ino...
Nonno mi ordina di preparare il caffè, ed eseguo. Ma appena è tempo di servirlo, dichiara candidamente che lui prende solo il caffè d'orzo... che si prepara esclusivamente da sè. Mentre consumo solo soletto il terzo caffè in due ore, ci si aggiorna un po' sulle rispettive vite - con nonno sempre a martellare sulle ragazze...
La visita è breve, zia ha già pronto in tavola e nonno è un po' testardo e non vuole unirsi alla combriccola. Lo abbraccio e lo lascio. Quanto meno sta bene.

Il pranzo è qualcosa di gargantuelico: cipolline selvatiche sott'olio, vino fatto da zio, gnocchi al forno, insalata, fragolino, le risate alle battute degli zii, la rapida visita di Zio Cesare (che mi aggiorna su un fantastico aneddoto: zio, che è muratore, non ha ricevuto il pagamento da un tizio. Qualche settimana prima, il dato tizio, assieme agli zii e a zio Cesare medesimo, stava assistendo in prima fila a una messa in una chiesetta poco distante, quando il parroco, nell'omelia, ha indicato - casualmente - proprio il tizio inquestione urlando "Date a Cesare quel che è di Cesare!"... impagabile). La conseguenza diretta è la caduta nell'oblio più oscuro.

Al risveglio, sono già le 15 ed è tempo di scappare. Non prima di essermi preso dello "stronzolino" da zia, perchè non ho usufruito del letto, optando per un più spartano sonnellino su divano.
Dopo una chiacchierata con zia Adelina, purtroppo non si può più procastrinare e si sale di nuovo nell'Aniello-mobile, che schiaccia il pedale e mi riporta alla stazione di Vallo della Lucania. Saluti, abbracci, e una bottiglia di tè deteinato San Benedetto non richiesta, e poi via verso il treno... che è stato soppresso.

ore 19.10 - Disegnare, ascoltare gli Ossi Duri, cercare di pensare alle cose della vita non serve. Tre ore di pullman sostitutivo. Che rabbia impossibile.
Arrivo in stazione, e devo pure aspettare in fila in farmacia per prendere altri Comped. Corro in albergo. La navetta per il centro è alle 19.30.

ore 21.45 - Avverto Francesca di un possibile ritardo, mi lancio in camera, e faccio una doccia in 3 minuti spaccati. Alle 19.25, mentre mi vesto, arriva anche Simone. Ci dirigiamo verso la hall: fortunatamente la navetta ci aspetta e scopro che, di fatto, ho sprecato la mia ipervelocità.
Dopo una corsa rally nelle vie di Salerno, che a questa velocità e con questi Sud Sound System sparati a palla dall'autoradio sembrano una nuova versione della sigla dei Soprano, eccoci a Sant'Apollonia, dove si sta radunando la folla delle grandi occasioni. Apolito, Lombardi, Amendola, sono tutti qui. C'è un po' di nervosismo nell'aria: stasera va di scena lo spettacolo delle residenze, il vero frutto di un mese di ospitate, una scommessa che ora vede la luce con Studio per frammenti di divenire (ovvero: dell'essere, del detto, del dire).
Uhm, un'ora dopo, alla fine dello spettacolo, tutto il pubblico, nonostante le lodi a caldo un po' sperticate di Apolito e Lombardi, è piuttosto confuso. Un'ora di "studio", appunto, di spettacolo non definito, costruito a onda, con frammenti giustapposti, metateatrali e vari. Uno spettacolo potenzialmente infinito, praticamente incomprensibile, senza una guida che faccia luce in un magamatico oceano referenziale e autoreferenziale che lascia piuttosto interdetti. Solo il foglio di sala chiarisce un po' lo scopo dello spettacolo, ma solo fino a un certo punto... anzi, non fa che evidenziare un'ermeticità un po' troppo ostentata. Peccato, perchè gli attori, Miki Gorizia, Ilenia Caleo, Aglaia Mora, Valentina Vacca e Serena Gatti, erano tecnicamente ineccepibili, preparatissimi, la mise en scene era sapiente. Peccato.

ore 3.30 - La cena consiste della pizza fritta del pizzettaro, prima di dirigerci verso la fantastica Villa Comunale, dove si sta per aprire The Experiment, l'altro - stavolta eccezionale - prodotto delle residenze.
Forniti di una borsetta molto stylish completa di cartella stampa e materiale d'ogni tipo, veniamo introdotti in un immagignifico mondo fatato, guidati dal "padrone della baracca"- Carla Vitantonio, munita persino di scopone-falce per tenere la folla sotto controllo -, costretta inizialmente a rispondere a un signorotto un po' maleducato che pretendeva di entrare - l'ingresso era riservato a 43 persone per replica -, poi facendoci avanzare in questo luna park decadente.
Prima tappa del percorso, l'installazione audio di Dario Lazzaretto con le parole di Don Pino Puglisi e Peppino Impastato, uniti nell'infrangere il tabù dello strapotere di un certo Potere, poco lontano da Baci da Napoli, installazione fotografica un po' folle che vede protagoniste Les Filles Follen.
Proseguiamo con l'installazione video di Natalia Saurin, che vede protagoniste tre donne che, in un setting sospeso e quasi sognante, sintetizzano un certo tipo di sottomissione femminile assoluta e senza senso.
Attraversiamo poi un'altra opera di Miki Gorizia, un'installazione audio comprendente un percorso di dipinti appesi agli alberi, una via crucis di confessioni scomode e censurate messe in bocca ai personaggi disegnati.
La performance più d'impatto è quella di Eloisa Gatto, il cui racconto al limite tra isteria e folklore mi diverte tantissimo - forse un po' troppo.
Elisabetta Zenola invece ci lancia in un mondo onirico, a metà tra quotidiano e storia, con planisferi, proiezioni, "Made in Italy", magico ed ermetico.
I suoni destrutturati e ostinati che accompagnano Silvia Venturini e i Mordimatti poi esplodono in una danza di alberi viventi, che ci attraversano e confluiscono in una performance di danza illuminata da lampade a luce nera, che spersonalizzano il movimento, creano dei movimenti di luce che spaccano il buio e descrivono animali, forme, persone (e infatti, si chiama Soffici Movimenti Fluo, ed è curato da quelle stesse Leggere Strutture, che di lì a poco ripropongono Il tuo cervello è più intelligente di te).
Ahimè, non sono ammesso all'entrata della giostra sogghignate di "Into the loop", e devo accontentarmi di un finto tarocco - "L'imperatore" - che il "custode" mi ha regalato nell'allontanarmi.
Un po' scossi dalla performance, intensa ma probabilmente poco coesa - dopo i primi interventi, il Padrone era praticamente inesistente, e si è persa un po' la sensazione del baraccone circense, usciamo e decidiamo di tornare in albergo, dove di lì a poco comincerà il mitico Party on the Roof. Non prima di essermi scolato un'acqua tonica e di aver osservato, insieme all'allegra brigata, un'altra selva di fuochi d'artificio. Infatti, sembra che ogni sera in zona ci sia qualche festa particolare da celebrare, e quindi ci sono sempre fuochi d'artificio a profusione.
Poco dopo, siamo sulla mitica terrazza, con Nicola e Giuseppe - un designer meneghin-barese - ci attendono. Nessuno ha birra a portata, ma ci tuffiamo in discussioni sempre più deliranti -- tanto che propongo di fare un reading con un numero di Spider-Man. Niente da fare, purtroppo. I GAI del roof diventano sempre più numerosi, fino a includere anche i mitici ragazzi di Biella, che abbiamo conosciuto poco in questi giorni, ma che sembrano essere delle persone abbastanza fumatissime, e ce lo dimostrano accennando dei pezzi con dobro e bonghi, che non vanno molto al di là delle prime sei o sette note. Andrea, il chitarrista, non sa mai come finire i pezzi - e a un certo punto lo faccio ridere così tanto che picchia una testata per terra lanciandosi sul pavimento - e Niccolò, che suona i bonghi in trance, sbaglia costantemente il tempo. Alla fine, i due si profondono in una jam session che fa da colonna sonora ai nostri commenti un po' porno all'esperienza salernitana.
Quando meno te lo aspetti, arriva il gruppo musicale torinese dei Sidera Ves... o almeno due dei quattro Sidera Ves. Prima ci raggiunge la bassista-percussionista, poi, qualche tempo dopo, arriva Enrico, il cantante-chitarrista della band, che viene subito simpaticamente bersagliato dalla combriccola. Niccolò, che - dall'alto della sua purple haze mentale - era convinto che i quattro di Torino fossero già arrivati, ma fossero un po' frufru e avessero deciso di non mischiarsi alla folla, chiede "ma se voi siete di Torino e siete due, gli altri quattro di Torino dove sono?". E il cantante "E che cazzo ne so?".
A metà tra l'ingenuità dell'ultimo arrivato preso gustosamente in giro dalla folla e l'entusiasmo dei "Cazzo, questo è l'hotel di Briatore" o "Minchia, se venivo a Paestum domani ci si spaccava", Enrico si eclissa con una formula di commiato leggendaria: "Vado a prendere la chitarra".
Lo aspettiamo un'ora, ma il musicista torinese non si presenta.



martedì 4 agosto 2009

Vedi Salerno e poi torni - Day 3

Day 3 - 27/07/2008
ore 10.20 - Levataccia alle 8.00, appena in tempo per una colazione relativamente veloce - ieri siamo rimasti in sala più o meno un'ora e mezza.
Riunito il GAI Team Pavia (minus Martino), ci dirigiamo verso il traghetto per Amalfi, che parte puntuale puntuale alle 9.40. In un'atmosfera da film estivo con Jerry Calà, l'ìmbarcazione punta dritta dritta verso Amalfi, mentre Davide e Riccardo intonano "Onda su onda" di Conte, della quale scopro di non ricordare assolutamente il testo. E per un critico musicale, è una grave onta.
Arriviamo nella ridente cittadina con sommo gaudio, e un'inquietante figuro che ci offre biglietti per le "grotte"...

ore 13.30 - Ci addentriamo in Amalfi, così arroccata e pittoresca, così artatamente conservata... è qualcosa di rassicurante e straniante allo stesso tempo. Giungiamo davanti alla scalinata del Duomo, dove Marta intravvede un enorme cappellone rosso che decide di acquistare. Mentre la ragazza conclude l'affare - prima sceglie un cappello più discreto, poi cede in favore di questo enorme ombrellone da passeggio -, avviciniamo un anziano signore seduto sui primi scalini dell'imponente gradinata che porta all'edificio sacro: questi ci racconta di essere nato in Piazza dei Dogi, di come abbia girato un po' l'Italia, visitando circa "sette città", e guardando di sottecchi il paracadute aperto che Marta sta sfoggiando.
Davanti all'opzione di visita all'interno del Duomo, il GAI Team Pavia si smembra: io, Riccardo, Simone e Alessandra scegliamo di avventurarci per il paese, mentre Francesca, Riccardo, Lara, Luca, Marta e Davide fanno altrimenti.
Prendiamo la strada principale, che si inerpica su per il pendio, e ci troviamo in mezzo a botteghe e bottegucce d'ogni tipo - una vende persino qualche odiosa targhetta nostalgica del Duce. Tentati dall'acquistare litrate di limoncino, scegliamo invece di avventurarci all'interno delle viuzze del paese, passando accanto a qualche vecchio cinema dismesso, a cortiletti improvvisate, cancelletti, gatti addormentati e fiori. Leggiamo tutte le mattonelle scacciaguai e una simpatica coppia di vecchietti ci invita ad acquistarne qualcuna al loro negozio, giù vicino alla piazza.
Torniamo in prossimità del porto, e decidiamo di fare un salto a mare: dopo una passeggiatina, giungiamo nel paese appena più a Sud di Amalfi, Atrani, l'unica sufficientemente lontana dagli scarichi delle barche. In realtà, sono un po' timoroso, visto che il mio nuoto è piuttosto incerto e che la piattaforma di cemento su cui scegliamo di fermarci dà dritta dritta su un fondale scoglioso... per cui, lascio ai tre intrepidi e più esperti la visita alla spiaggetta accanto, e decido di sguazzarmene da solo per qualche metro, giusto per dare un po' di sollievo all'acqua marina il piede destro -- dimenticavo, per oggi, ho optato per le ciabatte.

ore 15.30 - I tre atlantidei compagni tornano alla piattaforma, ma la loro lontananza mi ha permesso di osservare i magnifici tuffi a bomba di un paio di ragazzetti molto teatrali, e molto lipidici. "Il tuffatore saluta la folla, pensa alla mamma... attenzione, si commuove... prende coraggio e si butta!"... Magnifici.
L'asciugatura permette di scambiarci qualche impressione su questi primi giorni di trasferta. Quando Riccardo e Alessandra tirano fuori qualche esilarante aneddoto su Martino, non posso fare a meno di tirar fuori il blocchetto e tirar giù qualche schizzo di lui senza sopracciglia e con gli occhiali finti - come da episodio, per l'appunto. La cosa fa partire un'appassionata conversazione sulle rispettive arti - e ricevo da Alessandra un complimento grandissimo, quello della "riconoscibilità" dei miei lavori, insomma, si vede che c'è dietro una certa mano e un certo procedimento, senza che i lavori si somiglino troppo - e sulle limitazioni "performative" della fotografia. Sentirci così fieri e appassionati ai nostri mezzi espressivi mi apre in modo totalizzante, in un modo mai avvertito prima, alla creatività altrui, e mi fa desiderare anche scoprire il fascino discreto di quelle macchinette infernali che rubano l'anima e le sembianze della gente.
Purtroppo, l'ora si fa presto tarda, e dobbiamo prendere il traghetto delle 2.10... gli impegni con SalernoInVita cominciano alle 5 e vogliamo avere un minimo di margine di "refreshment".
Tornando in paese, Riccardo e io approfondiamo le nostre affinità musicali, canticchiando Money dei Pink Floyd e Il vitello dai piedi di balsa.
Rapida pausa gelato, poi tutti sul traghetto. L'inquietante signore continua con le sue offerte: "Grotte. Dai, grotte. Dieci euro a persona. Siete quattro? E allora facciamo... quaranta euro. Però i bambini non li faccio pagare, quelli no".
Sonnecchianti, saliamo sul traghetto, dove, a grande richiesta, eseguo un altro schizzo di Martino. Ormai la copertura è saltata, il blocchetto gira, e presto cominceranno le commissioni! No, scherzo, è una figata pazzesca.
Dopo qualche foto sotto il cappello di Marta, siamo a Salerno. Un'enorme Chevrolet scorta chissà quale misteriosa personalità in città, mentre noi, appiedati, ci gustiamo un panozzo nel vento che si sta levando.
Caro lettuccio del GHS, sei mio per un'oretta.

ore 18.45 - Alle 17, rieccoci tutti pronti (e già in ritardo) per il Laboratorio Creativo tenuto da Roberto Lombardi, una delle personalità da temere di questa organizzazione. Questo brillante personaggio, venuto su a pane, letteratura e teatro, parte con l'intento di parlarci della creatività in quanto tale, ma inaugura un percorso snodabile tra esercizi di stile, gradi zero della letteratura, sfoghi creativi - contrappuntato da Figazzolo. Lombardi propone un interessante gioco sulla "poeticità": indovinare qual è il vero primo verso di una poesia di Ungaretti fra quattro opzioni disponibili formate dagli stessi "addendi". I GAI - in sala presenziano quasi tutti gli ospiti di SalernoInvita - esitano, ma Simone Ludovico si fa avanti, riuscendo a cannare. Prezioso l'intervento di Riccardo, che mette in dubbio la scelta di Simone: "Mmm, io non direi quella... mmm, ma no, va bene quella." Le parole di Lombardi, che afferma che "quando ci innamoriamo di qualcuno, la prima reazione è di rifiuto assoluto", mi portano una malinconia nel cuore inconsolabile che mi fa piombare in un loop di flashback senza soluzione e un'inspiegabile fobia di rimanere solo. Ma tutto torna in breve tempo sotto controllo. Sembra che l'ho scritto per farmi compatire...
Nonostante lo scorno, Simone si porta a casa il famosissimo "Zingarello", un ironico dizionario vergato dal buon Lombardi, istrionico e fulambonico giocoliere della parola. Il nostro, concludendo, chiede a ciascuno di noi l'area di competenza artistica, e mi promette un incontro con il curatore della parte visiva, Amendola - interessato all'arte digitale -, con il quale però non avrò mai il piacere di incontrare direttamente.
Manca un'oretta al prossimo appuntamento presso Sant'Apollonia, per cui ci prendiamo un po' di tempo per riguardare i nostri lavori, alla luce anche della conoscenza reciproca degli autori. A una seconda "passata", sono proprio le foto di Simone, la serie "In te spero" (che potete vedere qui), a spiccare, per il loro ispirare un senso di spiritualità, di abbraccio collettivo che ha quasi del straordinario...
I lavori di Nicola - tutti sparati per bene qui - fanno della mise en scene il loro valore aggiunto: sono rappresentazioni - in tutti i sensi - di angosce private e adolescenziali, una sorta di terapia per fotografie inquiete e desaturate, immerse in atmosfere da incubo domestico, con mille mani che artigliano per la paura, un senso di attesa e mancanza desolante.
Alessandra ha riproposto le quattro immagini ispirate all'Orfeo - alla variazione suprema sull'Orfeo, in realtà: il ribaltamento, la morte dell'amato per mano di Euridice, in quattro immagini sfuggenti e intense.
Marta invece, con la sua serie Rosemary Plexiglass, immortala un angolo urbano di abbandono e rinnovamento - l'autolavaggio di una rimessa di pullman -, immerso in luci fredde e sfondi incerti.
Sul versante figurativo, spicca invece la squadra forlivese: l'intensità tattile e materica delle tele di Erica Sirri e la rievocazione della materia nelle tele in tecnica mista di Federica Fabbri, a rimandare a suture e superfici in legno create invece con il tessuto. Un applauso infine alla barese Barbara Di Domizio per le sue due tele iperdinamiche, metamorfiche e sfuggenti come fotografie a tempi lenti di esposizione, quasi a rievocare le metropoli cantate e dipinte da Paolo Conte.
Ad accompagnarci nella visita, un personaggio tarchiatello e occhialuto, parte dell'esercito de Il Pino - che ora scopriamo essere in realtà il service di guardie giurate che tiene d'occhio i nostri lavori, e non un identificativo a mò di camionista -, commenta i nostri quadri, con una competenza insospettabile. E giudizi un po' ad minchiam, soprattutto sulle foto di Nicola, che reputa essere parte di "una campagna anti-fumo".
Figazzolo è così gentile da portarmi i famosi cerotti Comped, che mi appiccico subito sulle scalinate interne di Santa Sofia... con sommo sollievo dei miei talloni. La parte più difficile è finita.

ore 23.15 - Affamati ma curiosi, ci dirigiamo verso la chiesetta di Sant'Apollonia, dove stasera si terrà il reading destinato ai nostri colleghi scrittori. Lo spazio è davvero pochissimo, ma lo scenario intimo e suggestivo, quasi trascendente.
All'ingresso, ci accaparriamo un libretto che raccoglie gli scritti dei letterati GAI dell'anno precedente
. "Le dita nei versi", titolo che Marta prontamente ricicla in "Le dita nel naso".
La prima a salire sul palco è la piccola Sole: i suoi scritti "solisti" sono inguaribilmente solari, colorati, gioiosi, e nascondono l'antefatto non allegro del coma attraversato dal "babbo" qualche anno fa. La penna di Sole si sposa però alla perfezione con la cupezza delle fotografie di Nicola - d'altronde, per uno che ha tatuato sul braccio "Emotion is dead", non è che si scappi... -, in una serie di poesie che filtrano il suo immaginario e il suo vissuto in modo doloroso e tranciante. Peccato per l'emozione, che ha compromesso un po' la lettura di Sole, ma, beh, applausi meritati.
A seguire, un grande personaggio, deflagrante e definitivo come pochi: Miki Gorizia sale sul palco a piedi nudi, un Marina Rei del 2009, si introduce in un modo un po' cattivello ("I passerotti non mi ispirano", lanciando una frecciatina un po' cattivella agli scritti di Sole - anche se, a essere altrettanto cattivi, i passerotti sembravano ispirarlo eccome - evvedicheminghialabattutacontroigays) e recita una sola poesia, breve in realtà. Dilatandola all'infinito, lasciando nell'aria un eco di vocali e consonanti dure difficilmente dimenticabile. Intenso - facile che scappasse da ridere -, ma d'impatto. Sicuramente funzionale alla sua poesia. Poi ne riparliamo quando avrò letto il libretto, nel quale è presente anche lui.
L'ultima degli autori-declamatori è Claudia Cavaliere, anch'ella figurante nel librettino "Le dita nel naso" - ehheheh, troppo divertente scriverlo -, che si profonde in un paio di testi in prosa particolarmente anaforici, ritmati, potenti, di emozioni viscerali. E devo ammettere di essermi emozionato un attimino anch'io. Brava Claudia, ma smorza un po' l'attitude, please.
Gli ultimi sono i Tre Cavalieri di Bologna più Barese, presenti ma declamati da Carla Vitantonio, altra attrice residente (come Miki, dimenticavo), con la caratteristica di poter vedere "di più". Battuta cattiva, però anch'io ho l'occhio storto, anche se corretto dagli occhiali, quindi io puozzo e voi tiè. Gli scrittori in questione sono Massimiliano Colletti, Vincenzo Estremo, Michela Potito e Michele Risi. Il fatto che la pur bravissima Vitantonio li abbia declamati praticamente a raffica mi rende praticamente impossibile dare un giudizio su ognuno di loro, ma li accomuna una scrittura brillante, per alcuni più metropolitan-tarantiniana, per altri gastronomico-emotiva - Michela Potito, in particolare, con un pezzo sullo yogurt (?) -, certo non originalissima, ma di sicuro impatto. In particolare per uno di loro, non mi ricordo quale. Sorry.
Finito il reading, possiamo finalmente tuffarci a capo-di-muzzo all'Embarcadero, dove ci viene offerta una gustosa pizza dal team del Bisunto. Nell'attesa, Alessandra mi chiede di mostrarle gli arnesi del mestiere: mostrata la praticità dei vari pennellini, chine e matite, la simpatica Fuccillo mi chiede di riunire in un unicum tutti i segni a caso vergati su quel benedetto dischetto di carta. Ricomincia - ma d'altronde è sempre un piacere - il disegno-a-richiesta, e per l'occasione dò finalmente un volto a due concetti astratti come "Voucher" e "Fuori Voucher" (anzi, fuori vààààààààucer, come direbbe il buon Gorizia).

ore 01.00 - Capatina nella fantastica piazza Flavio Gioia, un vero e proprio anfiteatro urbano. Per mangiare, ci siamo persi interamente la presentazione del CD Macedonia Mediterranea (ci scusino gli interessati, però la Vitantonio fa venir fame), ma "godiamo" degli ultimi minuti dello spettacolo di danza della Breathing Art Company di Bari. Essere arrivati praticamente alla fine non ha aiutato la leggibilità dello spettacolo - portato avanti da danzatrici di una certa importanza, comunque -, che ha visto protagonista un'uomo dalla mimica facciale pari a quella di Paperino.
Un Pivo può far miracoli per dimenticare, e quindi ci legniamo di Cères prima di incamminarci verso il GHS e abbandonarci a un sonno senza rimorsi. Nella hall, saluto Lara e Luca, che domani ci abbandoneranno, e che non potrò più rivedere perchè... domani, si va da nonno.